Martino gioca d’azzardo. Film sospetti di un regista maggiorenne

Anton Giulio Mancino
Sergio Martino n. 5/2017
Martino gioca d’azzardo. Film sospetti di un regista maggiorenne

Nel 1975, quando arriva in sala La polizia accusa: il Servizio Segreto uccide, è scoppiato da un anno il caso Guido Giannettini.

Ripercorriamo i passaggi salienti della vicenda. Sul giornalista era stato emesso già dal 1973 un mandato di cattura. Il Sid, l’allora servizio segreto militare italiano, aveva provveduto a farlo espatriare per tempo, ad aprile, onde sottrarlo alle indagini dei magistrati milanesi sulla strage di piazza Fontana. Durante le perquisizioni del maggio 1973, erano stati rinvenuti in casa di Giannettini vari rapporti informativi del Sid, le cui copie risultarono anche in possesso di Giovanni Ventura, imputato insieme a Franco Freda nel processo per la strage. Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio aveva dunque chiesto chiarimenti in merito . Questa era stata la risposta del Sid: «La richiesta della S.V. verte su notizie da considerarsi segreto militare». A spiegare non che ruolo avesse avuto nella vicenda, bensì chi fosse esattamente Giannettini ci pensò direttamente l’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti – bontà sua – attraverso una clamorosa intervista concessa a Massimo Caprara e apparsa sul settimanale «Il Mondo» il 12 giugno 1974: Giannettini era un agente del Sid. L’opposizione del segreto militare, decisa nel corso di «un’apposita riunione a Palazzo Chigi», fu «un’autentica deformazione, uno sbaglio grave»: parola di Andreotti, che, preso atto dei commenti suscitati, si impegnò a rettificare nelle sedi competenti (quindi senza fretta) le curiose imprecisioni contenute nell’intervista. L’opinione pubblica a ogni modo era stata informata e l’intervista aveva fatto il suo dovere: far esplodere il caso Giannettini. Cosicche il 12 agosto di quell’anno l’agente segreto, messo con le spalle al muro, si consegnava all’ambasciata italiana di Buenos Aires e due giorni dopo rientrava sotto scorta in Italia, dove veniva arrestato. Il 16, 17, 27 agosto e il 5 settembre furono i giudici D’Ambrosio e Alessandrini a interrogare Giannettini nel carcere di San Vittore. E il 6 dicembre il capo del Nucleo operativo diretto dell’Ufficio D del Sid consegnava a D’Ambrosio la registrazione di Giannettini sui suoi rapporti con Freda e Ventura. Le bobine risalivano alla primavera del 1972.

In estrema sintesi, questa fitta cronologia costituisce l’ossatura di riferimento della trama di La polizia accusa, le cui riprese iniziano nel dicembre del 1974 quando Sergio Martino subentra al regista precedente in rotta con la produzione (non sappiamo però di chi si trattasse), per uscire in sala all’inizio di aprile dell’anno successivo. Tenendo conto della tempistica, questo risulta essere l’unico film italiano a recepire in tempo reale la vicenda – ricavandola dai giornali e da alcuni libri preziosi che a stretto giro riportavano atti processuali e documenti sensibili – per rilanciarla nei modi congeniali a Martino, sulla scorta di una sceneggiatura piuttosto informata dei fatti firmata dalla coppia di bravi giallisti Massimo Felisatti-Fabio Pittorru, insieme a Gianfranco Couyoumdjian.

