"Diabolik". La mente femminile dell’uomo mascherato

Barbara Sorrentini
Manetti Bros. n. 14/2022

Sessant’anni sono passati dalla prima apparizione di Diabolik: era il primo novembre del 1962, il titolo Il Re del Terrore. E ne sono passati cento da quando la prima delle sorelle Giussani, Angela, nacque a Milano il 10 giugno del 1922.
Prima di fondare la casa editrice Astorina, Angela lavorava con il marito, l’editore Gino Sansoni. È stata giornalista, redattrice e persino modella, finché il desiderio di emanciparsi dall’essere subordinata al consorte l’ha portata a creare una redazione tutta sua, insieme alla sorella Luciana.
Di lei si racconta che avesse un carattere forte, estroverso e ribelle. Che negli anni Cinquanta, quando le poche donne che guidavano un’automobile erano guardate con curiosità e sospetto, abbia preso il brevetto di pilota d’aereo. Inoltre andava a cavallo, sciava e praticava svariati altri sport. Nella biografia di Davide Barzi Le regine del terrore. Le ragazze della Milano bene che inventarono Diabolik (Nona Arte, 2019) si legge che il fumetto con le avventure di Diabolik sia nato dall’esigenza di creare qualcosa di vendibile e avvincente, che i pendolari potessero leggere nei loro viaggi in treno: Angela li osservava arrivare ogni mattina e ripartire ogni sera dalla Stazione Nord, che si trovava proprio sotto la finestra della redazione, situata in Piazzale Cadorna. Voleva offrire loro qualcosa che si potesse iniziare e finire in mezz’ora di viaggio, in un formato tascabile, che poi diventerà il “formato Diabolik”. Probabilmente, sempre secondo la ricostruzione di Barzi, l’idea dell’uomo mascherato e delle sue sparizioni rocambolesche si ispirò inizialmente al cugino d’Oltralpe Fantômas. Diabolik è un personaggio maschile, ma così acuto, raffinato e con una mentalità così sofisticata che poteva essere stato pensato soltanto da un cervello femminile. Così almeno la pensavano le due ragazze di Milano, tant’è che riverberano più immediatamente in Eva Kant l’emanazione della loro intelligenza smaliziata. Quanto a Ginko, l’ispettore grigio, fissato, sempre un passo dietro a Diabolik, l’uomo che cade sempre al traguardo, c’è chi ha ipotizzato che il nome, con giusto una K a modificarlo, sia uno sberleffo nei confronti dell’ex marito di Angela: Gino Sansoni.
Diabolik, professione ladro, ruba soprattutto gioielli preziosissimi o enormi cifre di denaro e non esita a uccidere chi intralcia i suoi piani. Amato dai giovani, il fumetto non era ben visto da insegnanti e genitori. Un personaggio spietato e senza scrupoli, tra i benpensanti degli anni Sessanta, era accusato di fomentare la violenza. Accusa che le sorelle Giussani hanno sempre rimandato al mittente, esaltando semmai l’etica del loro antieroe mascherato. In effetti Diabolik, che certo svolge un’attività illegale, è dotato di sani e radicati principi: l’onore, la tutela dei più deboli, il senso dell’amicizia e della riconoscenza, il rispetto degli animi nobili. Odia mafiosi, narcotrafficanti, strozzini e aguzzini.
Alle critiche borghesi e bacchettone (il fumetto venne anche inserito nella lista delle letture sconsigliate dalla Chiesa), qualche anno dopo si aggiunsero quelle di alcuni collettivi femministi che accusavano Diabolik di atteggiamenti patriarcali nei confronti dell’amata. Eppure, le Giussani avevano concepito Eva Kant come una figura salvifica, motivo per cui – sensibili a tali opinioni femministe – scrissero un numero in cui Eva istruisce Diabolik su come debba comportarsi per non cadere nel cliché maschilista. Ecco che, con questi accorgimenti, fu accolto anche dal circolo delle e degli intellettuali, diventando un cult.
Del resto, sono ormai note – anche grazie alle diverse celebrazioni susseguitesi negli anni – le posizioni politicamente corrette delle sorelle Giussani. Come quella in difesa della legge per il divorzio esistente dal 1970: «Quando nel 1974 venne indetto il referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio» ricorda Mario Gomboli, storico collaboratore e attuale editore di Diabolik, sulla pagina Facebook dedicata «le sorelle Giussani, con un’operazione che non aveva precedenti nel mondo del fumetto, decisero di dedicare una pagina di Diabolik all’invito a votare NO […] che uscì per la prima volta il 9 aprile 1974 in Tragica evasione. Una chiara presa di posizione del Re del Terrore su un tema sociale». La prima di molte altre.
