Da Salgari ai supereroi: la nuova mitologia del fantastico

Michele Martinelli
Modernità occulta – Le radici simboliche delle arti contemporanee n. 5/2013
Da Salgari ai supereroi: la nuova mitologia del fantastico

Ha senso parlare di letteratura fantastica e di eroi immaginari al tempo dell’omologazione e della tecnologia? Hanno ancora una loro validità? Forse sono domande all’apparenza frivole, visto che “fantasia” e “avventura” fanno ancora rizzare i capelli sulla testa di qualche critico, mentre ai più fanno venire in mente solo favole per ragazzi. Eppure è lecito interrogarsi su quale sia il valore e il significato di questa categoria letteraria quanto mai vasta, la quale gode di un rinnovato vigore proprio in un’epoca di tale confusione come è quella che stiamo vivendo – caratterizzata da contraddizioni endemiche e modelli negativi tesi a celebrare la scaltrezza sulla giustizia. Non c’è da stupirsi se soprattutto tra le generazioni più giovani vi è un rinnovato interesse nei confronti della letteratura fantastica: mentre nell’era moderna si è guadagnata spazio a fatica e ha riscosso poca considerazione e tanta avversione – sia a livello accademico che critico – essa continua magicamente a farsi portatrice di una scheggia di ciò che fin dai primordi della storia dell’uomo ha sempre rappresentato il vero e il sacro, cioè il mito. Letteratura avventurosa, fantasy e fumetto supereroico rappresentano i dispositivi più consoni attraverso cui la società contemporanea si autorappresenta, nel bene e nel male, così come in passato hanno fatto tutte le più diverse culture; e proprio questi prodotti dell’industria culturale moderna si sono fatti carico di conservare e tramandare quel patrimonio di valori, inestimabile e senza tempo, che è parte imprescindibile del nostro essere uomini. Storie di eroi ed eroine, di viaggi in terre lontane e sconosciute, di discese agli inferi e leggendarie risalite vengono investite di una simbologia e di un valore che vanno oltre il semplice atto di creazione letteraria, perché nascono in seguito a quella che John R. R. Tolkien ha chiamato subcreazione, cioè l’enucleazione di mondi coerenti e in armonia con proprie leggi universali, tanto da apparire al lettore non verosimili, bensì reali. Pertanto le azioni e le parole degli eroici personaggi che muovono tali mondi diventano più vive di un’allegoria, perché percepite come vere e possibili e collocate all’interno di un cosmo dove tutto funziona e in cui l’uomo è veramente e finalmente protagonista del proprio destino. L’immedesimazione diventa totale.

Ma che cosa intendiamo quando parliamo di “mito”? Quale significato è lecito dare al fatto che l’uomo continui a manifestare una predisposizione naturale alla creazione di racconti mitici? Dove sta la presunta relazione tra la nostra civiltà, moderna e convulsa, e delle semplici storie che ad occhi superficiali possono sembrare solo credenze che si perdono nella notte dei tempi o tutt’al più favole della buona notte?

Raccontare storie è ciò che l’uomo ha sempre fatto per spiegare la vita a se stesso, storie emblematiche e depositarie di interi sistemi filosofici e morali, di concezioni del cosmo, della vita e della morte, di aspettative e paure. È così che pulsioni e sentimenti archetipici si concretizzano, grazie alla forza dell’immaginazione, in forme ben precise e riconoscibili: siano esse greche, irochesi, polinesiane o egiziane, ciascuna mitologia secondo le forme e i contenuti più confacenti ci parla della medesima ricerca essenziale e degli stessi quesiti e presenta gli stessi temi narrativi, cioè immacolate concezioni, incarnazioni, morti e resurrezioni, giudizi universali e così via.

Per quanto simbolici e irreali possano sembrare, i racconti mitici sono invece quanto di più vero e reale ciascuno di noi possa percepire nel proprio cuore, poiché nascono dal bisogno di colmare un vuoto di significato e, tramite immagini che ai nostri occhi risultano chiarificatrici, diventano una vera e propria forma privilegiata di conoscenza del mondo.

