«La Confederazione Italiana»: Eliade, il fantastico come liberazione

Mircea Eliade
2016-01-21 08:40:14
«La Confederazione Italiana»: Eliade, il fantastico come liberazione

Accanto alla sua più nota attività di storico delle religioni, il professor Mircea Eliade si è dedicato nel corso degli anni alla stesura di una ricca produzione narrativa, dando alla luce capolavori come Un’altra giovinezza (reso cinematograficamente da Francis Ford Coppola in un film che regge il confronto con l’originale), Notti a Serampore, Signorina Christina e Diciannove rose. Direttamente collegati alle sue ricerche, non sono gli esercizi letterari di un Eliade “minore”. Anzi. Nel suo Mircea Eliade esoterico (Settimo Sigillo, Roma 2008) Marcello de Martino scrive che la narrativa di Eliade, insieme ad altre opere non saggistiche, come diari e interviste, contiene testimonianze ulteriori rispetto alle opere principali. Un interesse – anche di tipo operativo – emanerebbe da questi racconti. Punto di vista non nuovo, già messo in luce da Ioan Petru Culianu, che nel suo pionieristico studio dedicato al maestro (Mircea Eliade, Cittadella, Assisi 1978) sottolineò la dimensione intimamente iniziatica della sua narrativa. Lo stesso Culianu, tra l’altro, non era affatto a digiuno di produzioni narrative nelle quali esprimeva con maggior libertà rispetto alla saggistica le proprie dottrine. I racconti raccolti ne Il rotolo diafano (Eliot, Roma 2010) sono solo la punta di un iceberg che comprende romanzi, come Hesperus, purtroppo ancora inedito in lingua italiana.

Tornando a Eliade, egli stesso era stato piuttosto esplicito a riguardo, indicando più volte (come nella conclusione di Mito e realtà, ma anche nei suoi dialoghi con Claude-Henri Roquet raccolti nel volume La prova del labirinto) nella letteratura fantastica l’erede degli antichi miti, e affermando come essa si facesse testimone del bisogno di iniziazione proprio all’uomo moderno.

Una delle caratteristiche fondamentali della narrativa eliadiana risiede nella pluralità di dimensioni – non meramente narrative ma ontologiche – che vi s’intersecano, si sovrappongono, spesso dialogando tra loro, irrompendo le une nelle altre, generando sbigottimento nei protagonisti come nei lettori. In un battibaleno mutano le coordinate geografiche, fisiche ed esistenziali, e la narrazione prosegue su un altro piano. Queste rotture di livello sono spesso introdotte da piccoli particolari – eventi imprevisti, parole dette dalla persona sbagliata nel momento sbagliato, ma anche mutamenti paesaggistici inaspettati. Come accade, ad esempio, nelle Notti a Serampore: un viaggio notturno in macchina si trasforma nell’apertura di un varco dimensionale, che dissolve le barriere tra passato e presente. I protagonisti si perdono in una foresta, lungo una strada percorsa altre mille volte. Ma ora è diverso: d’un tratto, il percorso acquisisce fattezze ignote. Le piante che i nostri eroi intravvedono non dovrebbero, né potrebbero, trovarsi lì. Questo smarrimento è il prologo di un autentico viaggio nel tempo, il cui mistero non verrà risolto nemmeno al ritorno, dai servi, che non hanno partecipato alla bizzarra scampagnata. Costoro giurano di non averli visti uscire di casa. È stato, insomma, un viaggio interiore, sconosciuto a chi non l’ha affrontato, a chi è rimasto al di qua della barriera spazio-temporale. Chi ha ragione? Entrambi, ma su piani differenti, incomunicabili tra loro. Solo Budge, il padrone di casa, dirà agli amici: «In mezzo ai boschi dove avete girovagato stanotte i serpenti da tempo non mordono più». Sembra di sentire Jünger, quando scriveva che vi sono domini oltre il muro del tempo nei quali le forbici perdono il filo. E non è un caso che, proprio riferendosi a questo racconto, Eliade avesse confidato a Roquet di credere «alla realtà delle esperienze che ci fanno “uscire dal tempo” e “uscire dallo spazio”». Il mistero s’infittisce, sino a rimanere irrisolto. In fin dei conti, i viaggiatori sono partiti oppure no? Eliade rimane sul vago, alludendo a un’operazione tantrica compiuta da un professore nel cuore della foresta, la quale avrebbe generato un campo energetico nel quale i nostri eroi si sarebbero imbattuti, fino a essere risucchiati al suo interno. Ma un colpo di scena finale riapre la partita.

Questa sospensione del giudizio sul reale è presente in tutta la narrativa di Eliade. Non fanno eccezione piccoli capolavori come Il segreto del dottor Honigberger o Andronico e il serpente, e nemmeno i tre racconti appena raccolti per Bietti nel volumetto Dayan, tradotto e curato da Horia Corneliu Cicortaş (pp. 300, € 16,00). Non è il primo testo dell’autore pubblicato dalla casa editrice, la quale, dopo aver esordito nel 2013 con Salazar e la rivoluzione in Portogallo e un fascicolo della rivista «Antarès» dedicato a Il paradosso romeno, sta per dare alle stampe la raccolta di tutte le opere teatrali dello storico delle religioni.

