"L’ispettore Coliandro". La stanza dei giochi

Claudio Bartolini
Manetti Bros. n. 14/2022

Difficile distinguere L’ispettore Coliandro dai Manetti Bros. Sebbene ideato dalla penna dello scrittore e giallista Carlo Lucarelli – quattro romanzi nei primi anni Novanta e un cameo in chiusura dell’episodio pilota Il giorno del lupo a sancire la paternità naturale – il personaggio diventa in breve tempo l’icona attorno alla quale si abbarbica l’intera produzione dei fratelli romani e, in un tempo ancor più breve, affibbia al duo lo statuto di cult, innescando un fandom che travalica gli abituali confini della spettatorialità televisiva pubblica italiana.
Per i Bros. la serie è pietra angolare del percorso artistico. C’è un prima, fatto di entusiastici, debordanti e a tratti scoordinati pulp movies all’amatriciana. E c’è un dopo, dove la calligrafia va registrandosi a beneficio di uno stile riconoscibile, nel quale il prima trova il giusto mezzo e diventa salto di qualità; diventa L’arrivo di Wang (2011), Song’e Napule (2013), Ammore e malavita (2017), ossia pastiches sì arrembanti, ma calcolati al millimetro e consapevoli al punto da riscuotere l’interesse dei principali festival nazionali.
C’è, soprattutto, un durante. Perché L’ispettore Coliandro copre, a oggi, un arco di carriera di quattordici anni, di fatto abbracciando il dopo di cui sopra (da intendersi come dopo il 2006 della prima stagione) e accompagnandolo in parallelo. Sono gli anni della maturità, nei quali i Manetti si fondono con la loro (non ce ne voglia Lucarelli) creatura e ne fanno una sorta di cameretta in cui cristallizzare una perenne giovinezza. Questo spazio domestico, intimo e privato è abitato dai loro amici, con cui concedersi frequenti passeggiate nel luna park del cinema fondando a tutti gli effetti una factory: Giampaolo Morelli, già nelle prove generali di Piano 17 (2005), diventa l’attore feticcio cui affidare Crimini: Il bambino e la befana (2007), Song’e Napule e Ammore e malavita; sempre da Piano 17 provengono lo straordinario “O Panzone” Antonino Iuorio (Crimini: Rapidamente [2006], Ammore e malavita, Diabolik [2020]), Enrico Silvestrin, Giuseppe Soleri e i compositori Pivio e Aldo De Scalzi, ormai legati a triplo filo alla filmografia manettiana; Serena Rossi, “Coliandro Girl” in Testimone da proteggere (St. 5) e Serial killer (St. 7), è nel cast di Song’e Napule e al centro di Ammore e malavita; Paolo Sassanelli lo si ritrova in Paura (2012) e Song’e Napule.
Nella cameretta tutto è «serenità, piacere, lavoro armonico», come testimonia Veronika Logan. Ci si diletta con i giochi che piacciono a Marco e Antonio, in una continua sarabanda tra passioni adolescenziali (il ricorrere di vecchi album di figurine Panini Calciatori) e memorabilia del cinema di genere che fu. Ogni puntata è un omaggio a un filone adorato in età giovanile e rimasticato alla maniera dei Bros. – dallo Yakuza movie al giallo argentiano, dallo spaghetti western al poliziesco italiano, dalla blaxploitation alla sceneggiata di piombo alla Mario Merola, e si potrebbe proseguire all’infinito.
Ci sono riproposizioni su schermo (Milano calibro 9 di Fernando Di Leo [1972] visto in tv da Coliandro in Il giorno del lupo); camei iconici di registi (Lamberto Bava è questore in Doppia rapina [St. 2]) e attori (il giapponese di Cinecittà Hal Yamanouchi è il boss della Triade in Vendetta cinese [St. 1, 2006], Philippe Leroy il villain di Doppia rapina, Daria Nicolodi l’ex insegnante di Coliandro in Sangue in facoltà [St. 3]); feticci di cult movie in bella vista (il dvd di Dèmoni di Lamberto Bava [1985] trionfa sul tavolino della “Coliandro Girl” di Sesso e segreti [St. 2], la locandina di Antropophagus di Aristide Massaccesi [1980] è affissa alla parete del desk dell’ospedale in Anomalia 21 [St. 4], quelle di Suspiria di Dario Argento [1977], Deliria di Michele Soavi [1987] e Le notti erotiche dei morti viventi di Aristide Massaccesi [1980] sono appese in casa di una vittima in 666 [St. 4]).
