Dragoncelli di fuoco. Il primo (non) film di Paolo Sorrentino

Stefano Loparco
2020-12-12 09:33:36
Dragoncelli di fuoco. Il primo (non) film di Paolo Sorrentino

Vincitore di quattro European Film Awards, un Premio Bafta, cinque David di Donatello, otto Nastri d’argento. Nel 2014 il suo film “La grande bellezza” vince sia l’Oscar per il miglior film straniero, sia il Golden Globe per il miglior film straniero. Stiamo parlando di Paolo Sorrentino, uno dei registi e sceneggiatori più quotati ed amati del momento. Non solo per il suo talento, ma anche per la sua storia personale che lo vede emergere dalla sua condizione di orfano in una Napoli come sempre vivace e ricca di colpi di scena. S’ispira a tutto questo l’ultimo libro di Stefano Loparco, “Dragoncelli di fuoco. Il primo (non) film di Paolo Sorrentino”, nuovo saggio della collana Bietti Fotogrammi, di Bietti Edizioni. Paolo, Giacomo e Bruno, studenti universitari del Vomero, sognano il cinema dove non c’è. Ma quando salta fuori una videocamera professionale, decidono di farlo, il cinema, da soli. “Dragoncelli di fuoco” è la storia di un’amicizia e di una sfida vinta, mentre ha inizio il viaggio di Paolo «al pleistocene della felicità».

«Uno spilungone stralunato, tardo adolescente e dalla penna vivace, Paolo – racconta Loparco – Sembrava abitare l’universo di Grosz, non era un abile parlatore e, alla fine della lezione, dribblava i corsisti oltre la porta dell’aula per spezzare l’attesa della sua giovane fidanzata. Il significato delle cose, la ricerca di un’idea unificante, una teoria da validare erano le feritoie attraverso cui guardava al mondo dal bunker del suo io. Viveva – aggiunge – nei fondali dell’esistenza, pigro, disincantato e malinconico, incapace di volteggiare in aria come un delfino. Poi c’era Sorrentino – svela – sapeva essere aspro e impurdente, a volte scarcastico, comunque ironico. Brillante, trascinatore, con le ragazze ci sapeva fare. Nutriva un disinteresse tombale per le cose o le persone verso cui provava disinteresse ma volta sapere tutto del resto. E poi rideva di sé e degli altri – sottolinea – con un piacere fanciullo e canaglia, lasciando fuori dal bluff i saggi e i sapienti. Con il tempo si scoprì anche la causa di quella simpatia ondivaga: era un fondo di timidezza. Quella che lo faceva esitare davanti a una platea, inadatto a pensare in luoghi pubblici. Era l’unico napoletano a non saper raccontare le barzellette, non che non ci provasse, ma era tenace come Dorando Pietri. E – afferma ancora Loparco – quando ormai il corso aveva i film contati, fu tra i più risoluti nel chiedere un ulteriore scampolo d’aula».

Con questo libro, che l’autore definisce «un piccolo romanzo di formazione» e che bene racconta un artista complesso e prezioso per il cinema italiano, Loparco torna nella Napoli degli anni Novanta, grazie ai ricordi di Bruno Grillo, Giacomo Matturro, Maurizio Fiume, Stefano Russo e Gianni Ferreri. In 142 pagine traccia così un ritratto nudo e toccante del loro amico di gioventù, il futuro premio Oscar Paolo Sorrentino, lasciando al lettore alcune pagine di grande suggestione e forse, attraverso la scelta del romanzo biografico, una scheggia di verità.

Riconosciuto come lo studioso più accreditato dell’opera e vita del giornalista e cineasta Gualtiero Jacopetti, tra i titoli più recenti di Stefano Loparco ci sono: “Passeggeremo ancora tra le rovine del tempio” (Il Foglio, 2018) e “Addio zio Tom” (Gremese, 2019).

Antonella Petitti ©La città di Salerno, 10 dicembre 2020

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