"Ultimo minuto". Azioni, reazioni, relazioni

Simone Emiliani
Pupi Avati n. 10/2019

Dal tavolo da gioco di Regalo di Natale (1986) al campo da calcio di Ultimo minuto (1987), che non sarà chiuso dentro una stanza, ma è inserito in un ambiente di provincia che appare parimenti claustrofobico. Più che le fasi di gioco contano le reazioni. Come spesso avviene nel cinema di Pupi Avati. Un’inquadratura sul volto, un sorriso amaro che nasconde inquietudine e disagio. Le azioni, durante i match, non si vedono. Prima ci sono il ritiro, le interviste post-partita con i risultati della squadra in caduta libera. Poi c’è la sfida decisiva contro l’Avellino. I giocatori vengono inquadrati, le loro maglie sono riconoscibili, ma non si vedono né la scena dell’espulsione, né il rigore sbagliato, né il gol in “zona Cesarini”.
Ultimo minuto è un film di reazioni. Eppure estremamente efficace, forse il miglior titolo italiano sul pallone seguito da Eccezzziunale…veramente di Carlo Vanzina (1982), L’allenatore nel pallone di Sergio Martino (1984) e Gli eroi della domenica di Mario Camerini (1953). Rispetto a questi, però, non è una commedia, bensì una parabola decadente. Un film sul calcio dal taglio introspettivo, dove contano prima di tutto gli stati d’animo dei protagonisti davanti ai fatti. D’altra parte, Regalo di Natale era un film introspettivo girato con la tensione di uno sportivo. Qui ci si trova di fronte a una molteplicità di sguardi convergenti sul campo. Il punto di vista del pubblico, di chi guarda, probabilmente è già svelato dalle foto in bianco e nero degli spalti sui titoli di testa, sottolineati con la musica che ripercorre il coro dei tifosi allo stadio di Riz Ortolani. Tutto, poi, è negli occhi di un immenso Ugo Tognazzi in uno dei suoi ultimi ruoli, tornato a lavorare con Avati dodici anni dopo La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1975). Il suo Walter Ferroni è sospeso tra immagine pubblica e dimensione privata. Direttore sportivo che ha dedicato se stesso alla squadra di calcio cercando di fare tutto il possibile per tenerla in serie A nonostante i problemi finanziari, vende il team a un ricco industriale locale, Renzo Di Carlo. Contrariamente a quello che si aspettava, viene messo da parte. I risultati però non arrivano e il nuovo presidente, contestato dai tifosi, è costretto a richiamarlo per cercare di evitare lo spettro della serie B. Il suo obiettivo è far fuori l’incapace allenatore e gestire soprattutto il caso spinoso di Boschi, unico giocatore di talento ma anche boyfriend di sua figlia Marta.
A oltre trent’anni di distanza, la nostalgia – elemento ricorrente nel cinema del regista – entra in maniera più forte. Retrospettivamente, il film è l’immagine del calcio di provincia oggi scomparso, con una gestione familiare prima che imprenditoriale, dove Ferroni appare sanguigno come presidenti tipo Costantino Rozzi dell’Ascoli o Romeo Anconetani del Pisa. Eppure Italo Cucci, co-sceneggiatore del film assieme ai fratelli Avati – allo script ha collaborato anche Michele Plastino, giornalista sportivo che si vede in un cameo durante un’intervista post-partita – ha affermato che la sua figura si ispirava a quelle di dirigenti come Italo Allodi e Luciano Moggi. La sua gestualità appare poi istintiva: il modo in cui saluta i tifosi all’uscita dell’albergo, il modo di fischiare in panchina come Giovanni Trapattoni. Il contributo dei giornalisti è stato certamente decisivo nel rendere Ultimo minuto estremamente realistico, con improvvise tracce noir nel modo di rappresentare il calcio-scommesse, tra le ombre della corruzione sugli spalti e nello spogliatoio. Ma prima della partita decisiva c’è una progressione narrativa il cui impeto proviene più da Fuga per la vittoria di John Huston (1981), dove il campo da calcio diventa(va) solo lo specchio per raccontare singole storie umane. Perché Ultimo minuto è anche un film sul riscatto. Quello del promettente Paolo Tassoni, che segna il gol decisivo in un’immagine che può andare in dissolvenza con il rigore parato da Hatch/Sylvester Stallone. O anche sulla ricerca disperata di un riscatto: Ferroni come Franco Mattioli (Diego Abatantuono, che qui interpreta un talent scout) in Regalo di Natale.
