Chi salverà il calcio dall’avidità globalista?

Gennaro Malgieri
4-4-2 – Calciatori, tifosi, uomini n. 14/2019
Chi salverà il calcio dall’avidità globalista?

In qualsiasi stadio europeo metta piede, mi accade di sentirmi estraneo allo spettacolo che si sviluppa sul campo. Non riconosco più i calciatori come protagonisti delle squadre nelle quali militano. La stragrande maggioranza di loro non ha niente a che fare con le nazioni che li ospitano; i club che li pagano profumatamente non sono nemmeno sfiorati dal dubbio che l’appartenenza nazionale sia il fondamento della costruzione comunitaria calcistica, i cui elementi prevalenti sono i giocatori, i tifosi e la società. Pertanto, la vittoria o la sconfitta è percepita semplicemente come una sorta di agonismo senz’anima, sostenuto dagli spiriti elementari della contrapposizione passionale ma agnostica. Certo, il calcio nasce come sublimazione sportiva di un patriottismo innocuo, che non scade nella follia dell’odio tra contrapposte fazioni, ed è sempre stato comunque mitigato dall’innesto in ogni compagine di alcuni elementi extra-nazionali che spesso cambiavano nazionalità, diventando “oriundi”. Oggi è impossibile, in Italia come altrove, vedere formazioni composte soltanto da calciatori appartenenti alla stessa nazione; accade anzi, al contrario, che su undici non più di due o tre (ma spesso nessuno) lo siano. In Italia il fenomeno è più pronunciato che altrove, e lo scadimento della nazionale azzurra ne è la diretta conseguenza. Se i migliori – o alcuni di essi – giocatori stranieri militano nel campionato italiano, è fatale che impediscano a chi italiano lo è di nascita di poter emergere. Togliendo il posto agli autoctoni, i campioni importati impoveriranno anche le rappresentative nazionali.

Il fenomeno migratorio dei calciatori è tra i più preoccupanti. A suon di milioni di dollari ed euro le nazioni perdono i loro campioni, mentre club, giocatori e procuratori si arricchiscono. È l’effetto collaterale più macroscopico della globalizzazione del calcio. Quattro anni fa, la disfatta delle squadre sudamericane in Brasile si spiegò così. È l’avvilente condizione che si vive in alcune nazioni europee – in Italia in primo luogo – dove i vivai non esistono quasi più, mentre si fa spazio a presunti campioni, pagati poco (tranne alcuni, ovviamente) o acquistati attraverso scombinate operazioni di mercato (prestiti onerosi, svincolati, a cui offrire uno stipendio) che bloccano la crescita di giovani talenti. È fin troppo evidente che un tale stato di cose non garantisce a chi è chiamato a selezionare i “nazionali” di poter avere a disposizione non più di trenta elementi per costruire una squadra con qualche ambizione.

Dalla massiccia migrazione calcistica deriva l’irresistibile omologazione nel modo di concepire il gioco: quasi tutti i protagonisti giocano più o meno alla stessa maniera, gli schemi adottati sono prevedibili e ripetitivi. La bellezza della differenza che un tempo, per esemplificare, faceva di quello brasiliano il più spettacolare calcio del mondo, si è dileguata. Il contrasto tra avversari, esaltato dai dribbling funambolici o dalle giocate geniali, è retaggio di un passato ormai lontano. Quando a qualcuno riesce di saltare l’uomo, il cronista di turno grida quasi al miracolo.

La Germania, che pure aveva capito prima di altre compagini come adeguandosi ai modelli globalisti sarebbe giunta la fine, vi pose rimedio una quindicina d’anni fa, ma non aveva previsto che il massiccio inserimento di elementi stranieri nelle squadre di club avrebbe finito per sortire lo stesso effetto. La “macchina tedesca” ha girato a pieno regime per pochi anni, per poi capitolare. Finché erano pochi gli stranieri nella Bundesliga, il meccanismo funzionava; poi si inceppò: il sistema d’importazione globalista ebbe la meglio.

