I confini della nostalgia. Introduzione al cinema di Theo Angelopoulos
Anna Maria Geraci
Chi l’ha detto che per omaggiare l’autore del “cinema della contemplazione” sia necessario un saggio altrettanto meditativo? “I confini della nostalgia. Introduzione al cinema di Theo Angelopoulos”, di Anna Maria Geraci pubblicato da Bietti Editore riesce, infatti, in appena 136 pagine di formato tascabile, a fare un’approfondita panoramica sul lavoro del regista nato ad Atene il 27 aprile del 1935 e morto improvvisamente a Il Pireo il 24 gennaio del 2012 dopo essere stato investito da una moto e mentre era nel pieno delle riprese del film “L’altro mare”, rimasto purtroppo incompiuto. Gran parte del merito di questa dotta capacità di sintetizzare in maniera esaustiva una produzione cinematografica ricca sia per numero di opere che per ramificazione teorica va ascritto alla decisione compiuta con acume dalla giovane critica cinematografica di scegliere un taglio divulgativo orientato più alla presentazione dei film e del contesto storico in cui sono nati piuttosto che a una più ampia ma complessa disamina tecnica. Andando a colmare con consapevolezza un buco evidente della saggistica coeva, I confini della nostalgia. Introduzione al cinema di Theo Angelopoulos vuole quindi essere un ponte nel discorso culturale dell’oggi verso la riscoperta di un autore bistrattato purtroppo anche da istituzioni e attività di settore (chi scrive vive a Roma da un decennio e in questo lasso di tempo non ha ancora visto una sua retrospettiva nell’ampio panorama di sale e arene all’aperto della capitale).
Il libro si articola in quattro capitoli, ognuno dei quali esplora e approfondisce aspetti fondamentali per comprendere i principali aspetti del cinema del regista greco. Il primo, Vita e cinema di Theo Angelopoulos, come si può intuire dal titolo racconta la sua storia personale, mettendo in luce le influenze artistiche e culturali che hanno segnato le diverse fasi della sua vita volutamente transnazionale. Il secondo capitolo, Breve storia greca del Novecento, analizza invece l’eredità e il peso degli eventi storici nell’opera di Angelopoulos con riferimenti che, seppur abbozzati per limiti di spazio, sono molto centrati e vertono sul contesto socio-politico che segna in maniera indelebile quasi tutte le sue opere e i suoi tormentati personaggi: seconda guerra mondiale, il comunismo dei primi anni post-conflitto, la successiva dittatura dei colonnelli, la perenne instabilità politica dei governi greci fino alla crisi economica dei primi anni Duemila. Il terzo, Linguaggio formale e scelte stilistiche, esamina nel dettaglio le peculiarità del suo stile e le scelte estetiche che Geraci descrive puntualmente: “Le sue inquadrature, spesso caratterizzate da lunghissimi piani sequenza, che non puntano sull’azione ma sulla contemplazione, invitano lo spettatore a immergersi nell’immagine, a viverla, seguendo il movimento della macchina da presa e la coreografia dei personaggi, seguendo una messa in scena che ricalca il teatro greco antico ed è influenzata del teatro epico di Brecht”. Infine, il capitolo Trame (in)visibili. I fili nascosti dei racconti filmici si sofferma con precisione nelle scelte simboliche dei suoi film forse più astratti, da “Alessandro il grande” fino a “Il passo della cicogna”, evidenziando come in alcuni casi come anche il tema del nostos antico di Odisseo sia il sostrato simbolico della moderna impossibilità del ritorno a casa che angustia molti dei suoi protagonisti.
Introduzione al cinema di Theo Angelopoulos è quindi un saggio encomiabile perché riesce a rendere evidente sia la passione di chi l’ha scritto – l’autrice nella dedica iniziale ricorda il nonno per l’amore comune verso il regista greco – sia a rendere giustizia poetica e dottorale al cinema di un autore la cui necessità è invece, a differenza della sua nostalgia, senza confini. Come ricorda Geraci in un passo, è stato lo stesso Angelopoulos a dettare l’adamantina linea etica del suo cinema: “Il mondo ha bisogno del cinema ora più che mai. Potrebbe essere l’ultima importante forma di resistenza al mondo in declino in cui viviamo. Il pubblico va punito. Il pubblico si lascia andare alla facilità, quindi va punito. Le cose difficili valgono più delle facili. Il pubblico non è Dio, non è sovrano. Non è il pubblico che deve decidere. Un artista è come la coscienza del mondo”