Narrativa: «L'età del vento»

Gloria Barberi
Lune d’Acciaio – I miti della fantascienza n. 9/2015
Narrativa: «L'età del vento»

Il Lightning P 38 volava nel cielo terso del mattino, cucendo un cirro all’altro con la sua scia.

Visibilità ideale per una ricognizione fotografica.

Il pilota eseguì una rapida verifica della strumentazione di bordo. Centoquarantotto dispositivi di controllo, da tenere sotto costante sorveglianza, richiedevano l’onnipresente vigilanza di un dio e la prontezza di riflessi di un superuomo, e lui sapeva bene di non possedere né l’una né l’altra. Anche il più piccolo gesto, ormai, gli costava una fatica spropositata. La spalla anchilosata, indelebile ricordo dell’incidente occorsogli in Guatemala sei anni addietro, lo tormentava con la sua inutilità e un persistente dolore. E per quello, come per tanti altri dolori fisici e morali, sapeva di dover incolpare soltanto se stesso. Aveva maltrattato quell’ingombrante meccanismo che era il suo corpo almeno quanto gli aerei; per eccesso di distrazione e passione, pretendendo troppo e dando anche di più. Quarantaquattro anni possono essere pochi per le creature che vivono costantemente, corpo e anima, incatenate alla terra; ma costituiscono un peso terribile per un paio d’ali, anche quando sono di metallo, in grado di sfidare il gelo dei diecimila metri. Ma nessuno sarebbe riuscito a strappargliele, quelle ali. No. Ci avevano provato, allo scoppio della guerra, dichiarandolo inidoneo al volo. Ma lui si era battuto con l’ostinazione di un bambino e la determinazione di un adulto, per tornare a guadagnarsi il cielo; si trovava assegnato al Gruppo di Grande Ricognizione Aerea 2/33, di stanza a Bastia-Borgo, Corsica. Era la sua nona missione. Nove, tre volte tre, la perfezione della perfezione. Ma la missione in se stessa era pura routine: fotografare la zona tra Grenoble e Annecy. Rientro previsto: ore 12.30.

Il sole si riversava nella carlinga come uno sciroppo dorato e tiepido. Il mondo, tra l’azzurro del cielo e quello del mare, appariva totalmente – ingannevolmente – quieto. Ci si poteva illudere che la guerra non fosse una ferita aperta e sanguinante, ma soltanto un ricordo inscritto nei bordi madreperlacei di una vecchia cicatrice… un’escoriazione su un ginocchio, quando, a dieci anni, era caduto da una bicicletta trasformata in un’improbabile “macchina volante” leonardesca.

Il pilota cominciò a canticchiare, a mezza voce, nella maschera a ossigeno; un passatempo rischioso, ma la bellezza della mattina meritava una colonna sonora che non fosse soltanto il rombo, per quanto musicale, dei motori del Lightning.

Il motivo era un ballabile vecchio di venticinque anni, che non gli era mai neppure piaciuto. Ma quelle note ripetitive avevano, nella loro insulsa gaiezza, una qualità del tutto particolare: l’unicità di un ricordo. E non importava che fossero sciape e inadeguate. Il caso le aveva indissolubilmente legate a un determinato istante, rendendole perciò preziose.

Il pilota chiuse gli occhi. Nessun lusso è troppo rischioso quando si affrontano i ricordi.

 

Il ragazzo si era affacciato alla porta del salotto, gettando uno sguardo esitante tutt’attorno. Era il crepuscolo e le discrete luci delle appliques alle pareti non riuscivano a dissipare l’atmosfera malinconica della stanza. C’era un che di luttuoso nella tappezzeria che rivestiva muri e divani, certi violetti quaresimali e rosa capaci di deprimere lo spirito più gagliardo. Dopotutto, quello non era un albergo di lusso e certamente i suoi interni non erano stati progettati da uno dei migliori arredatori parigini. Il ragazzo sentì vacillare la propria determinazione, già incerta, quando scorse l’uomo che cercava. Sedeva su uno di quei tristi divani, intento ad annotare qualcosa su un taccuino, e gli parve estremamente distante, addirittura alieno nella divisa da ufficiale britannico; più alieno, persino, di quanto non apparisse nelle fotografie – il ragazzo ne aveva veduta qualcuna – che lo ritraevano vestito del suo candido e fluttuante costume arabo.

