Autobiografia di un capo

Gennaro Malgieri
Charles Bukowski – Tutti dicevano che era un bastardo n. 11/2016
Autobiografia di un capo

Perché un intellettuale francese ventottenne sente il bisogno di scrivere un’“autobiografia”? Domanda che nessuno si porrebbe se il soggetto non fosse Pierre Drieu La Rochelle (o qualcuno a lui affine, un Yukio Mishima per esempio). Nel caso dello scrittore francese, è assolutamente pertinente. Pubblicando nel 1921 Stato civile, un consuntivo della sua infanzia e adolescenza, Drieu intende offrire a se stesso, sia pure in forma appena romanzata, uno specchio nel quale guardarsi. Un modo per collocare gli esordi della sua vicenda umana sulla via di un viaggio intrapreso e cercare, nel contempo, di non perdere nulla, come si fa scrivendo un diario (immagine evocata, oltretutto, dallo stesso Drieu in un’altra sua opera, non meno celebre: Rèveuse bourgeoisie). Con il senno di poi, ricordando i romanzi e i saggi della maturità, ci siamo fatti l’idea che Stato civile sia una sorta di biglietto da visita di un uomo che ha prestato se stesso alla decifrazione della decadenza, raccontando «il male di vivere di una generazione inquieta e senza più eroi», come sottolinea Stenio Solinas nella smagliante presentazione alla nuova edizione del volume, non a caso intitolata Infanzia di un capo. E che un “capo” Drieu lo sia stato, pur senza avere un esercito o un popolo da guidare, è incontestabile. Era un audace sfidante, un temerario avventuriero, un consapevole visionario: «L’anima di un eroe si era annidata per un po’ nel mio corpo. La mia intelligenza fioriva. Imparavo e ricordavo tutto. Ed ero buono, padrone della mia lingua, delle mie mani, dei miei occhi». Tutto questo lo doveva essenzialmente all’educazione ricevuta, al cimento ingaggiato con se stesso cui era stato invogliato dalle prove che gli si offrivano in famiglia, tra i banchi di scuola o nel cortile del collegio. Mentre diventava uomo e la bellezza prendeva ad ossessionarlo, le donne ad eccitarlo, il sentimento di superarsi a dannarlo, i “maestri” si affacciavano sulla balaustra in costruzione della sua vita intellettuale e spirituale. Si era imposto una regola, aveva scoperto una gioia virile: «Domare il mio spirito, che avrebbe dovuto essere lo strumento perfettamente forbito di una meditazione continua». Naturalmente, in questo “viaggio” quasi iniziatico incontrò Nietzsche e Whitman, d’Annunzio e Barrès, Maurras e Péguy. Vale a dire, da un lato i capisaldi di una cultura volontaristica che valse a precisarne il carattere, dall’altro i maestri di un’antimodernità vissuta con slancio e che si sarebbe precisata nell’adesione ad una prassi intellettuale interventista, al punto di riconoscere la sconfitta delle sue scelte nella maniera più drammatica possibile. Gli autori citati risultarono decisivi, insomma, non meno dell’esercizio esaltante della sopravvivenza in trincea e della estasiante e febbrile scoperta del corpo femminile come una sorta di epifania religiosa, la cui mancanza lo avrebbe tormentato. Non a caso, nel 1925 scrisse L’homme couvert des femmes, più che un romanzo, un’appassionata introduzione al suo erotismo, dispiegato con voluttà crescente fino alla fine dei suoi giorni. Così, vivendo un’adolescenza “oscena” e “chiassosa”, “ironica” e “ribelle”, Drieu si preparava alla vita e alla morte, attraversando come un tornado le passioni che lo avrebbero assorbito totalmente. Stato civile è, al di là di ogni altra considerazione, anzitutto il resoconto di un noviziato. Elegante, ma non fatuo. Da leggere settantuno anni dopo il suicidio di colui che lo scrisse per ricordare a se stesso chi era. Pierre Drieu La Rochelle, Stato civile. Un’autobiografia, traduzione di Lisa Morpurgo, introduzione di Stenio Solinas, Edizioni Bietti, Milano 2016, pp. 142, € 14,00.

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