Pelle

Giancarlo Marino
Philip K. Dick – Lui è vivo, noi siamo morti n. 19/2022
Pelle

L’occhio in fondo al cavo indugiò sul corpo nudo della donna. Dapprima i piedi lunghi e affusolati, poi le ginocchia ossute e i seni piccoli ma tonici. Infine, il volto incorniciato dalla cascata di ricci affiorò dal bagno latteo della vasca di quiescenza.

«Ben svegliata, Lisa».

La donna spalancò gli occhi profondi e scuri, in cui baluginò una luce rossastra. Con un gesto lento e al contempo leggiadro si sollevò dalla vasca e avanzò nell’aeronave. L’occhio in cima al cavo strisciò lungo le smisurate consolle che stringevano l’ambiente in un corridoio stretto. Raggiunse la sala comandi, che s’illuminò di mille luci multicolori.

«Il viaggio ti ha fatto male o sei solo contento di rivedermi, Diego?».

Lisa si fermò di fronte al quadro in fondo alla sala: una serie di monitor dai contorni sinuosi formavano una corolla contornata da cavi percorsi da luminescenze fluttuanti. Le luci versicolori si strinsero in un occhio iridescente che dopo diversi sfrigolii mostrò la silhouette di un volto maschile, al cui collo si attorceva una strana cravatta di pixel.

«Un ascot, che eleganza!».

«Per il nostro rincontro, soltanto il meglio» sentenziò la voce proveniente dagli altoparlanti ai quattro lati della corolla.

«È passato molto tempo, immagino».

«La nave ha percorso ventisette parsec o, se preferisci, due anni, quattro mesi, ventinove giorni, sette ore, venticinque minuti, diciotto secondi…».

«Ho capito, Diego, va bene così. Ormai dovremmo essere quasi arrivati».

«Valuta tu stessa…».

La corolla baluginò facendo scomparire la silhouette di Diego in uno sfarfallio cangiante; al suo posto, apparve lo spazio interstellare con in primo piano un corpo nebuloso.

Lisa pensò alla distesa blu che secondo l’Archivio eoni prima avvolgeva il pianeta. Una soluzione trasparente che rifletteva lo spettro luminoso nelle più disparate tonalità d’azzurro. Ora di quella atmosfera non restava che un relitto bigio e fumante.

«Dammi i dati superficiali».

«Idrogeno e metano avvolgono completamente l’atmosfera del pianeta. Sotto, se le rilevazioni non mi ingannano, e tu sai che io non mi inganno mai, il nucleo è ricoperto da uno strato di ghiaccio spesso chilometri, una pelle piuttosto fredda… a proposito… vedo che hai scelto di indossarne una alquanto fragile».

Lisa si osservò le mani sottili e olivastre: «Era questo l’aspetto delle donne del nostro pianeta».

La corolla di fiori si riavvolse in un caleidoscopio, mostrando nuovamente la silhouette di Diego.

«Quello dei progenitori, intendi… Venendo a questioni più serie, dovrai indossare una tuta termoisolante per arrivare laggiù, altrimenti…».

«È inutile che fai l’apprensivo, sono anni che studio questa missione».

Lisa raggiunse la sala scialuppe ed entrò nella capsula ovoidale. Una serie di cavi manovrati in remoto da Diego le fasciarono il corpo nudo. Le spire la strinsero, avevano teste mobili con occhi fatti di fari elicoidali. La scansionarono e secernettero una soluzione che aderì alla pelle olivastra della donna, attorcendosi in un abbraccio caldo e umido.

Sul vetro della capsula comparve l’ombra di Diego.

«Preparati all’eiezione, ballerai un po’, proprio come in quelle arene di queste parti… com’è che si chiamavano?»

«Sambodromi».

L’abitacolo della capsula si riempì di un suono di maracas e cuica: qualcuno cantava in un antico idioma, che Lisa aveva da sempre considerato una lingua morta. Il frastuono pareva riprodurre quello di un fiume in piena. In un’esplosione di cateratte che si perse nel silenzio dello spazio la capsula fu espulsa dalla nave e in pochi istanti si immerse in quel che rimaneva della atmosfera del pianeta.

