I corpi presentano tracce di violenza carnale. Tra seduzione e sevizia

Roberto Della Torre
Sergio Martino n. 5/2017
I corpi presentano tracce di violenza carnale. Tra seduzione e sevizia

Sceneggiato da Ernesto Gastaldi e da Sergio Martino, I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973) racconta la storia di una coppia di universitarie che studiano a Perugia, l’americana Jane (Suzy Kendall) e l’italiana Daniela (Tina Aumont), le quali, dopo il brutale omicidio di due loro compagne, si trasferiscono in una villa nel piccolo paese di Tagliacozzo insieme a due amiche. In base al colore di un foulard, le ragazze sospettano che l’assassino sia un giovane ragazzo respinto da Daniela, ma nel frattempo un medico, interpretato da Luc Merenda, sembra inseguirle. Isolate nella villa, vengono invece assalite dal serial killer, che trucida tutte le giovani presenti tranne Jane, costretta a una lotta disperata in attesa di qualcuno che venga a salvarla.

Il film viene da più parti considerato un punto di svolta nella produzione di Martino. Torso, questo il fortunato titolo per il mercato nordamericano, segna infatti per il regista il passaggio verso un cinema più esplicito nella messa in scena della violenza. Gli omicidi sono esibiti in modo diretto, generalmente attraverso gli occhi dei personaggi. Prima di Halloween. La notte delle streghe di John Carpenter (1978) e di Non aprite quella porta di Tobe Hooper (1974), le vittime sono giovani e belle ragazze destinate a trasformarsi in carne da macello nelle mani di un folle. I loro corpi sono oggetti da ferire, tagliare e smembrare assecondando la patologia mentale e le turbe sessuali dell’assassino, segnato da un trauma infantile mai risolto che si traduce in una volontà di distruzione del corpo femminile, oggetto al contempo di paura e desiderio. Al di là dei tanti modelli cinematografici pre-esistenti (Psyco di Alfred Hitchcock [1960] su tutti), I corpi presentano tracce di violenza carnale insiste su tale forma di psicopatia, che costituisce uno dei tratti specifici del thriller italiano. Questa ricca produzione si distingue per l’attenzione approfondita – quasi viscerale e morbosa – nei confronti dell’omicidio, per il quale si inventa (Bava e Argento docent) una specifica estetica cinematografica di rappresentazione. Nel film di Martino altrettanta cura formale caratterizza i numerosi momenti erotici in cui la macchina da presa esplora i nudi corpi femminili. Sia le sequenze sexy sia quelle violente sono articolate in un continuo passaggio tra il vedere e il non vedere, tra l’esibizione e la suggestione, tra il mostrare e il nascondere. L’alternanza di piani e campi opposti (dal dettaglio al campo lungo), l’uso del fuori fuoco, l’inserimento di oggetti che ostacolano la visione, il posizionamento della cinepresa fuori dal luogo dell’azione e il montaggio che, come la lama dell’assassino, seziona, scompone e ricompone la sequenza – restituendo i pezzi di un puzzle incompleto, ma di cui non fatichiamo a ricomporne mentalmente l’immagine – sono le scelte stilistiche che caratterizzano il film, oggetto, come vedremo, anche di aspre critiche. Un altro stilema del genere abbondantemente sfruttato da Martino è la soggettiva che, come nella tetralogia precedente, oltre a restituire l’oggettività di una situazione, ci propone la sua interpretazione filtrata attraverso le intense emozioni dei personaggi. Anche in questo caso gli stati d’animo che muovono i protagonisti sono il desiderio e la paura, entrambi rivolti al corpo femminile. In questo tributo alla bellezza femminea anche le donne desiderano altre donne: la più lunga ed esplicita sequenza di sesso è proprio tra due ragazze.