Un film di genere, non c’è dubbio, con dosi massicce di azione e dietrologia ugualmente trasfigurate… proprio come viene deformata l’impressione di realtà attraverso l’uso degli obiettivi grandangolari cari al regista, le angolazioni vertiginose e poco naturalistiche o la macchina a mano. Del resto Martino, assecondato dall’operatore Giancarlo Ferrando, ha tutte le ragioni per deformare visivamente oltre che in chiave narrativa proprio tutto, secondo le regole del poliziesco a lui congeniali, che non escludono incursioni nel sottobosco altrimenti indicibile della politica occulta. Due anni prima aveva infatti diretto su questa stessa linea Milano trema: la polizia vuole giustizia (1973), in cui sottolineava come la strategia della tensione facesse leva su un’organizzazione specializzata in rapine in istituti di credito. In Morte sospetta di una minorenne (1975), scritto da Ernesto Gastaldi come Milano trema e immediatamente successivo a La polizia accusa è invece la gestione dei rapimenti a sorreggere anche dal punto di vista economico, con l’avallo di imprenditori di rango, il sinistro progetto eversivo di matrice neofascista. Nessuna esagerazione. Semplicemente Martino rincara la dose, desumendo i fatti dalle risultanze ufficiali e non, e stabilisce rapporti diretti, più evidenti e dinamici, tra le cause e gli effetti. Deformare dunque le prospettive, specialmente nel poliziesco e nel giallo, vuol dire per il regista sottolineare l’enormità altrimenti inenarrabile delle circostanze evocate. Come si è detto, anche Andreotti aveva parallelamente parlato di «deformazioni».

Denunciare queste compromissioni ai massimi livelli era allora una cosa solitamente considerata “di sinistra”. Più tardi, infatti, riguardando indietro Martino avrebbe avuto modo di definirsi «forse un po’ di sinistra», specificando poi che in La polizia accusa «c’era la storia delle bobine di Giannettini». Eppure il merito ulteriore non ancora riconosciuto a quest’ultimo film, concepito tra la fine del 1974 (messa in produzione) e il 1975 (distribuzione), consiste nell’avere provato anche solo ad azzardare un’ipotesi che senz’altro era nell’aria da tempo: un fantasma congetturale, una teoria tentacolare e incauta cui mancavano ancora conferme ed evidenze definitive… Qualcosa che, nonostante una serie di segnali premonitori e di avvisaglie, sarebbe stato scoperto, destando tardivo sconcerto, soltanto quindici anni dopo il film, con Andreotti presidente del Consiglio. Questa volta, dunque, Sergio Martino non riflette in tempo reale le notizie, ma ipotizza cinematograficamente l’esistenza concreta della struttura paramilitare denominata Gladio, dando un’idea plastica e visuale della situazione e dell’operato di questa e di un campo di addestramento simile a quello effettivo a capo Marrargiu-torre Poglina, in Sardegna, nella disponibilità stay-behind italiana.

Rispetto al più esplicito La polizia accusa, un film come Morte sospetta di una minorenne rischia di apparire meno addentrato nelle questioni scottanti, limitandosi a trasformarle in un pretesto per un giallo di impianto non altrettanto politico. In realtà il discorso su Morte sospetta di una minorenne è persino più complesso, complice una struttura testuale ricca di rimandi incrociati e allusioni importanti e programmatiche. Non dimentichiamo, infatti, la propensione – non soltanto di Martino, ma anche di molti registi che si sono cimentati in quegli anni nel giallo poliziesco – a occuparsi della complicità di politica, istituzioni e finanza nella destabilizzazione del Paese: pensiamo, per esempio, a Luciano Ercoli in La polizia ha le mani legate (1975), Stelvio Massi in Mark il poliziotto spara per primo (1975), Mark colpisce ancora (1976) e Poliziotto solitudine e rabbia (1980), persino Michele Massimo Tarantini in Poliziotti violenti (1976). L’utilizzo della figura del poliziotto come incarnazione dell’istanza conoscitiva – ossia della ricerca avventurosa e controversa della verità – non deve creare equivoci. Questi registi, per la maggior parte almeno, solitamente assegnano alla figura del commissario di polizia un ruolo che trascende l’esistenza di personaggi reali. Piuttosto egli diventa quello che Massimo A. Bonfantini, delineando il passaggio dal giallo al noir letterario sulla falsariga di Friedrich Dürrenmatt, Carlo Emilio Gadda e Leonardo Sciascia, definisce «l’eroe necessario, moralista inflessibile, impegnato nella sua intransigente battaglia contro il male». Un eroe alla Pietro Germi, regista e attore-personaggio intestardito nel far luce su circostanze molto poco chiare e molto aggrovigliate saldando, così, la logica politico-indiziaria che lega film come Gioventù perduta (1947), In nome della legge (1949), La città si difende (1951) e soprattutto Un maledetto imbroglio del 1959 (quest’ultimo anche interpretato in prima persona civile e morale) ad altri, diretti invece da Damiano Damiani con Germi protagonista feticcio, come Il rossetto (1960) e il sicario (1961). Abbiamo citato Germi. Non si può quindi dimenticare che il poliziotto poco incline alle regole e ai limiti imposti dal codice di procedura penale, il quale opera dapprincipio sotto copertura in Morte sospetta di una minorenne, fa di cognome appunto Germi. Un Germi tira l’altro, dichiaratamente. Se aggiungiamo che il nome del personaggio è Paolo il gioco risulta ancora più scoperto: l’iniziale “P” è la stessa di “Pietro”. Se si fosse chiamato direttamente Pietro Germi sarebbe stato troppo esplicito, del resto.