La “rivoluzione conservatrice” tedesca – calcistica, s’intende – era iniziata dopo le molte disfatte seguite alla vittoria del Mondiale italiano nel 1990, quando cominciò l’esaurimento della potenza germanica sui campi di calcio, e si concretò a partire dal 2006 con l’avvento di Jürgen Klinsmann, già fuoriclasse dell’Inter dal 1989 al 1992, e Joachim Löw alla guida della nazionale. L’esaurimento è stato inevitabile dopo la conquista del Mondiale del 2014. In Europa non c’è nessuna nazionale che brilli come un tempo. Un mediocre calcio figlio di club – i cui proprietari, tra i maggiori, non sono neppure europei – dove militano giocatori di tutto il mondo mina il principio nazionale che dovrebbe essere alla base del movimento calcistico.

Il tempo eroico del football è dunque definitivamente alle nostre spalle? Sembra proprio così. Non ci rimane che contemplarlo.

1. Le “ombre” di Barbosa a Varela

«Nunca mas», mai più. Sessantotto anni fa i giornali brasiliani titolarono con queste due eloquenti parole il giorno dopo la disfatta della Seleçao ad opera dell’Uruguay. Il capitano della “Celeste”, Obdulio Varela, che aveva guidato la sua squadra a un’impensabile vittoria conquistando il secondo titolo mondiale, da quel 16 luglio 1950 non fu più lo stesso. Di fronte all’esplosione del dolore di un popolo, si sentì quasi in colpa per averlo provocato.

Gli dèi del pallone che talvolta si nascondono nei recessi più impenetrabili della foresta amazzonica gli misero addosso una maledizione dalla quale il mite, saggio e onesto Obdulio non si riprese mai.

Così come non si riprese dall’accusa di non aver parato i micidiali tiri di Schiaffino e Ghiggia il grande portiere Moacyr Barbosa Nascimento, che fino alla sua morte, il 7 aprile 2000, si sentì come un esule in patria. È stato uno dei migliori portieri della storia brasiliana, insieme con il mitico Gilmar, ma non vide più la nazionale dopo quel giorno maledetto. Visse nell’indifferenza generale e, quando cercò di far visita ai giocatori del suo Paese prima della partita con l’Italia a Pasadena nel 1994, fu brutalmente respinto all’ingresso del “ritiro”.

Soleva dire che soltanto per lui in Brasile non c’era perdono. E pensare che non aveva nessuna colpa. Una tragedia: forse gli spiriti del futebol per qualche istante si distrassero e volsero lo sguardo altrove, lontano dal Maracanà. Friaca, autore del primo e unico gol brasiliano, pianse a lungo. Come i suoi compagni di reparto, un attacco atomico: Zizinho, Ademir, Jair e Chico. Sugli spalti dello stadio appena inaugurato gli spettatori cadevano come mosche. Fuori qualcuno moriva.

Sessantotto anni fa una partita di calcio divenne un sacrificio collettivo. La nazione s’identificava con il calcio ed il calcio era la nazione. Come soldati a Salamina, i brasiliani nelle vesti dei Persiani sconfitti da Temistocle non ebbero la forza di reagire e ripiegarono nella sofferenza, fino al 1958, quando in Svezia sorse una nuova stella: un ragazzo che non aveva ancora compiuto diciotto anni. Si chiamava Edson Arantes do Nascimento, il mondo lo avrebbe conosciuto ed osannato come Pelé. Con lui si poteva finalmente intraprendere la lunga strada della rinascita.

Sessant’anni dopo il Brasile è profondamente cambiato. I suoi campioni se ne sono andati; i ragazzi dalle favelas raggiungono Londra, Parigi, Roma, Milano, Madrid e Barcellona. Si ritrovano in poche occasioni; non si conoscono. Fanno parte di una stessa nazionale senza saperlo, soltanto per via del passaporto che hanno in tasca. E questo non accade soltanto in Brasile, ovviamente.

La qualità del gioco, rispetto ad alcuni decenni fa, non è più la stessa. Meno spettacolare, più opportunista. E le differenze che esaltavano sono saltate. Si va veloci, ma non sempre l’intelligenza dei piedi coincide con quella della testa. Più o meno tutti giocano alla stessa maniera – il che non vuol dire giocare bene. Alcune nazionali eccellono su altre, è indiscutibile, ma lo standard medio è tutt’altro che spettacolare, proprio perché manca chi fa la differenza.