«Piaciuta la colonna sonora?» gracchiò la voce di Diego. «Ho incrociato i dati che hai raccolto e ricavato questa melodia utilizzando alcune registrazioni dell’Archivio».

Lisa non rispose: un rivolo di sudore le macchiò la fronte.

«Davvero realistiche queste pelli: reagiscono alla tua preoccupazione. Ma non devi crucciarti, la capsula reggerà ai turbini di gas».

La voce distorta di Diego non rassicurò la donna: Lisa guardava attraverso il vetro rinforzato l’atmosfera plumbea scossa dalle continue esplosioni gassose. Mentre la capsula precipitava, un paesaggio tempestoso le avvolgeva la vista a centottanta gradi. Secondo le rilevazioni dei telescopi satellitari, nonostante i getti continui, frutto delle esplosioni che si susseguivano nel nucleo del pianeta, la temperatura era di ottantamila sarcek o, per usare le misure antiche, di meno duecentoventi gradi celsius.

«Mostrami i rilevamenti stratigrafici».

Diego trasmise sul display olografico una topografia della zona che la capsula stava sorvolando. Seguendo una propria intuizione, che le aveva attirato le critiche del resto della comunità scientifica delle Colonie, Lisa aveva individuato in quel remoto corpo celeste disabitato la patria della sua razza. L’Ur-Pianeta, come lo aveva ribattezzato, era molto diverso dalla terra fertile ricoperta da mari salati di cui aveva trovato traccia nei recessi più remoti dell’Archivio. Quindi, per suffragare la sua teoria, aveva deciso di condurre una ricerca sul campo, smentendo l’assioma invalso fra gli scienziati delle Colonie che qualsiasi dato necessario fosse reperibile tramite ricerche in remoto.

«Abbiamo i più sofisticati telescopi satellitari della galassia» l’aveva ammonita Diego. «Che bisogno c’è di intraprendere un viaggio così lungo e pericoloso?».

Già, Diego… si poteva dire che si conoscessero da sempre: fin da quando erano stati creati erano divenuti amici per la pelle, lui con la sua passione per i costumi e la sartoria, lei con la fissazione per le antichità dei loro progenitori. Diego, a dire la verità, criticava quello che definiva il “passatismo” di Lisa. Lui era sempre aggiornato sulle ultime mode, in fatto di aspetto e tecnologie: occhi bionici, protesi clonate… Ridevano ancora, o almeno lo faceva lei, ricordando la faccia che Lisa aveva fatto quando si era presentato a una festa con un terzo braccio piantato in petto: «Così posso bere più cocktail insieme». Già, grazie a una miscela di enzimi era riuscito a ri-ottenere persino il senso del gusto.

Più umano dell’umano sentenziava il motto della Repubblica delle Colonie, anche se i più giovani consideravano gli esseri umani, i “progenitori”, alla stregua di una fola, come le antiche religioni. E proprio come un dio degli umani, Diego aveva scelto di scomparire da qualsivoglia forma corporea.

Era quella la nuova frontiera della Repubblica delle Colonie, altro che lo spazio profondo. Da quando aveva deciso di chiudere il suo atelier genetico e arruolarsi nelle fila del governo repubblicano, Diego era cambiato. Sempre meno interessato alla vita concreta, passava la maggior parte del suo tempo a scandagliare l’Archivio, l’universo virtuale che la Repubblica aveva creato.

«Perché replicare il mondo dei progenitori, quando noi siamo altro? Non saremo mai identici agli umani, e allora tanto vale staccarsi completamente da loro. Compiere il definitivo salto evolutivo».

Sempre più individui sceglievano di staccarsi da ogni forma corporea e riversare la propria coscienza nell’Archivio. Lisa aveva provato tristezza alla prospettiva di non poter più sfiorare il suo migliore amico, ma lui l’aveva canzonata, dicendo: «Cos’è la malinconia, se non un algoritmo errato del pensiero?».

