La chiesa. Ite, missa est

Pier Maria Bocchi
Michele Soavi n. 6/2018
La chiesa. Ite, missa est

Nel 1987, in America, la realtà e il sonno sono terra di incubi dove il futuro apocalittico bussa per entrare; nel 1989, in Italia, la veglia appartiene a una realtà dove il passato apocalittico minaccia di risorgere. Al tempo della massima autosufficienza dell’io, della me generation, del culto del corpo e dei paninari, due espressioni dell’orrore preannunciano la Sua venuta: in Il signore del male di John Carpenter (1987) l’Anticristo dei giorni a venire fa capolino in sogno e chiede di accedere al presente; in La chiesa (1989) le atrocità commesse dai Cavalieri teutonici all’epoca delle crociate, di cui si dice che Hitler fosse un grande ammiratore al punto da prenderli a modello per le sue SS, incombono su una contemporaneità destinata a sgretolarsi su se stessa. Due film similari, due film complementari: per Carpenter l’oggi è già determinato dal domani; per Soavi il passato non può che rappresentare la ragione del presente, il suo destino, la sua condanna. Strano che nessuno se ne sia accorto, ma La chiesa sembra veramente la versione “all’italiana” di Il signore del male. A partire dal plot, con un gruppo eterogeneo di individui chiusi in un edificio religioso – una chiesa in rovina, una cattedrale gotica – dal quale le vie di fuga sembrano inesistenti. Non il remake non dichiarato, non un omaggio cinefilo, ma una riarticolazione (chissà quanto consapevole) secondo le idee estetiche e commerciali dell’Italia di fine anni Ottanta, quando il mercato di genere ancora rifiuta la propria inevitabile crisi benché i registi siano costretti a fare i conti con scenari alternativi televisivi, home video compreso. Ma se negli Stati Uniti questi ultimi si configurano come strumenti ausiliari, con buona pace di tutte le Cassandre, in Italia il piccolo schermo e la videocassetta usurpano largamente il primato della sala, che rimane appannaggio dell’impero colonialistico a stelle e strisce. Con Il signore del male Carpenter riflette molto chiaramente sul disastro di un Paese fondato sul denaro; Soavi, dal canto suo, cerca di mantenere viva la libertà produttiva in un momento di tragica incertezza. Due intenzioni apparentemente differenti ma profondamente equivalenti, e non per semplice indipendenza creativa. Al pari di Il signore del male, La chiesa indaga dentro di sé – ovvero nella ragione di un genere, nel suo valore politico e di incidenza sul mondo – alla ricerca di un motivo per guardare alle cose: tutt’e due le pellicole giungono alla medesima conclusione, cioè che la realtà fa paura e che non c’è salvezza. Nel film di Carpenter una chiesa è l’etimo di una catastrofe imminente, di cui si scorge un’immagine sgranata, una presenza dietro lo specchio; nell’horror di Soavi la cattedrale è al contrario la roccaforte monumentale dedicata alle mostruosità della Storia, dove si celebrano quotidianamente i propri “splendori” e si prega il dio che tutto ha visto e che tutto ha condonato. La lapide su un abominio già accaduto e che scalpita per ottenebrare di nuovo il presente. Qui, in questo duomo di raccapriccio sepolto, chiudere le porte dall’interno significa sperare di contenere il male: ma è soltanto un pensiero romantico, perché fuori il mondo è già corrotto.