Il grande studioso americano di mitologia comparata Joseph Campbell afferma che “quando un mito è vivo, offre modelli attuali”, evidenziando con efficacia e semplicità come i miti siano da sempre una fonte ispiratrice di modelli che suggeriscono delle possibilità per realizzare se stessi all’interno della società. E di certo il problema che più di ogni altro affligge la nostra civiltà è la mancanza di adeguati principi da seguire per conseguire un corretto e completo sviluppo della nostra persona fin dall’età giovanile.

“Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest’esperienza che è il mio posto nel mondo” – con queste parole Cesare Pavese sembra quasi voler riassumere ciò di cui parla Campbell: una grande forza armonizzatrice e ordinatrice, capace di inserire gli individui, con le proprie speranze, nella società di appartenenza e, di conseguenza, integrare la società stessa con la natura circostante. Il mito non è una bugia ben confezionata ma qualcosa di vitale e presente, che ha ancora attinenza con la nostra vita e che, se ascoltato attentamente, riesce a suggerire all’uomo come trovare il proprio posto in questo mondo e vivere una vita soddisfacente e felice.

È attraverso il fantastico – a torto ritenuto una forma artistica secondaria – che le tematiche senza tempo del mito, che dimorano a livello inconscio nella nostra psiche, riaffiorano come creazione dell’immaginario collettivo. Ecco quindi che nel presente mondo desacralizzato e secolarizzato– in cui ciascuno tenta di aggrapparsi confusamente alle più disparate offerte di spiritualità – il fantastico letterario giunge a ricoprire la medesima funzione sociale, liberatoria e catartica che aveva il mito nel mondo sacralizzato.

Ciò che più di ogni altra cosa rende ancora attuale il mito è la personificazione dei processi psichici legati agli archetipi nella figura dell’eroe. Sono gli eroi di ogni tempo che rendono palpabile il legame che intercorre tra mito e società: quello dell’eroe è il ruolo di colui che compie un percorso individuale per il bene della collettività, risolve le situazioni più complicate e si manifesta prontamente ogniqualvolta ce ne sia bisogno, colui che spesso appare quando ormai le circostanze volgono al peggio e che, fatalmente, le risolve.

Nonostante difficoltà e situazioni apparentemente insuperabili, gli eroi resistono e fanno del loro essere unici e diversi uno strumento per il bene di tutti, avendo seguito il più classico dei percorsi di formazione, delineato in dettaglio da Campbell nel suo L’eroe dai mille volti: l’abbandono del mondo al fine di sradicare i demoni dalla propria psiche, una strada costellata di infiniti ostacoli e di fortunati incontri, il ritorno tra gli uomini per svelare il mistero di una vita rinnovata. E la mente corre subito alle vicende di Prometeo e Mosè, salvatori di interi popoli, a quelle del principe Gautama che diventa il Buddha o a quelle di Frodo Baggins e di Luke Skywalker, entrambi eletti improvvisamente uniche e inconsapevoli speranze di salvezza per i rispettivi mondi.

Gli eroi ci ricordano l’importanza di un binomio oggi troppo spesso dimenticato: credo in un mondo migliore, quindi agisco secondo tale scopo. Sono soprattutto gli eroi moderni a denotare questa consapevolezza di agire all’interno di una comunità e rivestire in essa un ruolo ben preciso; va da sé che spesso debbano confrontarsi anche con le conseguenze psicologiche che entrano in gioco nel momento in cui questo loro ruolo inizia a vacillare.

