"Vigilante". Cobra bianco, Cobra nero: i giustizieri di New York

Andrea Rurali
William Lustig n. 13/2020

Giustizia e vendetta. Attorno a questi concetti ruota il vasto immaginario tematico che ha segnato il repertorio cinematografico di un’epoca, dalla fine degli anni Sessanta fino al cuore pulsante degli Ottanta: un ventennio denso di storie e racconti, visioni e raffigurazioni incasellate nel cluster dei cosiddetti “vigilante film”. Lungometraggi, appunto, in cui i protagonisti vìolano la legge per compiere atti di rivalsa privata o follia (in)giustificata.

Occorre però tornare indietro nel tempo per intercettare le produzioni che, meglio di altre, rappresentano le correnti concettuali e i topoi del genere. Ne sono prova il belluino Django di Sergio Corbucci (1966) e l’eversivo Revolver di Sergio Sollima (1973), l’odissea solitaria del Taxi Driver di Martin Scorsese (1976) e il rivoluzionario Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah (1969): inalterabili veicoli di sopravvivenza, simboli di rottura e modernità, che rifiutano il calligrafismo per abbracciare la sostanza, la materialità dell’immagine, con le sue deformità estetiche che ne definiscono il carattere, la struttura, lo stile. Pellicole ruvide, torbide e granulose che parlano di sangue e tormento, terrore e devastazione, vuoto e ossessione. Opere ibride, di commistione, che trovano nelle defezioni organiche, nelle regolari imperfezioni, il loro punto di forza.

Vigilante si colloca perfettamente in questo microcosmo refrattario e iridato. Dalle derivazioni western alle incursioni nel noir metropolitano, dalle sfumature thriller alla sintesi del poliziesco con le sue affiliazioni action: il film di Lustig è per analogie l’anello di congiunzione tra Il giustiziere della notte (1974) e I guerrieri della notte (1979), un film che unisce l’essenza narrativa e reazionaria del primo e lo spirito incendiario e vibrante del secondo. Una lenta e graduale progressione di violenza ereditata dal cinema d’assalto, ma anche di fuga e di evasione, tanto cara a due artigiani autorevoli come Michael Winner e Walter Hill. Nel sentiero narrativo di Vigilante c’è un aspetto interessante, una peculiarità che lo rende intrigante, originale: è la costruzione della tensione, la gestione che ne fa Lustig calibrando messa in scena, regia e montaggio con intelligenza e grande senso del ritmo.

Inoltre c’è un fattore che incide sull’esito, la consistenza e l’identità dei “vigilante film”, apparentemente ambigui, cinerei, retrivi: è il pensiero che li anima, l’idea che muove la scrittura nel terreno della riflessione, la consapevolezza nella scelta di un preciso indirizzo etico e diegetico. Perché il cinema non è soltanto un semplice serbatoio di progetti, ma un mantra alimentato dalla coscienza, dalla volontà degli autori di fornire una visione personale e distaccata, assegnando le coordinate e le chiavi di lettura sociali e politiche per comprendere meglio l’attualità, gli eventi, il mondo.

Vigilante risponde a determinate istanze morali, schierandosi in difesa dei più deboli, degli impotenti colpiti dal morbo tossico della corruzione. E, ancora, degli indifesi di fronte a una prole di delinquenti in via di riproduzione. Lustig, che conosce bene i panorami suburbani di New York, tra i suoi angoli criminali e i piccoli ecosistemi clandestini, posiziona il suo cinema sull’altare dell’indagine, nel cono d’ombra dell’esplorazione, alla costante ricerca della verità. Quella più scomoda, ingarbugliata e spigolosa. L’intento non è di giudicare, di puntare il dito contro un colpevole, ma di far luce sugli eventi: il caso Marino – ex poliziotto a caccia degli assassini che hanno ucciso il figlio e seviziato la moglie – esemplifica il riscatto del proletariato nei confronti del capitalismo, dell’individuo verso il sistema, dell’ideologia in opposizione al pragmatismo e al compromesso.