Se solo gli si fosse avvicinato, presentandosi… Ma cosa poteva dirgli? Che avevano da spartire un ragazzo di diciannove anni e un eroe? Rischiava di disturbarlo. Sembrava così assorto… Luccichii dorati dalla stilografica; luccichii dorati sui capelli chiari.

Nel salotto non c’era nessun altro. Il ragazzo sentì il coraggio scivolare via da lui, con l’inesorabilità del sangue che sgorga da una ferita mortale, così come già era accaduto il giorno avanti, e quello prima ancora. Si ritrasse e girò sui tacchi, con fretta improvvisa.

«Te ne vai già?» Quelle parole, pronunciate in francese, lo arpionarono con il loro punto interrogativo finale, strattonandolo all’indietro. Il ragazzo barcollò leggermente, voltandosi.

«Come?» balbettò.

L’uomo aveva smesso di scrivere. Sotto la luce elettrica, i suoi occhi – uno sguardo diretto e intenso come quello di un ipnotizzatore – apparivano di una trasparenza cristallina.

«Sono giorni che mi ronzi attorno, come un tafano. È molto scortese, da parte tua. E imbarazzante, per entrambi.»

«Mi scusi.» Il ragazzo era arrossito. «Non intendevo importunarla.»

L’uomo gli puntò contro la penna, come fosse un’arma. «Dovresti almeno presentarti, non credi? Vieni qui.»

Il ragazzo obbedì e sedette sulla poltrona che il pennino della stilografica gli indicava, proprio di fronte al divano. Tese la mano verso l’uomo, che ignorò il gesto di saluto e, con impazienza, chiese: «Chi sei?».

Il ragazzo si umettò le labbra aride, poi rispose d’un fiato: «Mi chiamo Antoine de Saint-Exupéry, mi trovo qui a Parigi per studiare e, quando ho saputo che lei avrebbe partecipato alla Conferenza della Pace…».

«Non hai saputo resistere alla curiosità di dare un’occhiata all’eroe del giorno.»

Il tono ironico ferì il ragazzo. «Ho seguito le sue imprese, colonnello Lawrence, e penso che quello che lei ha fatto sia…» Esitò, cercando una parola che sapesse concentrare tutta l’ammirazione che provava per quell’uomo, ma non trovò nulla di più efficace di «… grande».

«Grande…» Il colonnello Lawrence richiuse il taccuino con un gesto lento e cauto, quasi le pagine fossero state fragili come quelle di un manoscritto antico. «Tu non sai niente, ragazzo; e, se hai un minimo di saggezza, puoi capire che questa è una bella fortuna. O, forse, sei anche tu uno di quei giovani incoscienti che rimpiangono di non essere nati in tempo per la guerra, e sperano in una prossima occasione per giocare agli eroi?»

Il ragazzo si sfregò l’indice della mano destra dietro l’orecchio, in un gesto d’imbarazzo. Non poteva negare l’eccitazione con la quale aveva seguito i bombardamenti dalle finestre del liceo, e il fascino di quel mortale spettacolo pirotecnico si era sempre dimostrato più forte della paura. «A volte la guerra è un male inevitabile, non è così? Quando poi sia utile a restituire la libertà a un popolo, e se si può avere l’onore di essere artefici di quella libertà…»

«Ciò che io ho tentato di dare agli arabi è assai meno di quanto non abbia tolto loro.» L’accento inglese, che scivolava attorno alle morbide consonanti francesi come acqua gelida, conferiva alla voce dell’uomo un tono distaccato.

Antoine fissò la punta delle proprie scarpe, sconcertato e confuso. Le imprese di colui che il mondo chiamava “Lawrence d’Arabia” avevano già acquisito tutti i connotati dell’epica. E il fatto che questa leggenda vivente si trovasse lì a Parigi, con i suoi gradi di colonnello dell’esercito britannico ma nuovamente al fianco dell’emiro Feisal, determinato a lottare affinché il governo inglese mantenesse le promesse fatte agli arabi, non poteva che accrescere lo splendore della sua aura d’eroismo.

