Absentia. Fenomenologia del venir meno al mondo

Elvira Del Guercio
Mike Flanagan n. 16/2023

L’esordio ufficiale di Mike Flanagan è una storia di fantasmi. Di apparizioni e presenze ectoplasmatiche che si celano dietro una parete o alla fine di un tunnel oscuro e interminabile; di non-morti che continuano a perseguitare la vita e gli incubi di chi cerca di sbrigliarsi da un orrendo passato; di figure al contempo oniriche e reali, la cui sostanza va a sovraimprimersi creando ancora un’altra immagine, più indefinita e fumosa.
Il “mostro” messo in scena da Flanagan in Absentia (2011) si nutre di questa ineffabilità, o meglio, immaterialità: è un rumore sinistro, un sibilo, urla sommesse, un crepitio fastidiosissimo. Contrazione di un male endemico. Perché, sette anni più avanti, queste voci ancora risuonano. Tricia continua ad affiggere manifesti e volantini speranzosa che suo marito Daniel possa ritornare a casa. Daniele che era scomparso misteriosamente molto tempo prima, senza lasciare traccia, nel silenzioso quartiere di Grendale, in California. I suoi resti non sono mai stati ritrovati e per questo l’uomo viene dichiarato dead in absentia, morto in assenza.
Che Flanagan sia ossessionato da tutto l’universo semantico e tematico che sta dietro alla figurazione del fantasma – o alla sua idea fondante, cioè che qualcosa ritorni ciclicamente – lo dimostra quasi ogni tassello della sua filmografia: da Absentia agli adattamenti seriali tratti da Shirley Jackson ed Henry James, passando per Ouija. L’origine del male (2014) e Il gioco di Gerald (2017). La predilezione per questo tipo di immaginario si concretizza poi in specifiche soluzioni di stile che, in Absentia, pur essendo a uno stato embrionale e alle prese con ristrettezze di budget, riescono a esercitare un certo potere evocativo. Flanagan infatti ha già ben chiaro un approccio registico e stilistico, le apparizioni dei suoi fantasmi non vengono circoscritte né spazializzate – al contrario di quanto avviene, ad esempio, ne il Il giro di vite. Se nella novella Henry James caratterizza Peter Quint e Ms. Jessel con una nettezza di contorni e forme impressionanti, affidandosi al potere evocativo di  elementi ricorrenti (una scelta ripresa, in modo particolarmente efficace, nell’adattamento filmico Suspense [1961] dove Jack Clayton insiste sull’abito nero e lo sguardo vitreo di Ms. Jessel), nel Bly Manor di Flanagan invece gli spettri sono quasi sempre sfuggenti: si manifestano sotto forma di metonimia, quando l’istitutrice si guarda allo specchio, attraverso i rumori, i gemiti, le urla.
Questo modo di sentire e filmare il fantasma ha inizio proprio in Absentia, nel quale – da un lato – Flanagan riesce a far sembrare la presenza orrorifica agente attivo senza che trapeli nulla delle sue intenzioni, mentre – dall’altro – lascia supporre che l’ambiguità di queste apparizioni possa racchiudere un senso secondo. Tanto che, con la loro allusiva essenza liminare, gli spazi scelti e trattati per le apparizioni fanno pensare ai luoghi interstiziali in cui si colloca l’Odradek kafkiano. Come Odradek, il mostro ha qui un’esistenza e uno statuto alquanto inconsistenti, incerti, e la sua presenza tra le mura domestiche è anch’essa episodica; te lo trovi tra i piedi quando meno te l’aspetti, anche se non è proprio un familiare, né tantomeno un animale addomesticato: ha un che di selvatico, come se la sua provenienza non fosse del tutto casalinga, pur trattandosi di un qualcosa che sta in quella casa da tempi immemorabili, e in essa non ha mai trovato una precisa collocazione.