Chissà se le sorelle avrebbero apprezzato Diabolik, il film dei Manetti Bros., che dopo tanta attesa è arrivato in sala a fine dicembre 2021. Perché, in un ricordo rivelato sempre da Gomboli, non era piaciuta affatto la prima trasposizione che Mario Bava aveva realizzato nel 1968: «Quello non è Diabolik! Se non usa la maschera, non lancia i pugnali… chi è?».
A Gomboli il film di Bava invece era piaciuto ma non osava dirlo, intimorito dai commenti ad alta voce di Angela durante la proiezione, mentre Luciana taceva e annuiva. Anche il pubblico, all’epoca, non lo aveva apprezzato particolarmente, salvo poi trasformarlo nel tempo in cult, forte proprio per i suoi punti deboli.
Eppure, le due tenaci e raffinate sorelle milanesi all’inizio avevano accolto con entusiasmo la proposta di Dino de Laurentiis di portare il “Re del Terrore” sul grande schermo. Erano convinte fosse una buona opportunità per dare ulteriore visibilità al personaggio. Purtroppo, come detto, rimasero deluse. Così tanto da non permettere più a nessuno di realizzare un film ispirato al loro fumetto. A quel punto avevano paura che l’immagine e la filosofia di Diabolik venissero snaturate.
E pensare che di proposte ne arrivarono, nel tempo, da tutto il mondo, anche da parte di case di produzione prestigiose. Niente, le due sorelle non vollero più affidare ad altri la loro creatura. E come biasimarle.
È dovuto passare mezzo secolo, fino a quando Mario Gomboli, direttore editoriale di Astorina a cui le sorelle hanno lasciato il testimone di tutto il patrimonio diaboliko, riceve nel suo studio i fratelli Manetti. «Mi sono sentito proporre non un film su Diabolik ma il film di Diabolik» racconta «Ho ascoltato analisi puntuali sul personaggio, resoconti di letture attente, progetti figli della creatività delle autrici. Mi è stato chiesto di fondere la mia esperienza di fumettista con la loro di registi per trasporre senza traumi o tradimenti il Re del Terrore dai disegni al grande schermo, e il loro entusiasmo mi ha contagiato. Così, a sessant’anni dalla sua nascita, Diabolik, il vero Diabolik, ha preso di nuovo vita ed è tornato al cinema».
Il film dei Manetti in effetti rispetta lo spirito che le sorelle Giussani avevano infuso al loro personaggio: ne ricrea il carattere, il fascino nascosto dietro al suo essere trasgressivo, furbo e in ultima analisi persino positivo, pur essendo un antieroe. Quell’aspetto apparentemente statico giocato dall’attore Luca Marinelli, stigmatizzato da parte di pubblico e critica, in realtà è un rimando alla bidimensionalità del fumetto. Nasconde il mistero nello sguardo e nell’impercettibilità dei movimenti. I cambi di volto, gli scambi di persona (e di interpreti), quel continuo mascherarsi per poi staccarsi la faccia riportano chi guarda allo stato d’animo suggerito dalla lettura del fumetto a metà anni Settanta.
Per quella generazione, che poi è la mia, Diabolik, come James Bond/Agente 007, aveva già quegli effetti speciali che avremmo visto al cinema solo nel decennio successivo. L’opera dei Manetti sembra giocare con gli aspetti innovativi di quel tempo, traducendoli con i mezzi innovativi dell’attuale, in un corto circuito perfetto che funziona da macchina del tempo. Il film riparte dal terzo numero del fumetto, L’arresto di Diabolik (uscito il 3 marzo 1963), in cui compare per la prima volta Lady Kant, la ricca vedova di un nobile, da lei ucciso dopo il matrimonio per appropriarsi delle sue ricchezze. Diabolik, intenzionato a rubare il prezioso diamante rosa di Eva, finisce per innamorarsene, allontanandosi sempre di più dalla fidanzata Elisa che – nonostante vivano assieme – non ha mai scoperto che Diabolik si traveste (nel film la donna è interpretata da Serena Rossi). La Eva Kant impersonata da Miriam Leone è algida, sensuale e molto attenta a non farsi  abbindolare dai malintenzionati, ma sappiamo  bene come andrà a finire con Diabolik. Mentre quando Manuel Agnelli canta, in La profondità degli abissi (parte della suggestiva colonna sonora) «C’è chi insegue il suo grande amore e c’è chi insegue la sua ossessione», è l’ossessione dell’ispettore Ginko quella evocata: l’eterno inseguimento del suo nemico numero uno. La ricerca affannosa, che si traduce in perenne beffa e delusione, prende forma sul volto di Valerio Mastandrea.
Tale è la fascinazione dei fratelli per Diabolik che hanno realizzato un lavoro certosino di ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere, rarefatte e vintage, girando tra Bologna, Trieste, il Lago di Como, Courmayeur e una Milano trasformata in Clerville grazie alla fotografia in noir di Francesca Amitrano.