E ancora: omaggi dialogici e onomastici a quel cinema («Ugo Piazza, come il protagonista di Milano calibro 9» è il nickname usato da un cliente di prostitute in Sesso e segreti; «Minchia che boiata Il bosco fuori», dice l’ispettore in Mai rubare a casa dei ladri [St. 2], prendendosi gioco del thriller splatter di Gabriele Albanesi [2006] prodotto proprio dai Manetti; «All’onorevole piacciono i festini a base di coca» afferma l’antagonista di Il sospetto [St. 3], parafrasando All’onorevole piacciono le donne di Lucio Fulci [1972]; «Di una così ci si può anche innamorare. Almeno quando non fa la medium di Profondo rosso», chiosa il protagonista in Sangue in facoltà; «Sembra una di quelle storie da fratelli Coen… tipo Fargo», sentenzia la sovrintendente Buffarini in Vai col liscio [St. 7]); ammiccamenti narrativi (Copkiller, titolo di un celebre thriller di Roberto Faenza [1983], è anche quello del sesto episodio della stagione 5, che ne ricalca il soggetto; Corri, Coliandro, corri [St. 6] ripropone il plot dinamitardo di Die Hard. Duri a morire di John McTiernan [1995]; La fine del mondo [St. 6] rivisita l’assedio di Distretto 13. Le brigate della morte di John Carpenter [1976]); citazioni registiche (il look dell’assassino e il campionario di armi da taglio srotolato in Sangue in facoltà rievocano L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento [1970]; l’assalto finale dei camorristi al villaggio in Anomalia 21 è puro western, coronato dalla sentenza: «Meglio di Clint Eastwood in Per un pugno di dollari»; in Copkiller il montaggio delocalizzante rimanda a Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme [1991]; in Serial killer [St. 7] si spazia nella filmografia argentiana riproponendo i cromatismi saturi di Suspiria, le carrellate sulle bambole, il carillon e il riflesso dell’omicida nello specchio di Profondo rosso e persino il killer asmatico di Giallo [2009]; il finale di Caccia grossa [St. 7] è puro Rambo 2. La vendetta di George Pan Cosmatos [1985]).
Con il trascorrere delle stagioni, la giocosa bulimia citazionista dei primi episodi diventa ragionato processo stilistico, riflettendo quella progressiva consapevolezza estetico-narrativa che i Manetti sfoggiano parallelamente sul grande schermo. L’esercizio metalinguistico, da semplice divertissement in forma di camei-comparsa, sfocia in una tra le sequenze più interessanti – e assieme divertenti – dell’intera serie: Coliandro, in auto, alla vista di un mitra nella mano del ragazzo che lo precede su scooter interviene con tempestività, tamponando il veicolo; all’improvviso risuona lo «Stop» e l’ispettore scopre di essere su un set; intervengono i registi, interpretati da Marco e Antonio Manetti; segue un dialogo autoironico in cui Coliandro denigra apertamente il lavoro dei due («Ma chi siete voi, Gianni e Pinotto?»), che rispondono svelando la messa in abisso data dal côté metalinguistico («Veramente stiamo girando la serie tv… [non si comprende il titolo, che a questo punto immaginiamo sia proprio L’ispettore Coliandro]») e innescano la becera chiosa dello sbirro («Ma pensa che bella serie di merda state facendo, bravi!»), riproponendo così con eleganza lustri di dibattito attorno al prodotto.
In sintesi, infatti, L’ispettore Coliandro combatte contro la cocciutaggine e l’arretratezza ideologico-contenutistica della televisione pubblica italiana fin dalla sua nascita. Ultimata nel 2004, la prima stagione deve attendere ben due anni per approdare sui piccoli schermi, peraltro in piena estate. Segue una sospensione imposta dalla Rai – ufficialmente per ragioni di budget ma, dati i riscontri di audience, risulta difficile credere a simile tesi – dal 2010 (St. 4) al 2016 (St. 5), con tanto di rivolta e mailbombing di fan (ce ne sono numerosi anche tra le forze dell’ordine) che provocano dapprima la messa in onda di due episodi lasciati nel limbo (concepiti in origine come ultimi della terza stagione, quindi riconfigurati come gli unici due della quarta), quindi il ripristino della produzione a sei anni di distanza.
