Kill Baby Kill! Il cinema di Mario Bava

Gabriele Acerbo & Roberto Pisoni
2022-01-17 11:43:52
Kill Baby Kill! Il cinema di Mario Bava

«Mario Bava è stato uno dei più grandi registi di cinema pulp di tutti i tempi, trent’anni prima che Quentin Tarantino rendesse popolare la nozione di pulp» (Dennis Bartok)

Il nome è impegnativo. Per via delle influenze postume, degli accostamenti sorprendenti e di una eco culturale che, fuori e dentro la dimensione cinematografica, raggiunge continenti e fan, da Martin Scorsese in giù. E allora va dato merito agli studiosi Gabriele Acerbo e Roberto Pisoni di essere tornati sui luoghi del mito e, quattordici anni dopo la prima edizione e con materiali e interviste inediti, aver consegnato al lettore Kill baby Kill! Il cinema di Mario Bava (a cura di), Edizioni Bietti, 2021, la loro ultima fatica letteraria dedicata al maestro sanremese. Maestro, sic et simpliciter. Così, parola dopo parola, è oggettivato nel volume; così viene raccontato, intervista dopo intervista, dallo strepitoso parterre de rois. A parlare sono i fan. Solo che si chiamano, tra gli altri, Joe Dante, Guillermo del Toro, Tim Lucas («l’enciclopedia vivente di Mario Bava»), Sam Raimi, Tim Burton, Quentin Tarantino e – per stare in Italia – Mario Monicelli, Sergio Martino e Alberto Bevilacqua, solo per citarne alcuni. La maschera del Demonio (1960), I tre volti della paura (1963), Terrore nello spazio (1965), Operazione paura (1966) fino a quel Diabolik rimasto per tempo ai margini della filmografia baviana (1968) – così pop, così poco aderente all’originale -, diventano così i momenti per una riflessione più generale sul cineasta, sull’uomo e sulle condizioni di un cinema condizionato – il budget, le sceneggiature, la materia prima di una piccola industria di retrovia, secondo i valori dell’epoca, che avrebbe fatto dire al poco autoindulgente Bava «Io faccio solo merda» – eppure libero, visionario, estetizzante in forza dell’indomabile creatività del suo autore i cui migliori quadri hanno portato il nome dell’italiano dalle periferie dell’impero cinematografico al centro dell’antropologia creativa mondiale, al MoMa – Museum of Modern Art di New York -, massimo fregio per i cineasti di ogni tempo e luogo. Il dato cronachistico rimanda alla presenza in verbo dei Manetti Bros – proprio in questi giorni al cinema con il loro Diabolik -, ai quali il bel volume di Acerbo e Pisoni dedica alcune domande affatto banali, sul mondo di Bava e sul ladro in calzamaglia e che, almeno idealmente, li unisce all’illustre predecessore, ma ciò che – a detta di chi scrive – desta maggior confidenza con le cose della vita, sono le parole di Elena («Quando Mario aveva una preoccupazione lo si percepiva solo da una ruga che gli spuntava sulla fronte, tra le sopracciglia, perché non si sfogava mai, esternamene era sempre gentile») e Lamberto («Mio padre morì nel 1980, ma tuttora incontro gente che mi dice che era una persona meravigliosa, che aiutava la gente, che era un fine psicologo e riusciva a comprendere le persone attraverso il sorriso. Penso che il modo in cui sono andate le cose sia perfettamente adeguato al suo carattere. Solo che, forse, non voleva morire»). Elena e Lamberto, dunque. La memoria domestica e i Bava di poi, i figli del cineasta.

Kill baby kill! Il cinema di Mario Bava, a cura di Gabriele Acerbo e Roberto Pisoni, Edizioni Bietti, 420 pp. Con la prefazione di Joe Dante, uno studio accurato e una monografia di qualità.

 

Stefano Loparco ©NocturnoCinema gennaio 2022

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