Del resto la casa è lo spazio (canonico) dell’incontro-scontro tra questa creatura mostruosa e le persone – Daniel, Tricia e poi sua sorella Callie – che a poco a poco assorbe. Se nelle dimore di ascendenza gotica il male trapelava dalla conformazione stessa dello spazio domestico, in Absentia Flanagan recupera l’idea della casa come luogo infestato conferendole un significato diverso. L’abitazione di Tricia è simile a qualsiasi altra casa limitrofa, perfettamente inserita nella weirdness della provincia americana che il regista vuole evocare. Non ha segni caratteristici né inquietanti, ma è proprio tra le sue mura e i suoi spazi chiusi che si consumano le prime sparizioni, come se ci fosse una specie di collegamento, un portale, tra la casa e il tunnel a pochi passi.
C’è quindi il racconto intimo di una perdita, in Absentia. Ma anche una riflessione in filigrana sul concetto di sparizione e su che cosa voglia dire pensarne l’ontologia sul finire degli anni Dieci (il film è del 2011).
La dicotomia sparizione-presenza è un’ossessione occidentale, fa parte della nostra cultura, perché ci rimanda al rapporto con la morte e alla scomparsa per antonomasia; in modo particolare negli Stati Uniti, dove il caso più evidente di sparizione traumatica è quello delle Torri Gemelle (contesto nel quale sono stati anzitutto i corpi, di molte delle vittime accertate, a venire meno, a mancare alla presenza dei loro cari, interferendo così in assenza con i processi di elaborazione del lutto). In tal senso, l’horror di Flanagan va a incidere su questa zona d’ombra concettuale – ma mai puramente astratta, le sue ricadute sul contesto psichico e storico del tempo sono evidenti – con uno stile e un impianto che anticipano di alcuni anni il modo in cui il cinema horror Usa riuscirà a intercettare e dare forma cinematografica a questa fenomenologia dell’assenza. È una creatura indefinita e invisibile quella che perseguita i protagonisti di Absentia. Salta il paradigma della localizzazione fobica (oggi processo portato a compimento, se pensiamo a un film come It Follows di David Robert Mitchell [2014]) e l’esperienza d’angoscia è più acuta perché non si riesce a individuare precisamente l’elemento perturbante.
L’elaborazione del lutto, quindi, è solo uno dei tasselli del racconto, che va a toccare sia le corde più fragili e intime dell’emotività sia qualcosa di più significativo e ampio, come detto pocanzi. C’è poi un’attenzione particolare a mostrare l’architettura di queste sparizioni: come se i protagonisti venissero inghiottiti da una forza suburbana e aliena che le fa sprofondare in un ipogeo infernale da cui riescono, però, ancora a farsi sentire.
Absentia presenta volutamente dei punti oscuri. Flanagan vuole rappresentare un male tetro e assoluto e per poterlo fare sceglie la strada dell’indeterminatezza, suggerendo la presenza di questa creatura oltre la soglia attraverso un processo di adombramento che rimanga il più possibile vago.
Fino all’ultimo non si sa se gli spettri e i mostri siano figli dell’immaginazione dei protagonisti, prima di Tricia e poi di Callie, così sospesi tra interiorità e mondo esterno: il confine tra realtà e immaginazione diventa labile. A un certo punto ci sembra che Callie abbia delle visioni, che sia entrata in uno stato di trance allucinatorio reso ancora più probabile dall’assunzione di sostanze stupefacenti, inglobata, alla fine, da questa “visione”. Come se si trascinasse, lei stessa, al di là della parete.

CAST & CREDITS
Regia: Mike Flanagan; soggetto e sceneggiatura: Mike Flanagan; fotografia: Rustin Cerveny; scenografia: Liz Bradley; costumi: Adriana Lambarri; montaggio: Mike Flanagan; musiche: Ryan David Leack; interpreti: Katie Parker (Callie), Courtney Bell (Tricia), Dave Levine (Det. Mallory), Justin Gordon (Det. Lonergan), Morgan Peter Brown (Daniel); produzione: FallBack Plan Productions, Blue Dot Productions; origine: USA, 2011; durata: 97 minuti; home video: edizione USA dvd, Phase 4 Films.

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