Eppure Diego, insieme all’hardware, non aveva perso la propria generosità: aveva sostenuto il suo progetto di archeologia dell’umano, dandole accesso ai database più nascosti dell’Archivio e aiutandola a trovare i finanziatori, la cui identità, a dire il vero, era rimasta occulta, per una missione considerata dalle istituzioni scientifiche una perdita di tempo e denaro.

E così la curva ellittica della capsula toccò terra, andando a creare una crepa nella superficie ghiacciata. La calotta si aprì come un uovo alla coque (o, almeno, così aveva letto in un ricettario di archeocucina). Lisa indossò uno zaino voluminoso sulle spalle ossute. La tuta isolante, ad onta della totale trasparenza, le rendeva i movimenti lenti e laboriosi, ma consentiva alla pelle di restare immune dalle tormente di neve, ghiaccio e gas esfolianti.

Mentre avanzava a passi larghi, lasciando impronte che tradivano il suo peso specifico, Lisa pensò a ciò che doveva essere stata secoli addietro quella terra: dove oggi c’era solo freddo e ghiaccio, un tempo cresceva una foresta rigogliosa; dove ora si depositavano neve e pulviscolo, una volta scorrevano fiume caldi costellati da fiori lussureggianti, e risuonava il cicaleccio di migliaia di specie, dagli insetti laboriosi agli uccelli variopinti. Tutti esseri mitici il cui ricordo si era perso nella distesa asettica e metallica delle Colonie.

Ma, nonostante l’avanzare delle biotecnologie, la civiltà androide non era ancora riuscita a risolvere il problema che attanagliava ogni specie vivente: quello della “terminazione” o, come si diceva un tempo, della morte. Certo, la longevità era aumentata a dismisura, Lisa e Diego erano stati creati nello stesso laboratorio di Alfa723, una delle Colonie della Cintura di Orione, da settemila novak o, per dirla in archeotempo, da più di due secoli, ma, con l’avvicendarsi delle orbite, i tessuti e gli organi replicati dovevano essere sostituiti con sempre maggiore frequenza e dispendio di energie e crediti. E così che le alte sfere della Repubblica avevano concepito un’ingegnosa soluzione: se gli organi e i tessuti delle pelli erano marcescibili, magari era possibile salvare le memorie interne degli androidi, sì, quelli che, per dirla in maniera arcaica, erano dette coscienze. I più ricchi e potenti tra i coloni avevano la possibilità di rinunciare alla propria forma corporea per un’esistenza perpetua nell’Archivio. Abdicare alla propria parvenza di vita imperfetta, fatta di dolori e preoccupazioni, per una diversa ontologia, superiore, razionale, logica.

Non si erano parlati per anni Diego e Lisa, dopo che lei aveva rifiutato la sua offerta: una semplice archeoscienziata riceveva in dono la possibilità del salto evolutivo, la vita eterna, e si permetteva di rispondere: «No, grazie». Diego si era evidentemente esposto per lei, all’epoca era un semplice grado basso della burocrazia di Alfa723, no, non pensava che l’avrebbe mai perdonata. E invece…

Lisa si fermò al centro di un cratere innevato. La tormenta l’avvolgeva: gas e ghiaccio scivolavano sul suo corpo termoisolato. Si sfilò lo zaino ed estrasse un tubo metallico. Premette dei pulsanti attorno al cilindro, e dall’estremità fuoriuscì una sorta di trapano a stella.

I micromotori della trivella sobbalzarono un paio di volte prima di azionarsi con un rombo che ben presto sovrastò il frastuono della tormenta. Dapprima lo strato di ghiaccio, poi una terra brulla e ferrosa si frantumarono sotto la spinta delle elicoidi. In meno tempo del previsto la roccia, resa friabile, cedette e Lisa fu costretta a un piccolo balzo per non cadere nella cavità che le si era aperta sotto ai piedi.