Il finale è incalzante. Come in un film sulla boxe. Perché si mescolano più voci. Dai protagonisti fino alla telecronaca alla radio, che carica la partita di enfasi e la mostra come una sfida all’ultimo sangue. C’è qualcosa di liberatorio, ma al tempo stesso di tragico, nell’immagine finale di Ferroni stremato in panchina, che poi si gira verso la tribuna e incrocia lo sguardo della figlia. Già, perché proprio nella dimensione più intima Ultimo minuto diventa un altro film, tremendamente nelle corde di Avati nel suo mettere a nudo legami e dissoluzioni familiari.
Tutto il rapporto tra Walter e Marta è presente in una sola inquadratura, quando lui la guarda furtivamente da lontano stringere in mano i negativi di fotografie compromettenti. E anche lo sfogo successivo della donna nella sua abitazione parte da lì, permettendo l’ingresso di un altro tema proprio del cinema di Avati: il rimpianto, il confronto tra le cose come sono andate e come sarebbero potute andare. Sembrano infatti esserci sempre delle altre possibilità nei personaggi del cinema dell’autore: molto spesso sono figure inizialmente pure, che tuttavia vengono contaminate dall’ambiente in cui si trovano. C’è chi, per esempio, cerca di tenersi a distanza ma poi rischia di sparire, come Luigi Stanzani nella banca in cui lavora in Impiegati (1985). Ferroni si porta addosso tutta la storia e le sventure della squadra di calcio. Ce le ha disegnate sul volto, si vedono negli occhi, il legame è epidermico. Di attrazione, repulsione. Ma, soprattutto, dipendenza. Basta osservare la sua espressione durante il raduno in cui presentano il nuovo presidente: lui dovrebbe stare in ombra, ma non ce la fa. È ai margini, anche se è dentro l’inquadratura, in attesa del passaggio di consegne con l’apparente riconoscimento, sottolineato dal motivo di Ortolani e dagli applausi. Sono questi gli istanti in cui è convogliato tutto il cinema di Avati: Tognazzi come provvisoria reincarnazione di Gianni Cavina, l’illusoria vittoria in un mare di sconfitte.
Ultimo minuto è infine anche un profondo film sulla solitudine. Ferroni è accompagnato soprattutto dai suoi fantasmi, spesso in solitaria o con pochi complici come il ragazzo dell’albergo, ancora una sublime danza di Nik Novecento. E in un dialogo tra i due, Tognazzi sembra prendersi Ferroni, con i cromosomi dell’Ugo Cremonesi di Primo amore di Dino Risi (1978). Anche lì era un personaggio in declino – ex comico di avanspettacolo in un ospizio per artisti – sempre sul crinale tra patetico e necessità di salvaguardare la propria dignità.
Nel dialogo con il ragazzo, però, c’è uno squarcio prorompente di pura commedia: «Quanti anni può avere un uomo più di una donna senza farsi ridere dietro?» – «Tre?» – «Ma vai a cagare».

 

CAST & CREDITS

Regia: Pupi Avati; soggetto: Antonio Avati, Pupi Avati, Italo Cucci; sceneggiatura: Antonio Avati, Pupi Avati, Italo Cucci; fotografia: Pasquale Rachini; scenografia: Giuseppe Pirrotta; costumi: Graziella Virgili; montaggio: Amedeo Salfa; musiche: Riz Ortolani; interpreti: Ugo Tognazzi (Walter Ferroni), Elena Sofia Ricci (Marta Ferroni), Diego Abatantuono (Duccio Venturi), Massimo Bonetti (Emilio Boschi), Lino Capolicchio (Renzo Di Carlo), Giovanna Maldotti (Egle Di Carlo), Nik Novecento (Nik), Marco Leonardi (Paolo Tassoni); produzione: Antonio Avati per DueA Film; origine: Italia, 1987; durata: 90’; home video: Blu-ray inedito, dvd Sony; colonna sonora: Cinevox.

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