Abbiamo conosciuto grandi stagioni dominate dai brasiliani, ancor prima dagli uruguaiani, poi dagli inglesi (che hanno vinto meno di quanto avrebbero potuto, guardando comunque gli altri con quella superiorità che ritengono acquisita per aver inventato il football); quindi è stata la volta di olandesi, argentini e francesi. Gli italiani, mai originalissimi e tutt’altro che inclini a creare una “scuola” (anche se il “catenaccio” e il “contropiede” sono state a lungo specialità della casa), hanno comunque segnato più di un’epoca e furono sorprendenti nelle due Coppe Rimet vinte prima della Seconda Guerra Mondiale, come nei due Mondiali conquistati nel 1982 e nel 2006. Gli spagnoli si sono inventati un modulo originalissimo costruito più che sui fuoriclasse – a differenza dei sudamericani e, per una breve stagione, degli olandesi – su un “collettivo” formato dall’integrazione dei due grandi blocchi di Real Madrid e Barcellona.

Gli africani, che promettono da anni di farci vedere cose mirabolanti, si sono europeizzati: i migliori talenti senegalesi, ivoriani, egiziani, camerunesi, ghanesi e algerini militano infatti nelle blasonate squadre spagnole, italiane, francesi, inglesi e tedesche, dove hanno assimilato modalità interpretative del football proprie del Vecchio Continente. Ed hanno perso la loro negritude, come diceva il poeta statista Léopold Sédar Sengor, l’anima che muove il cuore, la testa e i piedi. Un’anima, ovviamente, non assimilabile.

Insomma, se tutti giocano alla stessa maniera, cioè mediamente bene, tranne alcuni fuoriclasse, ciò dipende dall’europeizzazione del calcio che, sostanzialmente, esprime moduli utilitaristici veloci e aggressivi, ma poche di quelle incoraggianti tecniche individuali che da sempre esaltano un gioco fatto soprattutto d’invenzione. È un prodotto della logica del profitto, che sta dietro investimenti faraonici legati – per quanto possa sembrare bizzarro – alla multinazionale impalpabile e invisibile del “pensiero unico”.

Nel nostro Continente milita oltre l’ottanta per cento di coloro che hanno preso parte agli ultimi due Mondiali. Sono i club, dunque, a favorire l’omologazione e, nello stesso tempo, a spegnere i fuoriclasse che ci sono, ma che – si converrà – neppure possono essere paragonati a quelli di un tempo, intorno ai quali si costruivano le squadre e che spesso, da soli o quasi, erano in grado di risolvere partite impossibili o “fabbricarne” alcune perfette. Ciò si può anche accettare, ma non implica che il calcio sia migliorato complessivamente. Al contrario, si è appunto globalizzato negli stili, negli atteggiamenti, nelle pretese, come se parlasse un linguaggio universale. È la fine delle passioni febbrili che si traducevano nella supremazia delle nazionali sui club.

2. Il calcio di José Leandro Andrade, mito esemplare

Il calcio non vive più né di sogni né passioni collettive, ma di mercati. Da questi dipendono gli entusiasmi, le “volontà di potenza” reali o immaginarie; dagli investimenti discendono stadi vuoti o pieni. E gli oligarchi che governano il movimento finanziario-sportivo sanno come manovrare le folle per far dimenticare gli interessi che amorevolmente e cinicamente curano. Un Mondiale, di questi tempi (vedremo cosa succederà in Qatar nel 2022; i padroni del calcio si sono già venduti i diritti televisivi e si giocherà a mezzogiorno, con quarantadue gradi all’ombra, in stadi probabilmente “raffreddati” dall’aria condizionata…), non è soltanto una vetrina di stelle, vere o presunte, ma soprattutto lo specchio nel quale si riflette l’immagine deformata di uno sport nato povero, praticato da spiriti semplici ma geniali. Almeno fino ad un certo punto della storia.

Chi ricorda più, tanto per fare un esempio che ci riporta ad un football lontano, José Leandro Andrade? Era il mediano della nazionale uruguaiana, aveva ventinove anni quando si aggiudicò la prima Coppa Rimet, nel 1930, dopo aver vinto tre Coppe America e due Olimpiadi. Lo chiamavano maravilla negra: bello, statuario, elegante e poverissimo. Cominciò a giocare per una bottiglia di vino e un po’ di cibo.

