Magia della natura e natura della magia

Piervittorio Formichetti
Dino Buzzati – Nostro fantastico quotidiano n. 13/2018
Magia della natura e natura della magia

Quanto è conosciuto e letto Dino Buzzati dall’attuale pubblico italiano? È lecito chiederselo. Infatti, nonostante in Italia sia avvenuta una grande riscoperta della sua opera negli ultimi quarant’anni, dopo la relativa indifferenza con cui era stata accolta nel Secondo dopoguerra, viviamo pur sempre in un Paese in cui si stima che per il novantasette per cento della popolazione la televisione costituisca la sola fonte di informazione(1): nell’intero 2016, il cinquantasette per cento degli italiani non ha aperto nemmeno un libro(2). Ma da noi sono anche apparsi, negli anni scorsi, i film tratti da alcuni racconti dello scrittore bellunese: Il deserto dei Tartari (V. Zurlini, 1976), Bàrnabo delle montagne (M. Brenta, 1994) e soprattutto Il segreto del Bosco Vecchio (E. Olmi, 1993), con il personaggio del burbero e altezzoso colonnello in pensione Sebastiano Pròcolo interpretato da Paolo Villaggio, scomparso lo scorso luglio(3). Il segreto del Bosco Vecchio è stato diffuso anche in edizioni di narrativa per le scuole, in virtù del suo genere, tra il realismo magico e il fiabesco, adatto anche ai lettori più giovani. La natura che circonda la dimora ereditata dal colonnello, infatti, è senziente e parlante: hanno voce il vento Matteo e il vento Evaristo (dotati addirittura di un nome) e la Gazza guardiana che, un po’ come il Grillo Parlante di Pinocchio, riveste il ruolo di voce della coscienza(4): dall’alto di un albero invita il colonnello a non considerarsi il padrone assoluto del Bosco Vecchio, rimediando ben più che la martellata data dal Burattino al Grillo: una “sacrilega” fucilata. I Genii degli Alberi, poi, sono visibili, hanno aspetto umano e uniforme verde, quasi fossero Guardie Forestali, ma dalla consistenza eterea e dalla vita secolare, come quella degli alberi in cui abitano. Curiosamente, alla fine del racconto il colonnello Pròcolo muore durante una bufera di neve nel mese di gennaio, esattamente come accadrà all’Autore durante il suo ricovero in ospedale nel 1972.

Buzzati, del resto, sembrava fosse dotato di una certa predisposizione alla precognizione inconscia. In un’intervista del 1962, ad esempio, disse che talvolta la fonte d’ispirazione per i suoi racconti erano i sogni, e a questo proposito riferì un episodio inquietante: da bambino, all’età di nove anni, sognò un piatto con dentro una testa di donna, senza sangue intorno, con gli occhi chiusi e una collana di perle intorno alla testa; il dettaglio della collana sulla fronte fu, senza alcun motivo razionale, terrorizzante per il piccolo Dino, che si svegliò piangendo e chiamando sua mamma. Dopo circa vent’anni, ospite di conoscenti «in una casetta in stile tedesco, con molti abbaini», osservando alcune loro fotografie surrealistiche, «sofisticate», Buzzati ne vide una che ritraeva «un piatto con dentro una testa di donna decapitata, senza sangue intorno, con gli occhi chiusi e una collana di perle che le girava intorno alla testa passando sulla fronte»(5).

Conosciuto dai più in modo parziale, Buzzati è certamente noto a chi si interessa – come lui stesso, d’altronde – di esoterismo e paranormale, per la sua antologia di articoli I misteri d’Italia, dove tra l’altro pubblicò una delle prime testimonianze degli “esperimenti” compiuti dall’“illuminato” pittore e antiquario torinese Gustavo Adolfo Rol, e fu poi citato come testimone attendibile da autori successivi(6). Durante una riunione a casa di Rol, Buzzati era presente e fu descritto per bocca del sensitivo, che traduceva dal francese, dallo «spirito intelligente» del pittore François August Ravier – morto settant’anni prima, col quale Rol si era posto in contatto per un esperimento di pittura a distanza – come «un vero amico», che «mi fa pena a motivo della sua solitudine»(7). Stanislao Nievo, discendente dello scrittore e combattente garibaldino Ippolito Nievo, morto nel naufragio della nave Ercole, esplosa al largo dell’isola di Ponza, racconta che, cercando notizie sulle tracce sommerse del suo antenato, consultò anche numerosi sensitivi e medium, tra cui Rol e un tale ragionier Bazzoffia, «eccezionale radiestesista» che gli era stato indicato proprio da Dino Buzzati poco tempo prima di morire(8).