Ma il sistema interno di riferimenti incrociati per Martino non si esaurisce qui. La scelta di fare interpretare a Massimo Girotti l’industriale a capo dell’Anonima sequestri e del giro di prostituzione organizzato impone un richiamo capovolto al modello germiano di Gioventù perduta e In nome della legge. Va inoltre ricordato che La città si difende viene diretto da Germi su soggetto originale di Federico Fellini, Tullio Pinelli e Luigi Comencini, quest’ultimo dirottato come regista sul film Persiane chiuse (1950), che dapprincipio avrebbe dovuto dirigere girare Gianni Puccini. E non a caso Morte sospetta di una minorenne, proprio come il prototipo Persiane chiuse, comincia e si struttura seguendo la trama del di un losco e pericoloso giro di prostitute che conduce alla criminalità organizzata. Da Martino siamo quindi risaliti a Germi e di lì a Comencini. Il quadro d’insieme non sarebbe però completo se il riferimento a Comencini quest’ultimo non venisse a questo punto portato fino in fondo. Sempre in Morte sospetta di una minorenne la scena di Germi con il ragazzino sulle montagne russe rimanda, salvo per la svolta d’azione, a quella ugualmente vertiginosa del padre e del figlio nel finale di La finestra sul Luna Park (1957). Ovviamente non si tratta di una coincidenza, dal momento che Luciano Martino, produttore e fratello di Sergio, aveva collaborato alla sceneggiatura del film di Comencini. Morte sospetta di una minorenne ostenta infine un ulteriore richiamo a un film di Comencini del regista, A cavallo della tigre (1961), nella scelta di fare precipitare e morire il killer a causa del dal tetto apribile della sala cinematografica. Una coincidenza? Assolutamente no. Piuttosto una la consapevolezza di poter dire, attraverso un film commerciale e di genere, molte cose. Sul cinema. Sulla politica. Sulla politica attraverso il cinema. Di coincidenze e sottotesti, in tal (doppio) senso è fitto il tessuto di Morte sospetta di una minorenne, dove persino le sigle e gli slogan politici che si intravedono ovunque sono tutt’altro che casuali. Leggiamo «Fasci al rogo» all’interno della cabina telefonica da cui chiama la minorenne del titolo, scorgiamo i manifesti elettorali con scritto «Vota PCI» e «Vota comunista» quando il ladro si abbassa per rubare la radio portatile nell’automobile e distinguiamo, infine, graffiti che recitano «MSI a morte» su un muro o «Battiamo la DC e i fascisti» in un sottovia durante un inseguimento. Inutile a questo punto chiedersi il perché.

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