A Parigi nel 1924 conobbe Joséphine Baker, con cui ebbe una torrida relazione, ma restò il ragazzo umile di Salto e Montevideo, l’anima del Bella Vista, del Nacional e del Peñarol. Non divenne ricco, né barattò il proprio genio con contratti milionari: il calcio era tutto, ma le donne gli piacevano almeno quanto la musica che ispirava i suoi passi in campo. Assistette ai Mondiali brasiliani del 1950 e portò fortuna alla “Celeste”. Poi il silenzio scese su di lui. Non volle fare il musicista, l’allenatore o il reporter. Cullò un sogno, il futebol, “aiutandosi”, fino a perdersi, con l’alcol.

Nel 1956, il giornalista tedesco Fritz Hack lo cercò nei bassifondi di Montevideo, per intervistarlo. Rispose alle domande attraverso sua sorella. Fu l’ultima volta che si seppe qualcosa di lui. Venne trovato morto il 4 ottobre 1957, in una lurida strada della capitale uruguaiana, stretto ad una scatola di scarpe contenente tutte le sue medaglie. Era il tesoro che gli restava, il solo che non avrebbe mai ceduto, più prezioso della sua stessa vita, strappatagli dalla tubercolosi. La gloria di Andrade era tutta in quei pezzi di metallo un po’ scuriti che oggi sembrano risplendere nei cieli sudamericani, dove il calcio diventò, un tempo lontano, poesia.

Chi avrebbe mai immaginato, solo trent’anni fa, che il calcio sarebbe diventato la tomba della fantasia? Chi avesse avanzato l’ipotesi di una simile catastrofe antropologica sarebbe stato ritenuto folle. Ma, nei fatti, lo sviluppo del movimento calcistico ha portato alla desertificazione dell’inventiva, il mercatismo ha avvolto come una gigantesca piovra il mondo del football. Nei suoi tentacoli sono finiti i sogni dei ragazzini che vorrebbero diventare Messi o Ronaldo, come una volta Maradona o Platini e prima ancora Rivera o Mazzola, Garrincha o Pelé, Piola o Meazza. O come la giovanissima anglo-indiana, Parminder Nagra, protagonista di Sognando Beckham (Bend It Like Beckham), film-culto del 2002 diretto da Gurinder Chadha e interpretato, tra gli altri, da Keira Knightley e Jonathan Rhys Meyers: fu il primo film occidentale trasmesso dalla televisione nordcoreana.

Tutto è profitto, gli spazi dell’irreale si sono ristretti. Al bazar dello sport non c’è una sola bancarella su cui storie esemplari, esercizi di ammirazione, entusiasmo gratuito e passioni innocenti vengano esposte come una volta. Quando, per esempio, correndo dietro ad un pallone, in strada, nei parchi o negli oratori, si poteva immaginare di diventare, se non proprio campioni, almeno onesti calciatori. E la fantasia accompagnava progetti di gloria, piccoli o grandi, che crescevano fino a quando la palla rotolava negli improvvisati spazi nei quali ci si alimentava di leggende che, domenica dopo domenica, prendevano forma sui campi di calcio veri.

3. Se il football diventa un’altra cosa

Il football è diventato un’altra cosa. Raccoglie comunque sterminate masse di appassionati, soprattutto fruitori di spettacoli televisivi finanziati da miliardari che segnano avventure e disavventure di società calcistiche, ma i giovanissimi non si formano più come possibili protagonisti in quelle palestre di spontaneità che erano rettangoli o quadrati sbilenchi, segnati da poche cose raccolte qua e là per delimitare le porte e talvolta gli angoli. Nell’improvvisazione nascevano gli “eroi” che occupavano le menti e i cuori di fanciulli e adulti.