Di Buzzati era anche la sceneggiatura iniziale del film di Federico Fellini Il viaggio di G. Mastorna, definito «il più famoso film non fatto» proprio perché Gustavo Rol, amico di Fellini, «scoraggiava fortemente» il finale pensato dal regista riminese, invitandolo a sostituirlo anche e soprattutto in seguito al verificarsi di «sincronicità negative, a tratti inquietanti» durante la sua realizzazione, che infine venne definitivamente sospesa(9).

Buzzati non fu certamente un vero e proprio autore di horror, fantascienza e fantasy, ma nella sua narrativa ci sono elementi che frequentemente rimandano a questi generi; almeno uno dei suoi racconti, ad esempio, lo accomuna allo scrittore inglese William Hope Hodgson. Quest’ultimo, in Italia, è certamente meno noto di Buzzati, tanto che non sembra si stia preparando alcuna iniziativa sul centenario della sua morte, che lo colse appunto nel 1918, nel pieno della Prima guerra mondiale, a quarant’anni non ancora compiuti(10). A chi scrive è capitato di leggere prima La casa sull’abisso di Hodgson – pubblicato nel 1908, se letto con una certa attenzione si rivela una sorta di Divina Commedia del XX secolo(11) – e, successivamente, i Sessanta racconti di Buzzati (1958). In uno di questi, intitolato significativamente L’incantesimo della natura, Buzzati immagina uno sconvolgente fenomeno astronomico: proprio all’apice del litigio tra Adolfo, il marito geloso ammalato, e Renata, la moglie più giovane sospettata di tradimento, «dal nero crinale dei tetti, oltre il cortile, una cosa immensa e luminosa si alzava nel cielo lentamente. A poco a poco, il suo profilo curvo e regolarissimo si delineava, finché la forma si rivelò: era un disco lucente di inaudite dimensioni. “Dio mio! La luna!” pronunciò l’uomo, sgomento. Era la luna, ma non la placida abitatrice delle nostre notti, […] bensì uno smisurato mostro butterato di voragini. Per un ignoto cataclisma siderale, essa era paurosamente ingigantita, ed ora, silente, incombeva sul mondo, spandendovi una immota e allucinante luce, simile a quella dei bengala. […] Le leggi eterne si erano spezzate, un guasto orrendo era successo nelle regole del cosmo, e forse quella era la fine, forse il satellite con velocità crescente sta ancora avvicinandosi, tra qualche ora il globo funesto si allargherà fino a riempire interamente il cielo, poi la sua luce si spegnerà entro il cono d’ombra della Terra, né si vedrà più nulla finché, per una infinitesima frazione di secondo, ai fievoli riverberi della città notturna, si intravvederà un soffitto scabro e sterminato di pietra precipitante su di noi, e non ci sarà neppure il tempo di vedere; tutto sprofonderà nel nulla prima ancora che le orecchie percepiscano il primo tuono dello schianto»(12).

L’esperienza cambia di colpo l’atteggiamento della donna: implora perdono per le parole cattive con cui ha umiliato il marito pochi minuti prima e lo abbraccia. Ma si tratta di puro e semplice opportunismo, per sperare di allontanare da sé la morte incombente, o è un vero ravvedimento interiore suscitato dalla consapevolezza della potenza non controllabile della Natura, capace di schiacciare l’essere umano e con lui il suo orgoglio e la sua presunzione? La descrizione di una tale alterazione astronomica come evento perturbante, capace di modificare la personalità dei protagonisti, può comunque ricordare al lettore – sia come evento cosmico interno alla storia sia come espediente letterario scelto dall’autore – alcune delle straordinarie visioni cosmiche narrate dal protagonista de La casa sull’abisso.