Tra i lavori dei Manetti questo è certamente il più sofisticato, il più calcolato, più che mai imperniato su rimandi metacinematografici: dalla rievocazione degli anni Sessanta con costumi, ambienti, oggetti di scena, persino movimenti degli interpreti, alla musica di Pivio & Aldo De Scalzi, che ogni tanto irrompe a sottolineare la suspence, e le canzoni di Manuel Agnelli, cariche di notte, di buio, calate negli abissi del mistero. Siamo lontani anni luce dalla solarità sanguigna del musical Ammore e malavita, che pure – probabilmente – nascondeva il germe che avrebbe condotto i Manetti Bros. a questo film di genere.
«Nel corso della nostra carriera, nel nostro linguaggio, “alla Diabolik” è spesso stato un modo di impostare alcune scene, la scelta di un certo tipo di location o di certi espedienti narrativi. I nostri film, le nostre serie e persino i nostri video musicali sono pieni di queste suggestioni. Potrebbe essere divertente riguardare tutto quello che abbiamo fatto negli anni cercando le volte che ci siamo ispirati a Diabolik. Sarebbe sorprendente scoprire quante volte è successo, anche nelle situazioni meno prevedibili».
L’amore per il genere, i generi, si accompagna al costante ammiccare con rispetto al cinema di Hitchcock: la Eva Kant dei fratelli è un mix tra Grace Kelly in Delitto perfetto (1954) e Kim Novak in La donna che visse due volte (1958), le fughe rocambolesche riportano alla mente Caccia al ladro (1955).
Teresa Marchesi (Huffingtonpost.it) coglie in tali riferimenti un essere “antimoderno” del film: «Diabolik il film è un monumento allo stile e all’estetica che hanno reso iconico il fumetto […]. Non bara, non imbottisce la mitica Jaguar di congegni avveniristici, non strizza l’occhio al popolo dei videogame. Ostenta botole segrete rudimentali e fette di montagna comandate a molla. Ci vuole coraggio per mettere in pista, coi tempi che corrono, un film tanto controcorrente».
Mentre Gianni Canova sottolinea l’approccio demodé: «Il vintage è così la prima cifra che balza agli occhi, non solo […] negli arredi degli interni (così intrisi di modernariato e di design d’antan), negli squarci urbani dominati da architetture razionaliste e novecentesche, ma anche nei colori, nei tagli di luci, nel rapporto fra le immagini e i suoni. […] nella recitazione degli attori, nel modo di porgere le battute […]. Così, ad esempio, dietro l’ispettore Ginko di Valerio Mastandrea sembra di scorgere […] l’ombra del Tenente Sheridan di Ubaldo Lay, mentre i baci a stampo fra Luca Marinelli e Miriam Leone hanno quell’aura di deliziosa inverosimiglianza e di pudica reticenza che rinvia – appunto – a certi sceneggiati Rai di quegli anni. Non è il realismo che hanno di mira i Manetti Bros. Ma neanche l’ipercinetismo di certi franchise dedicati ai supereroi».
“Il film di Diabolik”, come lo considera Gomboli, ha avuto un’accoglienza curiosa: pare che, ad apprezzarlo di più, siano state le donne. Non è un dato statistico, e se anche lo fosse sarebbe difficile dargli una spiegazione “scientifica” – perciò tralascio un’inutile dissertazione su quali sarebbero le caratteristiche dei film “femminili”, se mai questa distinzione di genere abbia un senso (ovviamente no, non ce l’ha). Forse le ragioni vanno cercate altrove e sarebbero comunque talmente sottotraccia, sepolte in fondo all’inconscio collettivo, da non poterle individuare. Forse, i Manetti Bros. hanno saputo cogliere la forza originaria, intensamente femminea, di chi Diabolik l’ha inventato.

CAST & CREDITS
Regia: Antonio Manetti, Marco Manetti; soggetto: Angela Giussani, Luciana Giussani, Mario Gomboli; sceneggiatura: Antonio Manetti, Marco Manetti, Michelangelo La Neve; fotografia: Francesca Amitrano; scenografia: Noemi Marchica; costumi: Ginevra De Carolis; montaggio: Federico Maria Maneschi; musiche: Pivio & Aldo De Scalzi; interpreti: Luca Marinelli (Diabolik), Miriam Leone (Eva Kant), Valerio Mastandrea (Ginko), Claudia Gerini (Signora Morel), Alessandro Roja (Caron), Serena Rossi (Elisabeth Gay), Roberto Citran (direttore hotel), Pier Giorgio Bellocchio (vice di Ginko), Urbano Barberini (Duncan); produzione: Mompracem, Astorina, Rai Cinema, Film Commission Regione, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia Film Commission; origine: Italia, 2021; durata: 133 minuti; home video: inedito.

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