Tre racconti della maturità, ambientati nell’Europa della Cortina di Ferro, dove una calma apparente cela trame e complotti, spie e, soprattutto, un occhiuto controllo di tutto e tutti, secondo quell’ansia del controllo totale propria a ogni totalitarismo. È in questo scenario che hanno luogo le peripezie dei protagonisti, insieme a quelle degli agenti della «Securitate», i tristemente noti servizi segreti di Ceausescu, che sono preposti al loro controllo.

Ebbene, i primi vivono tutta una serie di esperienze che i secondi non riescono a comprendere. Avventure che riguardano domini scientifici (il teorema di Gödel, insieme alla leggendaria equazione ultima che Einstein avrebbe rivelato a Heisenberg sul letto di morte) come tradizionali (Parsifal e il Graal, ma anche Ahasverus, l’Ebreo errante); passeggiate per una Bucarest popolata di sogni e rovine che durano giorni e notti, mentre il protagonista crede di essere stato assente per poche ore; camion carichi di persone che scompaiono misteriosamente dopo un tornante; parole misteriose – «all’ombra di un giglio, in Paradiso» – che schiudono l’accesso a dimensioni ignote; misteriosi messaggi criptati nelle pagine di quotidiani contenenti citazioni di Confucio, dei Vangeli, di Gandhi…

Esperienze che strappano i protagonisti alla normalità di regime, laddove gli agenti ne sono tagliati fuori. Invano tentano di spiegare in termini razionali quelle esperienze. Sennonché, di volta in volta, una serie di fatti misteriosi irrompe nel mondo reale, rompendo le uova nel paniere di chi si affida solo alla concretezza per decifrare il reale. Questi grigi burocrati sono i prototipi dell’uomo moderno, ateo, scientista e materialista. Esiliato dalla dimensione mitico-archetipica dell’esistenza, non è in grado di capirla e la nega risolutamente, oppure la interpreta con le proprie categorie, finendo per travisarla del tutto. Ma anche nel cuore notturno della storia può accadere il miracolo: alla fine di ogni capitolo, gli agenti sono costretti a ripartire da capo. L’Esterno ha di nuovo fatto irruzione nel mondo reale, scompaginandone l’assetto. E ci sono più cose nel mondo di quante ne ammettano le filosofie – tutte le filosofie – umane.

La pluralità dei piani dell’essere che fa da sfondo metafisico alla narrazione acquisisce in questi tre racconti una valenza spiccatamente politica. Hannah Arendt scrisse che il segreto di ogni totalitarismo risiede nella riduzione della realtà a una dimensione aliena a quella reale, che viene negata. Il trionfo di un’immaginazione ctonia, luciferina e deviata… Parole che impressionarono Philip K. Dick, spingendolo a scrivere The Man in the High Castle (da cui è stata recentemente tratta una splendida serie, diretta da Ridley Scott e prodotta da Amazon), tradotto in italiano come La svastica sul sole. Nazisti e giapponesi han vinto la Seconda Guerra Mondiale, spartendosi il suolo americano. Ma ecco circolare un documento, che testimonia una storia alternativa, nella quale l’Asse ha perduto la guerra. Il regime ovviamente dà la caccia a chi possiede questo documento, perché la realtà deve essere una, e una soltanto – poco importa sia reale o immaginaria. È in fondo lo stesso spirito che anima gli agenti dei racconti eliadiani, i quali non possono accettare che vi siano dimensioni nelle quali l’uomo è libero dai vincoli omicidi dei quali essi si fanno alfieri e appendici. Anche perché la dimensione che essi rappresentano e difendono è altrettanto fantastica di quella vissuta dai protagonisti. Lo sanno bene, e hanno paura che altri possano scoprirlo. Al pari di quella creata dall’operazione tantrica nelle foreste vicino a Serampore, la loro realtà è fittizia e dispone di un valore unicamente intrinseco. Con la sola differenza che il tantrismo praticato dal professore del racconto eliadiano ammette diversi piani della realtà, laddove la Realpolitik comunista vive nel costante terrore che gli uomini possano ricordare di non ridursi ad atomi sociali o meccanismi di produzione.

Ma ecco irrompere l’inaspettato, il misterioso, che forza il limite imposto dal regime, aprendo squarci luminosi su un’altra realtà, disegnano nuove geografie spirituali nelle quali libero è solo colui che non si esaurisce nell’attualità. Chi ha ragione, insomma? Gli inquirenti o i sospettati? Quale piano della realtà è più “vero” degli altri? Eliade non ci dà una risposta definitiva: chiudendo la narrazione trattiene il respiro, e noi con lui. Perché fino a quando questa risposta non verrà data sarà possibile l’esercizio della libertà, dello spirito, con buona pace di chi vorrebbe ridurre la realtà, la storia e l’uomo a una sola dimensione.

 

(Andrea Scarabelli, «La confederazione italiana», 21 gennaio 2016)

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