Adesso le scuole di calcio impongono imperiosamente – a genitori perlopiù abbacinati dal mito di un successo a portata di mano per i propri figli – regole e comportamenti che il mondo dei bambini non capisce e mal sopporta. Si fa credere, dall’alto di un business inimmaginabile fino a pochi anni fa, che basta frequentare una di queste scuole, che spuntano come funghi soprattutto nelle grandi città, per avere concrete possibilità di affermazione, all’esoso prezzo della sottrazione della felicità a adolescenti che vorrebbero guadagnarsi il loro effimero, ma quanto radioso, momento di gloria, come accadeva prima che il calcio diventasse un’industria, divertendosi, dispiegando il loro naturale entusiasmo. Costretti, come fossero adulti in miniatura, a studiare schemi e tattiche, li si fa rinunciare alla gioia di rincorrere un pallone da mettere in rete perché prigionieri di regole che non formano, ma intristiscono. Osservateli nelle patetiche competizioni a cui danno vita: non hanno la gioia dipinta sui volti, lanciano sguardi preoccupati a manipolatori di coscienze, ma anche di membra in formazione, cercando approvazione o schivando plateali disapprovazioni che finiscono per condizionarli. Macchinette inceppate avvolte in improbabili divise copiate dai grandi club…

Non sembra che da quando le scuole di calcio spopolano siano venuti fuori campioni come quelli ricordati. Se avremo nuovi Maradona o “replicanti” di Falcao e Platini, quasi certamente non usciranno da lì. È quanto sostiene con convinzione ed argomentazioni assolutamente fondate un padre ravveduto, Stefano Benedetti, che in un libretto eloquentemente intitolato Sognando Messi. La verità sulle scuole di calcio (Edizioni Dissensi, 2016) ha messo il dito nella piaga dell’origine del malcostume calcistico, la cui dilatazione economico-politica è destinata a costruire leggendarie ambizioni nel governo calcistico e molte illusioni nelle squadrette che cercano di mantenersi in vita con poco o niente. Le scuole di calcio, segmento dello sport curiosamente poco indagato dai media, hanno pressoché gli stessi denominatori comuni: inadeguatezza del personale tecnico, improvvisazione nei metodi di allenamento quasi sempre copiati da quelli di allenatori affermati, il profitto economico quale fine da perseguire.

Criticare un metodo o uno strumento non vuol dire denigrare lo sport e segnatamente il calcio che, specie in Italia, è la passione nazionale primaria. Ci mancherebbe altro. Ma occorre aver riguardo di quelle che dovrebbero essere le aspettative comuni, non soltanto di chi se lo può permettere, nel favorire l’espansione del movimento calcistico: in questo senso, la funzione dello Stato dovrebbe essere centrale, mentre le società, di professionisti o dilettanti, si dovrebbero attrezzare per immettere nei loro ranghi ragazzi che dimostrano di avere attitudini e talenti da far valere. Come accadeva una volta, quando osservatori attenti li prelevavano dalla strada, dagli oratori o dalle palestre pubbliche e private per il classico “provino”. Nei lontani anni dei babyboomers, allorché nei paeselli del Mezzogiorno, ma anche nel Nord agricolo del Paese, qualcuno veniva adocchiato da società le cui squadre militavano in serie D o nell’Eccellenza o in Promozione, e diventava un personaggio da imitare o invidiare.

Le cose sono cambiate. Alle scuole di calcio viene demandata, pagando profumatamente, la formazione di “campioni” che difficilmente diventeranno tali. È la strada più breve, o almeno ritenuta tale da genitori condizionati da un imponente apparato pubblicitario, che non guardano più alla possibilità del gioco praticato gratuitamente, esaltazione ludica per eccellenza; pur di innamorarsi del miraggio coltivato a fini di realizzazione sociale (quale scandalosa perversione!), si fanno volentieri spennare nella certezza, malriposta, che prima o poi saranno ripagati. Ma i bambini possono farsi incantare dal 4-3-3, dal 4-2-3-1 o altre diavolerie del genere? I ruoli sono fatti per le competizioni, cui partecipano squadre strutturate in formazione; il gioco non può essere ingabbiato in logiche per adulti, insomma. È quantomeno diseducativo.

