Assassinio al cimitero etrusco. Le due code dello scorpione

Davide Pulici
Sergio Martino n. 5/2017
Assassinio al cimitero etrusco. Le due code dello scorpione

Di Assassinio al cimitero etrusco (1982) si ignora la fonte primaria. L’Uno, indivisibile, dal quale è discesa la molteplicità del reale. Non è filosofia neoplatonica spicciola, ma un paragone calzante per dire che quel che ci è rimasto e vediamo ha dietro di sé, anzi sopra di sé, qualcosa di più grande. Andò così: all’inizio degli anni Ottanta, quando molti erano convinti che il cinema bis italiano – loro lo chiamavano “di genere”, ovviamente – si sarebbe adattato facilmente alla tv, anche i fratelli Martino sposarono quell’idea, andando dove sembrava andare il business, l’argent, dopo l’avvento dell’era berlusconiana. Pare vi fossero degli industriali piemontesi che intendevano creare una televisione commerciale e chiedevano materiale nuovo per la programmazione. La Dania portò loro l’idea di una serie lunga almeno sette o otto puntate, un mistery/noir bilanciato tra esoterismo e faccende di gangsterismo e droga. Un mélange tutto sommato inedito, uscito dalle teste e dalle penne di Dardano Sacchetti ed Ernesto Gastaldi (i nomi della di lui moglie Maria Chianetta e del francese Jacques Leitienne erano probabilmente solo fumo negli occhi per soddisfare necessità di quote e assolvere a obblighi burocratici di co-produzione, perché anche i francesi si erano aggregati all’operazione). A sentire Sergio Martino, il progetto fu gestito in modo tale che dal girato complessivo fosse possibile ricavare sia la serie lunga, sia un film della durata canonica di 90 minuti. Il film ci è arrivato e lo conosciamo, la serie lunga no. L’Uno ci è ignoto, perlomeno nella sua forma originale di oltre otto ore (se poi erano davvero tali: qualche dubbio è legittimo), mentre ci è giunto un successivo rimaneggiamento che strinse tutto il materiale nella misura delle tre ore. Questo perché il progetto televisivo dei piemontesi era finito gambe all’aria. Così Lo scorpione a due code – questo il titolo in sceneggiatura – restò a far polvere nei magazzini della Dania. La serie non fu piazzata né in Italia né in Francia, a differenza del film che passò in censura nel settembre del 1982 e, subito dopo, uscì nei cinema, senza divieto, con il titolo Assassinio al cimitero etrusco. Venne poi venduto in tutto il mondo.