La componente visiva è uno dei punti di forza della pellicola, anche grazie alla splendida fotografia dell’abituale sodale martiniano Giancarlo Ferrando. In questo senso il film sembra quasi una messa in scena della dialettica tra la bellezza e la sua distruzione. I volti e i corpi delle attrici principali e di tutte le altre starlette (Patrizia Adiutori, Angela Covello, Carla Brait), illuminati da una luce dolce e calda, sono il contraltare dei soggetti seviziati e torturati. Queste due tipologie di immagini si corrispondono perfettamente, trasmettendo l’amara verità rispetto alla caducità della vita e della bellezza. Ma c’è dell’altro. Martino sceglie di ambientare alcune di queste sevizie non solo di notte e in ambienti spaventosi, ma anche di giorno, in assolati pomeriggi primaverili. Lo straniamento prodotto da questa situazione è efficace e contribuisce a suggerire le idee di una natura indifferente e di una inevitabile vittoria della morte sulla vita. Il film, così, risulta cupo non tanto per le asprezze visive, quanto grazie a questa dissonante contrapposizione. Siamo qui (quasi) fuori dal territorio del gotico che tanto ha contaminato e contaminerà l’horror e il giallo italiani con le sue case abbandonate, le ambientazioni notturne, i toni sospesi tra reale e fantastico. Con I corpi presentano tracce di violenza carnale ci troviamo piuttosto sul versante di un thriller urbano fatto più di luci che di ombre, le cui fondamenta affondano in un’idea pessimista della vita e dell’uomo, permeata dai (dis)valori della prevaricazione sociale, dell’avidità e del possesso. Questi aspetti richiamano alla memoria Ecologia del delitto di Mario Bava (1971), con cui il lavoro martiniano condivide anche una serie di scelte stilistiche tra le quali il citato uso ossessivo della soggettiva. A differenza della pellicola di Bava, però, quella di Martino è ricca di erotismo, di scene di nudo e di sesso, al punto da poter essere classificata a un primo sguardo come un softcore con venature thriller. C’è infatti spazio per tutto, dal voyeurismo al lesbismo, dalle orge alla necrofilia. Erotismo e violenza si legano tra loro poiché la violenza stessa che i personaggi sprigionano – non solo l’assassino, quindi – ha sempre origine dal contrasto tra il desiderio di possedere la donna e l’impossibilità di farlo. Il film pare assegnare al genere femminile un ruolo cardine nella gestione dei rapporti di coppia, rappresentando la donna come la detentrice delle armi della seduzione. Ma la dinamica che mette in scena – composta di tre fasi: seduzione (femminile), rifiuto (femminile), aggressione (maschile) – sembra sottendere una visione maschilista. Siamo comunque di fronte a un’altra caratteristica del thriller italiano, nel quale gli uomini sono vittime di donne perverse, psicopatiche, morbose o sessualmente deviate. In questo senso I corpi presentano tracce di violenza carnale non è tanto uno “slasher prima dello slasher”, poiché manca proprio la figura chiave della final girl – ovvero la ragazza pura che riesce da sola a sconfiggere il serial killer di turno –, quanto un prodotto originale e profondamente made in Italy. Avvicinare il film allo slasher ha però fatto in modo che anche la critica americana se ne interessasse. Dal punto di vista di diversi critici, però, la pellicola non riesce nel suo intento di rompere dei tabù: viene perciò bollata come incompiuta perché, nonostante ricerchi l’eccesso visivo e la trasgressione attraverso la messa in scena di sesso e violenza, parrebbe non coglierli mai veramente. Questo muoversi su un crinale, senza spingersi mai fino in fondo, è visto come un limite in un momento in cui il cinema americano sta per abbattere alcuni confini che segnano il limite di ciò che è consentito vedere nel cinema horror e thriller. Martino nasconde gli amplessi nel fuori fuoco, il bacio tra le due ragazze dietro a una statua, usa il montaggio per frammentare le sequenze eliminando i genitali, riduce la visione dei tagli di coltello a pochi secondi.

L’opera è ambientata in un’università di Perugia popolata da bellissime ragazze. Corrono gli anni della contestazione, come ricorda il commissario di polizia durante il suo incontro con gli studenti per metterli in guardia dall’assassino e raccogliere informazioni o indizi utili alla cattura: «Vi chiedo di considerare la polizia come un’istituzione che vuole difendervi, poi tornerete a tirarci i sassi». Del clima del periodo ciò che interessa a Martino non è tanto lo scontro ideologico, quanto la liberalizzazione dei costumi. Le minigonne e gli atteggiamenti disinibiti delle nuove generazioni scatenano le fantasie maschili di giovani e anziani. La cultura hippie, il suo slogan di amore libero e l’uso di sostanze stupefacenti sembrano aver modificato fatalmente, agli occhi degli autori, le relazioni tra uomo e donna, misurate solo in termini di soddisfazione sessuale. È così per la prima giovane coppia vittima dell’assassino e lo è per quelli che, nell’edificio pieno di “figli dei fiori”, consumano il loro amore sotto gli occhi di tutti. Come nello slasher più tradizionale il maniaco veste i panni di un moralizzatore, di colui che punisce i trasgressori delle norme e delle tradizioni a causa della sua incapacità di maneggiare un mondo in cambiamento, di cui assimila alcuni aspetti (godendone), ma con cui non riesce a sincronizzarsi. L’episodio della giovane Carol è emblematico: la ragazza viene presentata come un’ordinaria studentessa ma, nonostante sia spaventata dalla brutale morte della sua amica, accetta l’invito a una gita in moto fuori città da parte di due suoi colleghi universitari dall’aria truce. Qui, dopo aver fumato marijuana, si lascia toccare da entrambi fino a quando, in un momento di lucidità, li rifiuta, li offende e scappa tra i boschi. Ormai però è troppo tardi. Non c’è più possibilità di redenzione. L’assassino è proprio lì, ad aspettarla per ucciderla. Come si scoprirà alla fine del film, tutte le ragazze trucidate hanno commesso atti sessuali illegittimi. Il racconto moralizzante – che si chiude con l’affermazione implicita che la purezza vince – sembra essere in contraddizione con ciò che la pellicola stessa mostra al pubblico: più che verso una forma di godimento voyeuristico e sadico, Martino e Gastaldi sembrano condurre lo spettatore a vivere un piacevole senso di colpa.

 

CAST & CREDITS

Regia: Sergio Martino; soggetto: Sergio Martino; sceneggiatura: Ernesto Gastaldi, Sergio Martino; fotografia: Giancarlo Ferrando; scenografia: Giantito Burchiellaro; costumi: Silvio Laurenzi, Vera Marzot; montaggio: Eugenio Alabiso; musiche: Guido De Angelis, Maurizio De Angelis; interpreti: Suzy Kendall (Jane), Tina Aumont (Daniela), Luc Merenda (Roberto), John Richardson (Franz), Roberto Bisacco (Stefano Vanzi), Conchita Airoldi (Carol Peterson, come Cristina Airoldi); produzione: Compagnia Cinematografica Champion; origine: Italia, 1973; durata: 95’; home video: dvd Cecchi Gori HV, Blu-ray X-Rated (Ger); colonna sonora: Dagored.

 

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