Prendiamo come esempi più emblematici i personaggi di Zorro e di Batman. Il primo incarna la figura di un nobile combattente che, in nome della povera gente oppressa, agisce sempre al limite della legalità contro la tirannia di chi governa la sua città, una Los Angeles a cavallo tra il Diciottesimo e il Diciannovesimo secolo. Un cavallo nero, il mantello, il cappello e la maschera, anch’essi neri, e la sciabola sono i tratti distintivi di quello che è diventato uno dei più importanti personaggi della tradizione d’avventura moderna – se non addirittura il più importante – e ha ispirato maggiormente la creazione di uno dei prodotti culturali moderni per eccellenza, cioè il supereroe dei comic books americani. McCulley non poteva certo avere idea della popolarità e della fama che avrebbero accompagnato di lì in avanti il personaggio letterario da lui ideato, divenuto nel corso del Novecento una delle figure più profondamente radicate nell’immaginario collettivo mondiale, conosciuta da chiunque, anche senza aver letto una sola pagina delle storie di cui è protagonista o senza esser stato spettatore di uno dei numerosi riadattamenti cinematografici.

Se Zorro è l’eroe consapevole, il suo epigono diretto, Batman, è l’eroe che vacilla e che, grazie all’autore che ne ha riscritto i canoni, Frank Miller, capiamo essere prima di tutto un uomo in costante ma precario equilibrio davanti al bivio schizofrenico tra giustizia e vendetta, simbolo del decadimento degli anni Ottanta. L’esempio dell’Uomo Pipistrello è il più calzante per evidenziare come le creazioni del mito siano radicalmente legate alla cultura e al momento storico di appartenenza, diventandone così l’espressione più fedele, poiché scaturiti direttamente dall’immaginario di riferimento. Insomma, anche attraverso le storie di Batman, che silenziosamente si rinnovano in una tradizione ormai fortemente consolidata, capiamo qualcosa in più sulla nostra società in movimento e facciamo luce su noi stessi e sul nostro modo di vivere.

Consapevole della sua funzione salvifica all’interno della società, l’eroe moderno è anche figlio della speranza, grazie alla quale si può prestare fede a qualcuno in grado di indirizzare gli eventi positivamente, di portare giustizia anche nella vita terrena, qualcuno in cui poter confidare e a cui rivolgere le preghiere perché sicuri che verranno esaudite, qualcuno capace di stupefacenti imprese e di vigilare sui mortali. D’altro canto, però, gli eroi non sono immuni da sentimenti e dolori ed è per questo in realtà che ci identifichiamo così profondamente in loro: sono soggetti ai nostri stessi bisogni ed emozioni, mangiano e respirano, vivono l’amore e provano il dolore della perdita, sono costretti a prendere decisioni importanti e talvolta sbagliano pure.

In loro i nostri sogni e fantasie prendono vita, grazie a loro possiamo credere che sia la giustizia ad avere il sopravvento e che finalmente l’universo intero possa tornare al suo ordine originario. Negli eroi cerchiamo un soccorso, al fine di esorcizzare le nostre più profonde paure, e un esempio che dia senso alle nostre aspettative. Il loro ruolo quindi è quello di fungere da specchio per il nostro stesso “io”, poiché le loro avventure rappresentano le difficoltà che nella vita affrontiamo quotidianamente e le doti che ci è dato di mettere in campo allo scopo di superarle: senso di giustizia, speranza, coraggio, tolleranza, saggezza, perseveranza, amore.

Insomma, in essi cerchiamo dei modelli di extra-ordinarietà, ma allo stesso tempo la possibilità, nella vita di tutti i giorni, di essere uomini nel senso più elevato del termine. È attraverso le vicende degli eroi che il mito diventa un’infinita metafora della vita.

È la letteratura avventurosa, con i suoi intrepidi personaggi, che va considerata come una specie di intelaiatura ideale per la costruzione di altri generi letterari, soprattutto la fantasy e il fumetto supereroico. Lo stile narrativo dell’avventura, infatti, è quello più confacente a tramandare un certo tipo di storie che nascono dal bisogno di veder realizzati i nostri sogni e di dare risposta alle nostre domande. Come non ricordare a tal proposito le parole di Claudio Magris, nel suo famoso scritto dedicato a Salgari: “Il romanzo d’avventura è una sortita all’aperto e insieme un ritorno a casa, è il viaggio dello spirito che parte alla scoperta del mondo e dispiega, in questa lotta col molteplice e con l’ignoto, le proprie latenti possibilità sì da tornare, cresciuto e adulto, alla casa ritrovata”.