Riassunta per sommi capi la complicata vicenda produttiva della serie, è interessante sondare le ragioni più profonde di tali difficoltà. L’ispettore Coliandro è, in termini di scrittura, sviluppo dialogico e azione, un’opera “politicamente scorretta”. La sua è una sfida – in continuo rilancio, sui crinali dell’iperbole e della caricatura – alla morale benpensante, all’ipocrisia linguistica che regola i rapporti e i confronti in un Paese in evidente stato di arretratezza comunicativa, che continuamente confonde l’(auto)ironia con l’offesa e la forma con il contenuto. Coliandro è un uomo semplice, che alle sovrastrutture retoriche del Belpaese è del tutto estraneo («Ci sono un sacco di cose che non sai», constata con pertinenza la “Coliandro Girl” Sara in Sesso e segreti). Egli adora film action smaccatamente giustizialisti (da Cobra di George Pan Cosmatos [1986] a Rambo 2 e 3), definisce «Leccapatate» la collega omosessuale Bertaccini, «Involtini primavera» o «Pollo alle mandorle» gli orientali che fanno capolino sotto casa sua, «Cioccolatino» il nero che incontra per strada, «Kabir Bedi» il negoziante pakistano dal quale si rifornisce ogni sera. Egli ignora le buone maniere, come ignora che Kabir Bedi sia indiano – e anche quando il suddetto commerciante glielo ribadisce, lo dimentica immediatamente dopo. Tuttavia è pronto a sacrificare la propria vita per salvare un ragazzo autistico (Giacomino, del quale diventa fratello putativo), per togliere dalla strada una prostituta slava o per sottrarre al linciaggio un bracciante di colore, e il suo amore (per donne, amici, colleghi) non conosce confini di razza, gender o stato sociale. Coliandro è razzista nel linguaggio e antirazzista nell’agire, in teoria ultrareazionario, in pratica ultrademocratico.
Tuttavia paga le pregiudiziali di una morale comune che, dentro e fuori la fiction (in commissariato come in Rai), fa della forma il messaggio, condividendo il triste percorso e le superficiali etichette toccate in sorte all’ispettore Harry Callaghan, il cui poster a due fogli trionfa nel suo soggiorno e le cui battute (da «Coraggio: fatti ammazzare» in giù) dominano i suoi pensieri in voice over e pure molti dialoghi. Novelli Siegel, i Manetti trovano la loro serie accusata di volgarità, razzismo, sessismo e quant’altro possa rivestire il primo strato del processo di decodifica di un prodotto culturale. È il pubblico, invece, a scavare più a fondo e a comprendere – fino ad apprezzare – la paradossale e stratificata meccanica coliandresca.
A sgombrare ogni dubbio, nell’episodio che chiude la settima stagione (e, a oggi, l’intera serie) i Bros. spingono il protagonista a ragionare attorno al suo presunto razzismo, con esiti ancora una volta paradossali: l’ispettore, convinto di non meritare affatto tale etichetta, incontra interlocutori che gliela affibbiano di continuo, salvo poi ravvedersi alla prova dei fatti. Serve sempre una prova, insomma, perché questo sbirro un po’ serio e un (bel) po’ faceto riesca a imporre la propria essenza sulla propria apparenza. Rientrando in metafora, nel pedinamento che segna Testimone da proteggere lo sguardo cade sulla targa dell’auto («CA22ONE»), più che sull’identità di chi è alla guida. E in questa provocazione è sintetizzata tutta l’abilità degli autori nello spaziare di continuo tra provocazione e smentita, tra bidimensionalità di sguardo e profondità di lettura.
Difficile distinguere L’ispettore Coliandro dai fratelli Manetti, si diceva. Ma è difficile distinguerlo anche da Giampaolo Morelli, che a Coliandro lega la propria immagine d’interprete diventando icona. Occhiali a specchio, giacca in pelle, jeans e scarpe bianche, Marco (il nome di battesimo viene scelto su richiesta della Rai, ma mai esplicitato) è il perno, la presenza sempre in scena, con immaginabile dispendio per l’attore. Gli altri personaggi – dai colleghi del cast fisso alla “Coliandro Girl” di puntata, dal cattivo alle guest – sono funzioni del suo sistema, semplici ma mai banali reagenti alla sua sostanza.
Perché Coliandro, in fondo, basta a se stesso. E nella sua fumettistica solitudine – che si rinnova tacitamente anche quando un episodio termina con la creazione di un legame – si riflette il suo essere emarginato, incompreso, “diversamente amato”.

CAST & CREDITS
Regia: Manetti Bros.; ideatore: Carlo Lucarelli; fotografia: Sebastiano De Pacalis, Gian Filippo Corticelli; scenografia: Dora Manetti, Pierluigi Manetti; costumi: Patrizia Mazzon, Gaia Calderone, Francesca Casciello; montaggio: Federico Maria Maneschi; musiche: Aldo De Scalzi, Pivio; interpreti: Giampaolo Morelli (Coliandro), Enrico Silvestrin (Trombetti), Veronika Logan (Longhi), Giuseppe Soleri (Gargiulo), Alessandro Rossi (De Zan), Massimiliano Bruno (Borromini), Paolo Sassanelli (Gamberini), Enrica Ajò (Balboni), Caterina Silva (Bertaccini), Luisella Notari (Paffoni), Benedetta Cimatti (Buffarini); produzione: Rai Fiction, Nauta Film (st. 1-4), Vela Film (st. 5-7); origine: Italia, 2006-in produzione; durata: 5 stagioni da 4 episodi, 2 stagioni da 6 episodi, ogni episodio tra i 95’ e i 110’; home video: Blu-ray inedito, dvd Rai Trade; colonna sonora: Dischi Dell’espleta.

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