Oltretutto, avere a che fare con i bambini implica una severa pratica pedagogica. Benedetti osserva: «Uno degli effetti più ricorrenti è l’allontanamento progressivo dall’attività sportiva da parte dell’adolescente che identifica tale attività esclusivamente con quella fin lì svolta, fatta di regole assurde, pareri poco autorevoli sulle sue performance, esclusioni, mortificazioni della sua fantasia, invadenza spropositata dei genitori». Un quadro desolante e preoccupante.

Sarebbe bene chiedersi, dunque, quali sono i risultati utili o almeno positivi prodotti dalle numerose scuole. E non sarebbe male censire i campioni o i talenti da esse usciti negli ultimi anni. Dovrebbero domandarselo le strutture pubbliche, a cominciare dalla Fgci, ma anche quelle più generalmente formative, come la scuola, da cui dovrebbero nascere progetti educativi finalizzati all’affermazione in campo sportivo piuttosto che quell’esile, quando non dannosa, ora di educazione fisica settimanale.

Ma l’orizzonte pubblico è talmente affollato di problemi che quelli connessi al rapporto tra sport e giovani generazioni non vengono presi seriamente in considerazione. Del resto, i tanti ministri dello sport e della gioventù che abbiamo visto succedersi dagli anni Settanta in poi non sembra abbiano lasciato molto in eredità. Le scuole di calcio, imprese ad alto reddito, suppliscono a deficienze politiche. Dovremmo gioirne?

Non è vietato sognare Messi, ma ci piacerebbe che i bambini di oggi lo facessero come noi sognavamo Sivori e Charles, correndo dietro ad un pallone nelle sconnesse aree della nostra felicità, un paradiso – diciamocelo francamente – perduto per sempre.

4. Ma il calcio non è soltanto uno sport

In vista delle qualificazioni mondiali, i club, nelle mani di affaristi apolidi, continueranno a concedere (quando non a negare) di malavoglia i loro giocatori alle nazionali. Temono infortuni, disagi, perdite di tempo. Una volta erano orgogliosi di avere i propri gioielli tra i convocati delle rappresentative dei vari Paesi. Oggi è una scocciatura che può mettere a repentaglio il fatturato. Tuttavia, non si possono sottrarre. E, sia pure con un groppo alla gola e qualche apprensione, sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco: partita dopo partita, la tribù globale del calcio internazionale si ritrova così in un qualche angolo del mondo dove celebra i propri fasti in uno scenario planetario condizionato da grandi affari economici e finanziari. La passione dei poveri mortali alimenterà uno dei più ricchi business della storia.

Il Mondiale di calcio, tuttavia, è un fenomeno contagioso. Un grande spettacolo. Indipendentemente dalla qualità: l’attuale presidente della Fifa vorrebbe allargare la platea dei partecipanti a quarantotto squadre. Una storia infinita e di scarsissimo livello agonistico, tranne che per una decina di partecipanti. Si fa illudere che ci sia gloria per tutti, ma la gloria frutta denaro, e perfino chi è consapevole di arrivare ultimo si adatta al ruolo in cambio di milioni di dollari.

Dal 1930, in ogni continente, nonostante il mercatismo trionfante, o forse proprio grazie ad esso, continua a crescere il numero degli adepti che s’identificano con il football alla stregua di una religione profana. Una religione dai costi altissimi e dalle rese economiche ancora più alte. Un affare incalcolabile fondato sul primordiale istinto dell’antagonismo che diviene, in alcuni deprecabili casi, feroce, incontrollabile e assoluto. Come in tutte le tribù, il “nemico” è sempre da abbattere: nel calcio vige la stessa regola, e i riti che esso propone sono vere e proprie cerimonie belliche spinte da pulsioni che si potrebbero definire “politiche”, officiate da quei “militi” bonari e appassionati, barocchi e un po’ cialtroni, quando non delinquenti veri e propri, che sono i tifosi. Organizzati più o meno per bande, riproducono sul piano sportivo la logica del clan, della fazione, del gruppo organizzato secondo regole ferree che rimandano a schemi e modelli politici di tipo tradizionale; negli stadi celebrano i loro trionfi “patriottici”.