Una nutrita schiera di scrittori ha celebrato nei più svariati modi il coraggio, la forza e l’ingegno umani, sfruttando sapientemente e rielaborando più volte il motivo del viaggio – tema letterario oltremodo proficuo, proprio perché metaforicamente connesso alla crescita spirituale dell’uomo – e dell’incontro fra diverse e sconosciute culture, per esaltare o criticare i valori della società in cui essi stessi vivevano. Il viaggio come occasione di conoscenza – è questo uno stilema che, da una parte, accomuna e avvicina personaggi altrimenti lontanissimi nel tempo e nelle fattezze, e, dall’altra, rende sempre e comunque affascinante la fruizione di racconti avventurosi. Infatti, grazie al tramandarsi del mito nella storia, nonostante il salto culturale enorme, oggi possiamo assistere alla rinascita dell’eroe dal multiforme ingegno, Ulisse, nel capitano protagonista della serie televisiva Star Trek, James T. Kirk, semplicemente riadattando la vicenda all’immaginario odierno e mantenendo tutti gli elementi di un’Odissea in chiave moderna: un capitano indomito, che fa dell’ingegno e della diplomazia le armi migliori; un equipaggio fedele e di composizione eterogenea; una nave dispersa nello spazio e alla perenne ricerca di una rotta per tornare a casa; nuovi e meravigliosi incontri con popolazioni extraterrestri, che conducono a peripezie sempre nuove e avvincenti.

È rilevante notare come la serie televisiva, pur rimanendo un prodotto d’intrattenimento, abbia proposto temi importanti dal punto di vista sociale, etico e politico. Per la prima volta nella storia della televisione un giapponese, una donna di origine africana, diversi americani, uno scozzese, un russo e un alieno, quando il mondo era spaccato in due dalla Guerra Fredda, si trovavano a lavorare insieme, come membri dello stesso equipaggio, per esplorare l’universo alla ricerca di nuove culture con cui dare vita a reciproci scambi in nome dell’uguaglianza e della pace.

Il veronese Emilio Salgari ha racchiuso in modo unico e personale tutti gli elementi fondamentali del romanzo avventuroso: la ricerca condotta attraverso l’esplorazione del mondo, le gesta eroiche compiute grazie a virtù quali la lealtà e il coraggio, l’amicizia e la fedeltà, il misurarsi contro l’ignoto e gli avvenimenti inaspettati che il destino ci pone innanzi. Tutto questo è proposto in uno stile unico e ineguagliabile, grazie all’unione di materiali eruditi pre-narrativi da una parte – conoscenze geografiche e storiche – e di elementi fantastici di pura tradizione classica e mitologica dall’altra.

Le storie del Capitano veronese rappresentano un vero e proprio epos primitivo, in cui l’avventuroso ha sempre il ruolo esclusivo di protagonista, in cui troviamo grandi eroi nei quali identificarci, in cui ogni dettaglio rimanda a un’idea più generale di coraggio o viltà, fedeltà o vendetta, vittoria o sconfitta. È un’epica elementare, che riduce la realtà intera a quello che il lettore percepisce come un insieme di certezze, nel quale tutti gli elementi, i simboli e le situazioni – l’esotismo sfolgorante, i viaggi pericolosi e un mare che sembra decidere del destino degli uomini quasi fosse una divinità greca – siano univocamente interpretabili.