In questi due film, dunque, Il signore del male e La chiesa, avviene l’inimmaginabile: il mostruoso si dà a vedere ed è infine chiamato e abbracciato dalle sue stesse vittime. Sono loro a tendergli la mano, a offrirgli l’ingresso, a offrirsi a lui. Fino a una specie di orgia diabolica, quando la persona perde il senno e agisce agli ordini di nessuno e di tutti, di qualcuno e di qualcosa. Per Soavi i banchi della navata diventano il palcoscenico per uno spettacolo irrazionale, nel quale recitano adulti e bambini, vecchi e fidanzatini, neosposi e sagrestani. Un contagio selvaggio, che investe le menti e i corpi. Però Soavi non è Ken Russell, non gli interessa l’irrisione isterica: gli importa invece lo stato di trance demenziale come condizione di insensibilità, trasparenza adeguata all’accesso dell’orrore che trova così via facile. Poi c’è anche spazio per un veloce amplesso con una creatura infernale e per una montagna fangosa di corpi nudi e lascivi che erompe dalle profondità del presbiterio con magniloquenza sensuale, ma si tratta di (sublime) bric-à-brac da tipico artigianato italiano: la “commedia” che va in scena – fra scolari che suonano la tromba e che subiscono la lusinga di un doppio che li attira a sé come Narcisi sottomessi, maestrine miopi e trafitte, innamorati litigiosi e gelosi che finiscono come moscerini sul parabrezza e ottuagenari rimbambiti che festeggiano la loro unione sacra e inviolata suonando le campane con la propria testa (mozzata) – è un incanto sull’altare della realtà quale esistenza piegata all’atrocità. Soltanto due anni prima, a Los Angeles, si teneva un’esibizione simile, quella di un misterioso liquido verde contenuto in un grosso cilindro che dagli scantinati di una chiesa diroccata riempiva la bocca e i ventri di alcuni impavidi studiosi di fisica: in Il signore del male, che degli anni Ottanta reaganiani è l’epitome e insieme il lascito, la scienza subisce lo scacco dell’inspiegabile, dal quale peraltro prende forma lo sgomento per un futuro di morte.

E La chiesa, che dagli anni Ottanta della Fininvest prende le distanze, e che prima e più di La setta (1991), meno autonomo, più “quadrato”, più matematico, è il vero compendio di un’ideologia di selvatichezza creativa per cui non esistono galateo e buon senso, confini e dettati, si rivela in conclusione il ritratto perfetto nel quale perdere le sembianze e l’orientamento e dal quale ricevere in ritorno e in risposta un volto alterato, irriconoscibile, inaccettabile, incarnazione emblematica di un sentimento del reale a cui è impensabile non dare ascolto. E mentre officia un rito funebre in onore di un genere che non c’è già più, Michele Soavi ha perfino il coraggio di scegliere ancora l’irragionevolezza, la barbarie e il caos quali coordinate necessarie per l’invenzione, come dieci anni prima, ai tempi del Fulci più scatenato, e come vent’anni prima, alla nascita di un nuovo genere sanguinoso ed erotico, quello degli Argento e dei Martino. Quando la tv ha già cambiato le regole, La chiesa ne rifiuta per un’ultima volta le disposizioni e lo sfondo per darsi in pasto, con violenza, prepotenza e straordinario spirito di abnegazione, ai piaceri laici e civili di quel demonio del libero arbitrio. Poi tutto crolla, anche se il sorriso di Asia Argento prima che i titoli di coda lo trancino quasi sul nascere è chiaramente una riepilogativa dichiarazione d’intenti e il solo commento possibile.

 

 

CAST & CREDITS

Regia: Michele Soavi; soggetto: Dario Argento, Franco Ferrini, Dardano Sacchetti (non accreditato), Lamberto Bava (non accreditato); sceneggiatura: Dario Argento, Franco Ferrini, Michele Soavi; fotografia: Renato Tafuri; scenografie: Massimo Antonello Geleng; costumi: Maurizio Paiola; montaggio: Franco Fraticelli; musiche: Goblin, Keith Emerson; interpreti: Tomas Arana (Edwald), Barbara Cupisti (Lisa), Feodor Chaliapin Jr. (canonico, come Feodor Chaliapin), Asia Argento (Lotte), Hugh Quarshie (padre Gus), Antonella Vitale (Barbara), Giovanni Lombardo Radice (reverendo); produzione: A.D.C., Cecchi Gori, Tiger Cinematografica, Reteitalia; origine: Italia, 1989; durata: 100’; home video: dvd CineKult, Blu-ray CineKult; colonna sonora: Cinevox Records.

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