Editoriale

Claudio Bartolini
William Lustig n. 13/2020

Gennaio 2015, riunone di redazione: si discute a proposito della nascita di INLAND. Quaderni di cinema. A chi dedicare i primi tre numeri? Idee tante, unanimità poca. Restano quattro progetti, tra i quali un numero su William Lustig. Passati cinque anni e 12 fascicoli, quel numero è finalmente realtà. Ne siamo orgogliosi ed entusiasti.

Ma perché, alla luce di tutta la celluloide disponibile, proprio Lustig? Semplice eppur complessa, la questione. In estrema sintesi, l’artista newyorkese risponde a ogni ragion d’essere del nostro periodico monografico.

Innanzitutto, su di lui la letteratura – mondiale, figuriamoci nazionale – è a dir poco lacunosa, se non inesistente. Questo buco trova le sue cause in parte nella pregiudiziale che spesso ha investito chi ha segnato traiettorie e percorsi in seno ai generi “neri”, in parte nell’oblio in cui è caduto il discorso sul cinema a stelle e strisce di epoca reaganiana, fatta eccezione per quello autorialmente riconosciuto e certificato (e per qualche volume particolarmente lungimirante).

In secondo luogo, Lustig è in grado di convogliare istanze ermeneutiche ampie e sfaccettate, che dalle ricadute di un potere legislativo distorto sull’inconscio individuale e collettivo (per credere, leggere il contributo di Marco Lazzarotto Muratori e [ri]guardare – tra tutti – Vigilante [1983]) giungono fino agli studi sui cambiamenti urbanistici operati negli States durante gli anni Ottanta. A questo proposito, il numero che avete tra le mani si lega indissolubilmente al volume di Matteo Berardini Strade di fuoco. La città nel cinema criminale statunitense degli anni ’80, inserito nella collana I libri di INLAND come approfondimento al saggio – dello stesso Berardini – che trovate a pagina 28.

Quindi, Lustig è un ponte tra l’irripetibile stagione del cinema underground targato 42nd Street (illuminanti, a tal proposito, i saggi di Pier Maria Bocchi e Roberto Della Torre) e l’attuale immaginario di genere Usa. La sua filmografia – e questo era stato il motivo principale che ci aveva spinti a volerlo inserire in catalogo fin da principio – è un termometro di tendenze e format che, dall’industria, si riflettono nell’arte audiovisiva (soprattutto di genere) del nuovo millennio. Sequel, remake, reboots, omaggi, saghe: la carriera dell’autore è uno tra i crocevia più significativi per tutte quelle pratiche che manipolano immaginari preesistenti creandone di nuovi (o rinnovati) e certificandone in questo modo il potere iconico. Maniac (1980) come aggiornamento di Psyco (1960) e, al contempo, come oggetto di aggiornamento nel Maniac diretto da Franck Khalfoun (2012); Vigilante come pastiche, frutto della confluenza di Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (1971), Il giustiziere della notte (1974) e I guerrieri della notte (1979); Senza limiti. Relentless (1989) come capitolo “pilota” per ben tre sequel diretti da Michael Schroeder nel 1992 (Dead On: Relentless II), James Lemmo – direttore della fotografia di fiducia di Lustig – nel 1993 (Relentless 3) e Oley Sassone nel 1994 (Relentless IV: Ashes to Ashes); infine la trilogia Maniac Cop, in origine crossover di Frankenstein (1931) e Il braccio violento della legge (1971), oggi materia per il reboot d’autore griffato Nicolas Winding Refn. Tanto sul versante import quanto su quello export, dunque, il cinema di Lustig è territorio aperto, luogo di confluenza simbolica, patrimonio che va al di là della singola pellicola e di paleozoiche valutazioni critiche.

In ultima istanza, il regista è uno tra i pochi ad avere attraversato tutti i gangli di quella macchina industriale che si chiama cinema. Luci rosse, low budget girati “alla corsara”, produzioni consistenti, straight-to-video, infine distribuzione vhs, dvd e Blu-ray con la sua Blue Underground: studiare e comprendere Lustig significa andare oltre i manuali; significa scendere in strada e sporcarsi le mani, sapere il cinema in quanto connubio tra passione, arte e moneta sonante. Insomma, oltre alla teoria – che, come visto sopra, non manca – c’è molta pratica, perché il cinema è soprattutto una disciplina pratica. E pragmatica.

Detto delle ragioni sottese a questo INLAND #13, è doveroso menzionare chi ne ha impreziosito e reso possibile l’attuazione: in primis Paolo Zelati, amico e sodale di Lustig, il quale non solo ha accettato di realizzare l’intervista fiume che apre la sezione Profili – frutto di nuovi dialoghi, che si aggiungono a quelli già realizzati e a suo tempo confluiti nel memorabile American Nightmares – ma ha fatto da ponte per il reperimento dei preziosi materiali fotografici; quindi le firme, un mix armonico di tradizione e innovazione, esperienza e freschezza. Per essere tornati a illuminare le pagine del nostro periodico ringraziamo dunque Pier Maria Bocchi, Marco Lazzarotto Muratori, Roberto Della Torre, Anton Giulio Mancino, José Antonio Navarro, Fabrizio Fogliato, Simone Scafidi, Giacomo Calzoni e Andrea Pirruccio. Per averle illuminate ex novo, invece, siamo grati a Marcello Aguidara, Ricky Caruso, Marco Sansiveri, Matteo Berardini, Max Della Mora, Andrea Rurali e Rudy Salvagnini. Tutti loro, insieme, hanno composto un mosaico attendibile e inedito, uno studio pionieristico – e bello da vedere, grazie alle illustrazioni del nostro Alessandro Colombo – su un autore finora sepolto con sbrigativa superficialità in quella fossa comune teorica chiamata “serie B”.

In attesa di poter fruire delle immagini del Maniac Cop by NWR – e di poter in questo modo aggiornare INLAND #4 – torniamo a godere di quelle by WL, esplorando i lati oscuri degli stroboscopici anni Ottanta.

Coraggio, let’s play (in) the dark

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