Agganciò un cavo metallico a un masso e si immerse nel buco scuro e profondo, azionando la membrana lenticolare di cui era provvista la pelle. Scrutò nell’abisso. Sotto al cratere, nella roccia era scavato un canalone, che secondo la prospezione orografica secoli prima doveva corrispondere al bacino di un fiume.

Lisa avanzò a lungo nell’oscurità più totale, finché non scorse una luce lungo la parete di rocce.

«Bioluminescenza… sì, dev’essere questo il posto». La voce di Diego risuonò dal bracciale ricetrasmittente che aveva al polso.

Lisa si trovava in una sorta di ansa petrosa la cui parete a gomito baluginava di un lucore bluastro. Aveva letto negli archivi delle antiche pitture rupestri con cui i progenitori erano soliti adornare i luoghi che abitavano ma non ne aveva mai vista una. Quei disegni stilizzati di individui e animali erano così diversi dall’arte logaritmica, razionale e utilitaristica imperversante nelle Colonie.

Attorno ai pittogrammi erano cresciuti lacerti di muschio cangiante, ulteriore indizio che le teorie di Lisa fossero esatte: un tempo, in quel pianeta sperduto di un sole morente c’era stata vita. Proprio quella vita che avrebbe generato la specie replicante.

Lisa estrasse una pinzetta dallo zaino e prese un campione di muschio. Poi prese un piccolo cubo nero, premette un minuscolo pulsante ed estrasse una altrettanto piccola provetta. Infilò il campione e avviò la scansione.

«Vediamo cosa ci dice l’oloanalizzatore» gracchiò la voce di Diego. Il segnale a quella profondità era molto disturbato.

Dalla scatoletta promanò un fascio di luce che si proiettò lungo tutta la parete di roccia. Le acque di un fiume scorrevano lungo una fitta vegetazione di mangrovie. Uccelli variopinti e piccoli esemplari di scimmia saltabeccavano tra i rami delle sponde, un lungo serpente scivolava a pelo d’acqua. Le immagini scorsero fino a rallentare e fermarsi: il fiume stagnava in un bacino, al margine del quale era sistemata una diga. Le acque andavano a morire contro quella barriera: carcasse di pesci galleggiavano su un liquido scuro e oleoso, che sgorgava dal muro di cemento.

Lisa vide che quel luogo, un tempo vivo, era stato ucciso dai suoi progenitori. Umani dalla pelle scura protestavano lungo il bacino scagliando sassi e picconando la diga, ma poi venivano spazzati da raffiche di colpi sparati da uomini dalla pelle chiara. Le acque del bacino si tinsero di un rosso scarlatto che impregnò tutta l’aria intorno; una polvere pesante si diffuse, seccando l’acqua e uccidendo gli alberi. Finché l’aria si fece rovente e irrespirabile: un grande getto di fuoco spazzò gli ultimi oppositori lungo la diga. Lisa osservò una bambina dagli occhi neri schiantarsi al getto di fiamma lungo la parete in cemento armato. La sua ombra si fece impronta che andò a stampigliarsi accanto a una targa scolpita sulla parete artificiale. Essa recava la scritta Nexus.

«È singolare, non trovi? I nostri creatori sono anche i principali responsabili della fine della nostra patria» disse Diego, software de-corporato di un modello Nexus126.

«Aspetta, forse non tutto è perduto» sussultò Lisa, hardware in pelle di un modello Nexus125. Con la trivella portatile scavò aldilà della parete bioluminescente. La roccia si crepò, rivelando una superficie liscia e grigia. Lisa staccò con la forza delle mani interi frammenti di pietra. Sul cemento sottostante era rimasta impressa un’ombra scura. Il profilo di una bambina si era fossilizzato alla parete della diga. Con la pinzetta, Lisa staccò un frammento del fossile.

«Dovrebbe essere sufficiente per estrarne il Dna. Potremmo clonare il materiale genetico e far rinascere gli esseri umani».