Allo stadio il clan si difende, talvolta in modo violento, per affermare la propria identità. Il tifo è l’esplicitazione di un legame con qualcosa di vivo, concreto, tangibile come può esserlo soltanto una “fede”. Inconsciamente, nel sentirsi “parte”, il tifoso manifesta il bisogno di riconoscersi in una comunità. E se la famiglia si sfalda, la patria viene negata, la tradizione misconosciuta, cos’altro resta se non l’elementare legame con una squadra? Il calcio è dunque l’ultima manifestazione della politicità inconscia che vive nel profondo di ognuno; quando assume dimensioni gigantesche, come la disputa della Coppa del Mondo, diventa la sublimazione di una “confrontazione” planetaria che vede addirittura aree del Pianeta osservare i movimenti “delegati” dalle nazioni ai loro rappresentanti in campo, come in una sorta di “guerra asimmetrica”.

L’irresistibile “calcistizzazione” che ha ormai contagiato tutti gli strati e i ceti sociali si spiega con un’inconscia e primordiale “spinta comunitaria”, uno dei fondamenti (forse il più importante) della “nuova” politicità, trascendente le forme tradizionali legate a partiti e movimenti, che si va affermando ovunque. Del resto, i toni stessi dei linguaggi calcistici esplicitano il bisogno di aggregazione e, di conseguenza, identificazione del “nemico”. Essi esprimono in egual misura aggressività e conservazione, secondo un codice politico-militare che il giornalismo specializzato enfatizza e ripropone. Allo stadio, dunque, si è amici o nemici, e se la simulazione riesce, poco male: i dolori cominciano quando la politica delle parole cede a quella dei gesti. L’avversario, purtroppo, è una categoria che esiste soltanto nelle buone intenzioni di chi commenta le partite il giorno dopo, ma dalle innumerevoli stazioni radiofoniche, vere e proprie centrali di comando degli ultras, provengono inequivocabili incitamenti alla demonizzazione dell’altro.

C’è di più. Il clan necessita di punti di riferimento che la squadra non è in grado di rappresentare. Una società calcistica è costituita da tanti soggetti tra i quali il tifoso vuole individuare il leader, più o meno carismatico, come insegnava Max Weber, che sia allo stesso tempo trascinatore, difensore dei diritti del clan e liturgicamente accondiscendente ai voleri del suo popolo. Il clan e il capo sono due categorie eminentemente “politiche”, mentre lo stadio, bacino di energie catalizzate dove ci si affronta secondo regole condivise, è il luogo nel quale l’antagonismo si esprime al meglio, tanto sulle tribune quanto sul campo di gioco. Se poi si considerano, oltre a quelli televisivi, gli enormi interessi finanziari che si muovono attorno al calcio, è impossibile non concludere che esso produca campagne aggressive anche in merito al posizionamento di gruppi economico-finanziari nella scalata a posizioni diverse di potere.

Al di là della spettacolare bellezza che eccita le folle, insomma, il calcio è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Comprendere cosa c’è dietro significa sezionare i meccanismi di potere, le soggettività conflittuali, le ansie, i sentimenti – come il rancore e la rivincita –, un caleidoscopio di umanità che si nasconde dietro allo sventolio di bandiere e ai pronunciamenti militaristi dei fans e dei dirigenti delle società calcistiche che animano quello che (forse impropriamente) è considerato lo sport più bello del mondo. Ci si accorgerà, accostandosi a tutto ciò, che lo sport – il calcio, in particolare – sta assumendo le fattezze di un “destino politico” del quale non sappiamo quanti sono consapevoli, frastornati dai pittoreschi rituali delle tifoserie e dalla retorica giornalistico-televisiva.

Al di là dei sociologismi necessari per capire un fenomeno planetario, credo che il calcio sia essenzialmente un’estetica dell’anima, forse la più riuscita in tempi moderni, capace di mettere assieme sensibilità profonde che non hanno confini: da qui la sua intrinseca “politicità”.

