Totalità: «Cioran e l’agonia dell’Occidente»

Emil Cioran
2015-04-14 14:51:15
Totalità: «Cioran e l’agonia dell’Occidente»

Pochi intellettuali sono riusciti a sviluppare una lucida capacità diagnostica sul corso della storia europea, quanto Emil Cioran. I lettori abituali delle sue pagine lo sanno bene. Esse sono eleganti sotto il profilo stilistico, scritte per lo più nella lingua d’adozione, un francese terso ed evocativo, e provocatorie nei contenuti. Una recente pubblicazione dimostra, al contrario, come l’esule romeno fosse abile anche nello scrivere in tedesco. È da poco nelle librerie, per la prima volta in italiano, il volume L’agonia dell’Occidente. Lettere a Wolfgang Kraus, edito nella collana Archeometro dalla Bietti. Il volume raccoglie 158 lettere di Cioran a Wolfgang Kraus, filosofo della cultura austriaco che lavorò per diverse case editrici, 5 missive dello stesso allo scrittore transilvano, due lettere della compagna di Cioran, l’anglista Simone Boué, e ben 111 brani tratti dal Diario di Kraus che si riferiscano all’autore di Storia e utopia.

Il testo, si diceva, nell’originale è stato scritto in tedesco: non casualmente, in quanto Cioran si definiva “ultimo cittadino di Cacania” e aveva iniziato a confrontarsi con la lingua di Goethe a Sibiu. Massimo Carloni ricorda in prefazione il tema che attraversa l’intero carteggio: la Finis Europae. Cioran ebbe contezza, fin dalla giovinezza, dell’impossibilità per l’uomo contemporaneo di sottrarsi alla decadenza. Lo attestano le pagine di Trasfigurazione della Romania, non ancora pubblicata in italiano (lo farà presto la benemerita Bietti!), dalle quali si rivolse al proprio popolo per incitarlo ad affrancarsi dalle miserie spirituali e per indurlo a porsi lungo le strade della Grande storia. Inascoltato, lasciò il paese recandosi a Parigi. Da allora si fece latore dell’apoteosi dell’invano in ogni suo scritto, oltre che nella vita quotidiana. Paradigma esistenziale della sua scelta può essere considerata la Principessa Sissì d’Austria che, dietro le apparenze formali, celava un profondo senso di disinganno nei confronti del mondo e della storia, tanto che la sua vita, ricorda la caustica penna cioraniana, fu “un raro esempio di diserzione” (p. 23). È questo il tratto essenziale del pensiero di Cioran, che bisogna aver presente al fine di contestualizzare l’incontro con Wolfgang Kraus. Questi allora lavorava per la casa editrice Europa di Vienna, per la quale uscì Il funesto demiurgo dello scrittore romeno. Ne seguì un’amicizia durata tutta la vita, scandita dall’enorme carteggio di cui si discute.

Le lettere sembrano smentire le considerazione sviluppate sul romeno dai biografi: appartato, schivo, distante dai problemi del suo tempo. In realtà, Cioran fu in contatto con le intelligenze più vivaci del Novecento e, se a volte poteva essere infastidito all’invadenza altrui, avvertiva, altresì, un estremo bisogno di comunicazione con chi sentiva simile. Dalle lettere, infatti, emergono una serie di giudizi e opinioni, espressi dai due pensatori, in merito ad intellettuali di grande spessore: da Eliade a Canetti, da Noica a Celan, da Sontag a Klages. L’epistolario può così essere considerato valido ausilio per la comprensione della storia della cultura del Novecento.

Sia Kraus sia Cioran sapevano che la crisi europea era il risultato dell’inaridimento della vita spirituale, del trionfo nel quotidiano degli uomini della vana ricerca del profitto e dell’ingordigia economica. Tutto omologato, pianificato, al punto da rendere la libertà e la felicità percepibili e comprensibili soltanto per via negativa. I due corrispondenti spiegano anche il successo politico del comunismo in Occidente, in particolare tra gli intellettuali, grazie al: “…fascino del terrore in un mondo vuoto” (p. 25). Inani, nelle analisi dei due, risultano essere i progetti delle sinistre e delle destre di quegli anni, tese a contendersi successi elettorali in nome di obiettivi semplicemente amministrativi: si evince, in particolare nelle parole di Cioran, come egli, già negli anni Settanta, fosse avvertito della lenta trasformazione che il sistema liberal-democratico stava vivendo e che annunciava il Nuovo Regime, la governance. In essa la politica è diventata il mezzo di un altro mezzo, la finanza.

Il tratto profetico delle esegesi cioraniane si rileva anche in un diverso ambito. Mentre analizza il pericolo sovietico, vissuto dal romeno come un vero dramma epocale, e riconoscendo, in questo contesto, che l’Europa aveva perso la fede nei valori che l’avevano nei secoli resa grande, profetizza un ruolo di grandezza alla Russia anche dopo il disfacimento dell’Urss. Riconosce il ruolo che i popoli periferici, in particolare gli arabi, potrebbero svolgere nella storia futura e, al contempo, rileva la crisi della leadership internazionale degli USA. I due intellettuali, nonostante queste convergenze diagnostiche, divergono, e in modo netto, in merito alla terapia. Obiettivo di Kraus è quello di rendere l’azione politica capace di trasformare la civilizzazione moderna in una nuova Kultur. In questi stessi termini, il filosofo interpreta il suo lavoro intellettuale, quale contributo alla preparazione di un possibile Nuovo Inizio. Cioran, invece, legge gli eventi storici sovrastati dal destino morfologico di ascesa ed inevitabile caduta. La decadenza europea va accettata, non può essere fermata in quanto, avendo fatta propria la lezione spengleriana, riteneva che la civilizzazione seguisse necessariamente, inevitabilmente, alla civiltà.

Del resto, scrisse al riguardo: “Il vuoto dell’Europa dà la vertigine… è presente in me; e la sua presenza mi lega all’Europa… in quale parte del mondo potrei trovare un abisso così visibile, così generoso, una tristezza così liberale e un tale sperpero del nulla” (p. 31). L’accorto prefatore conclude ricordando la prossimità teorica ed esistenziale di Cioran a de Maistre, al quale lo scrittore transilvano ha dedicato un esemplare esercizio di ammirazione: entrambi lasciarono questo mondo nella consapevolezza che l’Europa era, come loro, sulla via del definitivo tramonto. Al contrario, a noi piace qui ricordare come un altro imperdonabile del Novecento, il filosofo veneto Andrea Emo, che intrattenne con il Nulla un rapporto amicale, simile a quello di Cioran, sostenne l’Europa essere un laboratorio ideale, eternamente in fieri. Tale idea è inscritta nell’etimologia della parola Occidente, terra dell’occaso, del tramonto. Come si sa, ad ogni tramonto segue l’alba, un Nuovo Inizio. L’uomo europeo, per questo, è totalmente aperto e disponibile alla metamorfosi, incapace di uno stare definitivo.

 

(Giovanni Sessa, «Totalità», s. d.)

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