Filtra uno sguardo cupo e sfocato tra le pagine del passato di Eddie, uomo che ha perso tutto e reclama giustizia. Ecco che la vendetta sembra essere l’unica via possibile, l’unico motivo per cui è necessario combattere, per cui vale la pena vivere o morire. Ed è proprio questa la cornice che tratteggia Lustig, incrociando politica e antropologia mediante la lente del giustizialismo, della rivincita e della falsa speranza.

Il regista non nasconde le sue intenzioni ma le espone da subito, le esibisce con chirurgica oculatezza e sensibilità nel trattamento. Non a caso Vigilante – nella versione italiana – si apre con un preludio a scorrimento verticale che recita: «Il film che state per vedere è la ricostruzione fedele di un clamoroso fatto di cronaca avvenuto a New York nel 1981. Il caso fu sepolto nell’archivio segreto della polizia federale perché giudicato “inquietante” nei confronti della pubblica opinione. Soltanto un anno dopo lo svolgersi dei fatti, l’ex poliziotto Eddie Marino raccontò ai giornali la verità…». In effetti della storia di Marino non c’è traccia: la fitta coltre dell’oscurantismo reaganiano insabbiò l’accaduto secretandone i dettagli, disseminando i resti della vicenda fra le latitudini e i misteri della Grande Mela, un luogo-non luogo circondato da luci e ombre, da un’ineluttabile nebbia che separa bene e male, civili ed emarginati, uomini ordinari e barbari dimenticati da Dio. Un universo liquido e manicheo, sospeso nel limbo dell’indifferenza, dove gang portoricane (su tutti quella del “Rico” Melendez) minacciano la vita dei newyorkesi godendo del favore di avvocati corrotti e ricattabili. Lustig dimostra coraggio a occuparsi dell’accaduto, non ha paura di scagliarsi contro i poteri forti, contro l’atteggiamento lassista e parassitario delle istituzioni. Perché come afferma Nick nel prologo motivazionale del film: «Qui i conti non tornano, qui funzionano solo le statistiche… abbiamo l’obbligo morale di difendere la nostra esistenza. Rivolete la vostra città? Riprendetevela combattendo».

Il Nick di Fred Williamson è un alfiere prometeico esiliato nel Tartaro di New York, un cobra nero che anticipa il suo personaggio di Bob Malone nella serie Black Cobra. A lui si affianca un gemello spirituale, il cobra bianco incarnato dall’Eddie Marino di Robert Forster. Due giustizieri in metamorfosi che, in sintonia con il loro animale guida, cambiano pelle, si rinnovano, spezzano la catena dell’iniquità con l’arma dell’azione indipendente. Che lottano e combattono a sostegno del progresso.

Con le sue atmosfere torbide e rarefatte, decadute e decadenti, l’opera adamantina di Lustig denuncia il paradosso della legalità, del conservatorismo, dell’immobilismo frenetico della giustizia. Vigilante è la cosmesi sporca della violenza, un tracciato tortuoso di dolore, rimpianti e ritorsioni in cui si consuma l’opuscolo di vendetta di un uomo accecato dalla rabbia ma determinato a completare il suo piano omicida, per difendere la memoria del figlio e lenire le proprie sofferenze.

 

CAST & CREDITS

Titolo originale: Maniac; regia: William Lustig; soggetto: Richard Vetere; sceneggiatura: Richard Vetere; fotografia: James Lemmo; montaggio: Larry Marinelli (come Lorenzo Marinelli); musiche: Jay Chattaway; interpreti: Robert Forster (Eddie Marino), Fred Williamson (Nick), Richard Bright (Burke), Rutanya Alda (Vickie Marino), Don Blakely (Prago), Joseph Carberry (Ramon), Willie Colón (Rico, come Willie Colon), Joe Spinell (Eisenberg), Woody Strode (Rake), William Lustig (uomo che esce dall’ascensore, non accreditato); produzione: Magnum Motion Pictures Inc.; origine: Usa, 1982; durata: 90’; home video: Blu-ray Blue Underground (import Usa), dvd Blue Underground (import Usa); colonna sonora: inedita.

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