Per dirla con le parole pronunciate dall’allora sindaco di Verona durante la celebrazione funebre dello scrittore, le opere di Salgari non solo schiudono la mente dei lettori all’amore per lo studio e alla sete di conoscenza, ma più di tutto mostrano loro, anche attraverso il ritorno al mito, le vie della speranza, sentimento primigenio che sa rendere forti se si ha fiducia nelle proprie modeste capacità, temprate però dallo spirito eroico. Nonostante Salgari rifiutasse di fare esplicitamente della morale con i suoi romanzi, non si può certo dire che doti come la lealtà, il coraggio e il senso della giustizia che animano i suoi personaggi non siano già una forma elementare di educazione per i giovani lettori. E diventa curioso pensare come l’ambiente accademico rimproverasse ai racconti di Salgari proprio una basilare assenza di valori positivi, a scapito di troppe scene di realistica crudezza. Ma a conferma dell’immortalità di chi ha saputo creare così tante e indelebili immagini, vi è una serie infinita di riprese e adattamenti dello “stile Salgari” sia a livello letterario, sia in ambito televisivo e cinematografico, ma anche tra gli autori di fumetti e perfino di videogiochi.

La vita stessa dell’uomo Salgari, un uomo che muore “spezzando la penna” perché non più in grado di sostenere quella interdipendenza tra vita e scrittura che ne ha segnato l’esistenza, può essere considerata un’avvincente avventura, tanto che l’autore e disegnatore Paolo Bacilieri ha ideato una storia a fumetti dal titolo Sweet Salgari, che ha come soggetto proprio la parabola artistica e umana dello scrittore veronese, il quale, a detta dello stesso Bacilieri, con i baffi a manubrio, il cappello sempre in testa e la sigaretta perennemente tra le labbra risultava essere a volte più personaggio dei suoi personaggi. Proprio questa compenetrazione tra vita e scrittura ha dotato Salgari di una sensibilità e di un atteggiamento di profonda identificazione con il proprio tempo e la propria cultura di appartenenza, tanto da arrivare ad esprimere con passione il proprio pensiero sulla società o condannare con altrettanta veemenza i suoi errori e i segni di un suo possibile sfaldamento, caratteristiche che lo accomunano all’inglese Tolkien e all’americano Howard. Come già altri hanno osservato, proprio con quest’ultimo possiamo trovare molti elementi in comune, sia dal punto di vista personale – la fine tragica delle loro vite – sia artistico: la sete di avventura, il gusto per l’esotico, la precisione per i dettagli storico-geografici. Ma ciò che più interessa è l’adesione a valori profondi, infusi poi negli eroi protagonisti delle loro storie, aspetto quanto mai distintivo di un modo di pensare fortemente mitico.

Anche Salgari – come Tolkien, Howard e Miller – a modo suo delinea quindi storie che rispecchiamo i sentimenti del proprio tempo e che veicolano una chiara denuncia sociale. Tolkien, uomo che disprezza ciò che la cultura di massa e il progresso globalizzante hanno da offrire, sublima il significato metaforico della vita come cammino insidioso tra le spire di una società omologante e tecnologizzata, allo scopo il ritrovare il proprio posto nel mondo in armonia con la natura. Frank Miller, conscio della forza delle immagini in un mondo globale che ha spazzato via eroi e demoni per far posto al denaro e al potere, delinea il volto del vero eroe contemporaneo non più irreprensibile e dall’animo scisso tra giustizia e vendetta, conscio di rappresentare un simbolo per tanti, ma anche di essere un semplice uomo. Salgari, più similmente ad Howard, mette in luce una forte passione per un “altrove” sconosciuto che lascia trasparire la volontà di immaginare luoghi in cui onore, coraggio e idealismo possano ancora avere un senso, ed in cui, attraverso i temi del “lontano” e del “diverso”, trovano spazio valori che ci parlano di rispetto per l’umanità in tutte le sue forme e di una mancanza assoluta di razzismo, disprezzo o commiserazione.

È ancora Campbell a mostrare come i miti rivelino non tanto ciò che rende felici, bensì che cosa ci si può trovare davanti una volta intrapreso il viaggio, ostacoli compresi. E in effetti le storie di questi autori non ci raccontano mondi privi di sofferenza – al contrario! – ma ci dicono come poterla affrontare, sopportare e soprattutto interpretare. Se non è questo un insegnamento imprescindibile…

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