Lo scheletro della storia è lo stesso sia nel lungometraggio cinematografico sia nella versione da tre ore, approntata intorno al 1987-1988 quando sembrava possibile che la serie venisse trasmessa su Canale 5 – cosa che non avvenne mai. Lo scorpione a due code ebbe solo una ristrettissima circolazione a metà degli anni Novanta su alcuni circuiti televisivi locali minori, prima di inabissarsi nel Nulla. Joan, figlia di un magnate americano che ha sponsorizzato una campagna di scavi archeologici in Italia, è dotata della “seconda vista”. Un dono di cui prende consapevolezza quando, dopo l’atroce morte di suo marito che guidava la missione in Italia, vola da New York a Roma e resta invischiata in una pericolosissima connection da un lato molto concreta – trattandosi di un traffico internazionale di stupefacenti – ma dall’altro collegata al mistero di una tomba etrusca da poco scoperta, in cui è nascosto qualcosa che trascende le leggi fisiche di questa Terra. Sergio Martino è un razionalista che, dovendo scegliere, predilige il concreto all’astratto. Ma questa di Assassinio al cimitero etrusco fu un’eccezione rara – e in qualche modo preziosa nella filmografia del regista – di apertura al fantastique. Del resto, la natura del film è dichiarata fin dal manifesto pubblicitario, che si deve all’arte di Enzo Sciotti, cimentatosi in una variazione sul tema dei bozzetti di …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà (1981) e di Quella villa accanto al cimitero (1981) di Lucio Fulci. Dunque già la maschera, l’esterno, denuncia e svela in qualche modo il volto, l’interno. Nel film il personaggio di Joan, interpretato da Elvire Audrey – di lei si raccontava che avesse incontrato il favore dei Martino perché molto simile a Edwige Fenech da giovane, aneddoto forse vero forse falso… di certo c’è che era una bella e brava attrice, tragicamente uscita di scena troppo in fretta, suicidandosi il 23 luglio del 2000 – vola sulle ali della magia dei Raceni (come gli Etruschi chiamavano se stessi: nel film questo c’è) in alcune sequenze da pelle d’oca che devono rendere grazie anche alla colonna sonora di Fabio Frizzi, ubiqua, ossessiva e funzionale a spostare l’attenzione su un respiro antico, ancestrale. Come la trance notturna suscitata dal suono del flauto di un criptico pastore o l’identificazione di Joan con il volto dipinto del lucumone donna, del quale la protagonista è l’evidente quanto inconsapevole reincarnazione. Nella versione lunga c’era qualcosa in più anche in questo senso: durante l’arrivo di Joan a Volterra, lo spirito degli etruschi avvolgeva la ragazza in un sortilegio emotivo commentato (per noi, una dose in più di pathos) da uno degli stessi brani che Frizzi aveva composto per Paura nella città dei morti viventi (1980). E, come nei film di Fulci, anche qui i vermi sono un immancabile effetto repellente, in una sequenza in cui una maschera etrusca scolpita nella pietra erutta dagli occhi e dalla bocca una lava di bigattini bianchi.

Audrey a parte, era stato messo insieme un cast composto da buoni nomi: John Saxon, marito di Joan giustiziato secondo il feroce rituale etrusco consistente nello spezzare il collo della vittima girandole la faccia sulla schiena (il supplizio ricorre in varie scene, che costituiscono i momenti più truci del film); Paolo Malco, che incarna il buono come nei film contemporanei di Fulci; Claudio Cassinelli versipelle as usual; persino l’immancabile vecchia gloria hollywoodiana, rappresentata da Van Johnson che interpreta il padre poco pulito della protagonista. La ricostruzione della Grande Grotta, che possiede un cuore alieno fatto di anti-materia, è merito dell’arte dello scenografo Antonello Geleng.

Assassinio al cimitero etrusco chiude in qualche maniera i giochi neri di Sergio Martino e la stagione dei suoi grandi thriller. Dopo saranno le storie action americane e film come Mal d’Africa (1990) a protrarre il giallo violento, ma saremo già in un emisfero differente e in un pensiero di cinema, oltre che in un’estetica, distante. Gli etruschi esoterici sigillarono un’epoca.

 

CAST & CREDITS

Regia: Sergio Martino (come Christian Plummer); soggetto: Dardano Sacchetti, Ernesto Gastaldi; sceneggiatura: Ernesto Gastaldi, Maria Chianetta, Jacques Leitienne; fotografia: Giancarlo Ferrando; scenografia: Antonello Geleng; costumi: Antonello Geleng; montaggio: Eugenio Alabiso, Daniele Alabiso; musiche: Fabio Frizzi; interpreti: Elvire Audray (Joan Barnard), Paolo Malco (Mike Grant), Claudio Cassinelli (Paolo Dameli), Marilù Tolo (contessa Maria Volumna), Wandisa Guida (Heather Hull), Gianfranco Barra (commissario), John Saxon (Arthur Barnard), Van Johnson (Mulligan); produzione: Dania Film, Medusa, Imp.Ex.Ci.Sa., Les Filmes Jacques Leitienne; origine: Italia, Francia, 1982; durata: 97’; home video: dvd Flamingo Video; colonna sonora: Beat Records.

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