Uno dei più acuti e brillanti studiosi del fenomeno calcistico contemporaneo, Giancristiano Desiderio, che al football ha dedicato riflessioni filosofiche straordinariamente originali, in uno dei suoi libri sull’argomento, Il divino pallone (Vallecchi, 2010), ha opportunamente scritto: «Il calcio, come la filosofia, è materia delicata e infiammabile. Va maneggiato con cura. Praticato in un regime di libertà, è quello che tutti considerano semplicemente un gioco, un passatempo, una distrazione. Praticato in un regime di illibertà rivela tutta la sua carica umana. Praticato in un regime totalitario diventa a tutti gli effetti un gioco pericoloso. Per i dittatori che se ne vogliono impadronire, la palla è la manifestazione del gioco e il gioco è, per definizione, senza controllo, perché nessuno lo può possedere senza vederselo annullare nelle sue tracotanti mani. La palla deve essere giocata. Su un campo di calcio, lo si voglia o no, c’è in gioco la vita. Il calcio è implicitamente una critica del potere perché il gioco non ha padroni e nasce solo là dove c’è pluralità ed esperienza dei singoli giocatori. Solo chi è affetto da un delirio di onnipotenza può credere di controllare il gioco». Se la “politicità” del calcio è incontestabile, è pur vero che esso sfugge a chi se ne vuole appropriare per farne uno strumento propagandistico: accadde nel 1978 in Argentina, la cui nazionale vinse il Mundial, ma nessuno pensò di glorificare il generale Jorge Videla per questo.

Il calcio, depurato da tutte le incrostazioni mercantili e dall’utilizzo che il potere è tentato di farne, è semplicemente una delle manifestazioni moderne della cultura dei popoli, soprattutto di quelli che sono alla ricerca di un protagonismo mai avuto: guardo alcuni disegni giovanili del grande scrittore Henry de Montherlant, leggo le vecchie poesie di Umberto Saba e quelle nuove dello straordinario poeta del calcio Fernando Acitelli, mi soffermo sulle pagine di Osvaldo Soriano e ripenso a miti che non ritornano, da Garrincha a Maradona, passando per Pelé e Sivori, incantatore di serpenti e di portieri. Poi, mi do pace davanti all’incanto di un divino soffio di forza e bellezza evocatomi dal discobolo di Mirone, il quale eleva a eroe l’atleta, uomo potente orgogliosamente consapevole di avere un’anima.

No, il calcio non è soltanto uno sport. E non è una questione tra le altre, che si esaurisce nei bar.

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Nel calcio s’intrecciano oggi le linee di forza del nostro tempo; talvolta vi si palesano le sue fratture, i suoi non-detti. Ecco perché il quattordicesimo fascicolo di «Antarès» è dedicato [...]
Nicolas Winding Refn

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Inland n. 4/2017
Perché Nicolas Winding Refn? La risposta è semplice: perché, piaccia o no, è un autore che, più di altri, oggi ha qualcosa da dire. Sebbene sempre più distante dalle logiche [...]
Michele Soavi

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Inland n. 6/2018
Il nuovo corso di INLAND. Quaderni di cinema, inaugurato dal numero #5, dedicato a Sergio Martino, è contraddistinto da aperture al cinema italiano, al passato, a trattazioni che possano anche [...]

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“L’opera di Spike Lee ha molto da dirci e tutti possiamo impararvi qualcosa, almeno a guardare oltre l’apparenza”. Da sempre li chiama “joint” i suoi film, Spike Lee: termine di uso comune nel linguaggio americano per la sigaretta di hashish o marijuana, la “canna” diremmo noi, al punto che nei suoi titoli di testa appare sempre con fierezza la scritta “A Spike Lee Joint”. Ma il joint di Spike Lee non c’entra nulla con tutto questo, egli ha da sempre ripudiato l’uso di qualsiasi droga, va bensì inteso come “comune”, un’unione di forze che non riguarda solo il regista ma tutta [...]
Spike Lee, il regista afroamericano di film cult come Fa' la cosa giusta, Malcolm X e La 25a ora (primo film girato a New York dopo l'11 settembre), è autore dall’ironia caustica e intelligente: il suo cinema dall’andamento altalenante, che alterna grandi successi ad altrettante clamorose rovine, è in grado di osservare come pochi altri la complessa società americana, attraversata da conflitti, contraddizioni, pregiudizi, questioni razziali e di gender. L’ultima fatica di Spike Lee, BlacKkKlansman, è stata osannata da pubblico e critica, ricevendo il Gran Prix Speciale della Giuria a Cannes 2018 e il Premio del Pubblico al Festival di [...]