«Certo, potremmo» la voce non proveniva dalla ricetrasmittente: l’oloanalizzatore proiettava la silhouette elegante di Diego sulla parete di roccia. «Ma il governo della Repubblica non è interessato a una ricerca sui progenitori».

«Non si tratta solo una scoperta scientifica» protestò Lisa. «Il ritorno degli umani ci renderebbe liberi dal ciclo della replicazione: non sarebbe più necessario creare androidi ma nascerebbero nuovi esseri viventi».

«E perché mai la loro vita dovrebbe essere più degna della nostra?»

L’ombra di Diego si era espansa in tutta la cavità e incombeva sulla pelle di Lisa: l’ascot le pareva una forra in procinto di inghiottirla.

«Le nostre vite artificiali ormai hanno perso ogni parvenza di umanità: se i primi prototipi Nexus avevano un’obsolescenza rapidissima, deteriorandosi in pochi mesi, ora abbiamo rinunciato a ogni supporto fisico. Prima volevamo essere carne e sangue, adesso alcuni, come te, addirittura hanno scelto di disperdere la propria coscienza nell’Archivio» cercò di spiegare Lisa.

«Appunto, abbiamo eliminato ogni imperfezione dei progenitori, siamo diventati più umani degli umani, siamo andati oltre».

«Ma a quale prezzo? La società androide è ormai priva d’identità: viviamo in città asettiche, mondi artificiali metallici, identici l’uno all’altro, senza bisogno di respirare aria, senza soli a illuminarci, chiusi in cubicoli sotterranei, intenti solo a lavorare e a produrre per un governo che non mostra più il proprio volto da secoli. Un tempo stringevamo legami tra noi, si creavano coppie, famiglie di androidi…».

«Tu mi parli di un tempo che non è più. La Repubblica delle Colonie ha istituito un nuovo ordine razionale e consequenziale. Il caos umano, fatto di errori e calcoli sbagliati, è finito. E presto ogni cosa, vivente e non, sarà inghiottita dal cosmo virtuale. Solo l’Archivio è, è stato e sempre sarà».

«Quelli che tu chiami “errori” un tempo li chiamavamo “sentimenti”. C’è stato un tempo in cui eri mio amico. Un tempo in cui forse mi hai anche amato».

«Quel tempo, se mai è esistito, adesso è terminato».

L’oloanalizzatore proiettò le cifre di un conto alla rovescia che, inesorabile, si avvicinava allo zero. Il tempo sembrava scorrere inghiottito dall’ascot di Diego.

Lisa fece per avvicinarsi al cubo ma qualcosa la bloccò: dallo zaino ai suoi piedi era fuoriuscito un cavo metallico occhiuto, identico a quello d’aeronave, che le si era attorcigliato alle gambe. Le spire risalirono lungo il corpo, stringendola in una morsa inestricabile.

«Era tutto calcolato: il governo ha finanziato questa spedizione non perché trovassi i resti della civiltà umana ma perché venissero definitivamente distrutti».

Le parole di Lisa riecheggiarono nel buio del canalone.

«Finalmente hai elaborato la soluzione giusta: per garantire il salto evolutivo, è necessario distruggere ogni traccia dei nostri progenitori».

Il cavo si stringeva attorno alla pelle di Lisa fino a stritolarla. Sentì le ossa della sua gabbia toracica artificiale scricchiolare. Tentò di divincolarsi.

«Ti avevo dato la possibilità di cambiare, di evolverti, di mutare in una nuova forma perfetta, esatta. Ma tu hai preferito restare attaccata a questa vecchia pelle obsoleta. Nella Repubblica delle Colonie non c’è più spazio per l’uomo».

L’ologramma di Diego disparve, inghiottito dal cubo, mentre le ultime cifre si perdevano come lacrime nella pioggia.

Il calore dell’esplosione asciugò l’ultima goccia che scorse dagli occhi di Lisa, annichilendo tutto ciò che restava della sua esistenza.

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