In ogni caso, il terribile evento descritto da Buzzati avviene proprio perché «si spezzano le leggi eterne»: se è vero che è «l’amor che move il Sole e l’altre stelle»(13), qui è proprio poiché viene meno il legame tra marito e moglie, cioè s’incrina l’unità della Coppia, che del tutto visibilmente si prepara la catastrofe. Quanto oggi avviene tra i due sessi e viene solitamente banalizzato o addirittura considerato inevitabilmente “vita normale” – conformismo, rivalità, esibizionismo reciproco, incomprensioni, tradimenti, separazioni, divorzi, “omicidi a sfondo passionale”, “svolta sessuale” di uno dei due partner (o di entrambi) – non fa che confermare ciò che Dino Buzzati volle evidentemente racchiudere in questa metafora narrata, tanto breve e prosaica quanto significativa e apocalittica: quando il rapporto tra Maschile e Femminile, Logos e Pathos è infiltrato di egoismo, diffidenza, indifferenza o finzione, avviene la fine del mondo. Se non di quello cosmico, certamente di quello umano.

Note

  1. Giovanni Solimine al convegno La biblioteca scolastica (Torino, 21 novembre 2014).
  2. 4 milioni di lettori in meno: il 57% non ha mai letto, Ansa, 20 aprile 2017.
  3. Come l’introverso Buzzati, anche il dissacrante Villaggio (che è stato anche scrittore) non raramente ha dato spazio agli elementi del surreale, del fantastico, del realismo magico, del sogno e del Doppelgänger, pur restando nel genere comico: Dottor Jekyll e Gentile Signora (Steno, 1979), Fracchia la Belva umana (N. Parenti, 1981), Sogni mostruosamente proibiti (N. Parenti, 1982, insieme a Janet Agren nel ruolo di Dalia, personaggio tutt’altro che secondario date le sue implicazioni magico-fantastiche, che rimandano all’universo del Fumetto come mondo parallelo a quello della Realtà), Fracchia contro Dracula (N. Parenti, 1985).
  4. E quindi, dal punto di vista filosofico e metafisico, ha il ruolo del nucleo più interno e immateriale dell’intera Natura, non soltanto dell’essere umano.
  5. Intervista di Luca Di Schiena, Archivi RAI, 1962.
  6. Per esempio in Leo Talamonti, Universo proibito, Mondadori, Milano 1966, cap. 6, e in Massimo Inardi, Dimensioni sconosciute, SugarCo, Milano 1975, cap. 7.
  7. Dino Buzzati, I misteri d’Italia, Mondadori, Milano 2000, p. 54. Sull’argomento si veda il saggio di Andrea Scarabelli contenuto in questo fascicolo di «Antarès».
  8. Stanislao Nievo, Il prato in fondo al mare, Newton & Compton, Roma 1995, pp. 91-92.
  9. Il sensitivo che stupì Einstein, in «Voyager», settembre 2014. Del mancato film felliniano e delle sincronicità negative – e inquietanti – si parla più in dettaglio in Renzo Allegri, Rol il grande veggente, Mondadori, Milano 2004, pp. 207-210.
  10. «Benché avesse quasi quarant’anni e avesse superato l’età massima per il servizio militare, si offrì volontario per il servizio attivo e divenne luogotenente nella Reale Artiglieria. […] All’inizio di aprile del 1918 Hodgson respinse un attacco nemico [sul fronte francese] con l’aiuto di pochi soldati, e sostenne una eroica azione di retroguardia sotto la grandine delle pallottole di mitragliatrice. Pochi giorni dopo, il 19 aprile 1918, rimase ucciso in un bombardamento nei pressi di Ypres» (Gianni Pilo, Gli orrori di Hodgson, in I grandi romanzi dell’orrore, Newton & Compton, Roma 1996, pp. 472-473).
  11. Considerato da Howard Phillip Lovecraft il migliore dei lavori di Hodgson, La casa sull’abisso «si incentra su una casa irlandese, solitaria e malvista, che è il punto focale di terribili forze provenienti da un altro mondo» (ivi, p. 471). Di questo racconto è inoltre possibile dare una lettura iniziatico-dantesca (un nostro saggio su questo tema sarà pubblicato prossimamente su su www.academia.edu).
  12. Dino Buzzati, L’incantesimo della natura, in Sessanta racconti, Mondadori, Milano 1994.
  13. Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, XXXIII, 145.

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