Lawrence si mise in tasca il taccuino e si alzò. Antoine vide in quel gesto un congedo, e si sentì talmente indispettito per la propria goffaggine, incapace d’inventarsi un motivo per trattenere quell’uomo eccezionale, che le lacrime gli salirono agli occhi. Ma, inaspettatamente, il colonnello disse: «Usciamo a fare due passi». E lasciò il salotto. Antoine, incredulo, non ebbe il tempo di riprendere fiato; lo seguì, con le guance in fiamme e il cuore in gola.

Attraversato il piccolo e scuro ingresso dell’albergo, furono in strada.

La sera estiva stagnava sulla città con un odore d’acque morte e una cupa luce violetta che prometteva burrasca.

«Sta per piovere» disse Antoine, più che altro per mettere alla prova la fermezza della propria voce. Se doveva, come disperatamente desiderava, conversare con quell’uomo, voleva apparire maturo e sicuro di sé.

Lawrence sorrise. «La pioggia ti preoccupa?»

«No, tutt’altro.» Il ragazzo rise nervosamente e il ricordo si riversò dalle labbra in parole frettolose. «Quand’ero bambino, i temporali d’estate erano occasione per un gioco che facevo con mio fratello e le mie sorelle. L’avevamo inventato noi, non ci piacevano i giochi degli altri. Be’, abitavamo in un’antica villa con un parco immenso, l’ideale per questo gioco. Quando, dopo i primi lampi, sentivamo sopraggiungere la pioggia, partivamo di corsa dal fondo del parco verso casa, attraverso il prato. Il primo di noi che veniva colpito da una goccia doveva dichiararsi vinto, e così, via via, tutti gli altri. L’ultimo era considerato vincitore e, fino al successivo temporale, poteva fregiarsi del titolo di cavaliere Aklin. Una specie di semidio, invulnerabile.»

«Invulnerabile…» ripeté Lawrence, in tono sommesso. «Intoccabile. E non hai mai barato, pur di essere il cavaliere Aklin

Antoine si sentì avvampare. «No!» esclamò precipitosamente. «Insomma… Forse qualche volta, ma non me ne ricordo.»

«Sei fortunato. Io invece ricordo perfettamente tutte le volte in cui ho mentito.»

Il ragazzo non seppe cosa dire. Sembrava che quell’uomo celebre e potente, “il re senza corona d’Arabia”, si facesse beffe di lui con la malizia di un bambino dispettoso. Ma si sentiva disposto a seguirlo remissivamente, come, pensava, i suoi guerrieri bedù, attraverso il deserto.

Parigi era ancora convalescente per le ferite della guerra, ma le scritte Rifugio cominciavano a scomparire dagli ingressi del metrò e la pittura blu veniva grattata via dai lampioni e dai finestrini dei tram. Gli squarci aperti dalla Grande Bertha e dalle bombe nel corpo della Ville Lumière avrebbero richiesto più tempo per essere sanati.

In quello scenario di lenta guarigione, sotto un cielo ingolfato di nuvole, il ragazzo e l’eroe camminavano fianco a fianco, ma divisi dal silenzio. Antoine gettava al colonnello rapide occhiate, distogliendo spesso lo sguardo, per timore che quell’indiscreto esame fosse scoperto. Thomas Edward Lawrence lo affascinava.

La sua figura, tutt’altro che imponente, non sembrava quella di un eroe («No, sono io a essere troppo alto!»), il che lo faceva apparire più giovane dei suoi trentun anni. Ma aveva i capelli di un biondo luminoso, da guerriero di una saga nordica, e occhi turchini come il cielo d’agosto dopo un temporale. Il suo sorriso, però, era un enigma: sembrava accennasse a scusarsi di qualcosa, ma con un sarcasmo intenzionalmente palesato in una leggerissima piega all’angolo destro della bocca. Comprenderlo era come cercare di trattenere tra le dita una manciata di sabbia, la sabbia di quel deserto che lo aveva veduto principe senza corona. Scivolava via in fretta, lasciando soltanto una sensazione bruciante.

La Senna non era lontana, la raggiunsero senza scambiarsi una parola.

Appoggiatosi al parapetto, Lawrence pose fine al silenzio. «Per quale motivo mi trovi tanto interessante?» chiese, con lo sguardo fisso sulla corrente del fiume. «Hai forse deciso di fare l’eroe, da grande, e pensi io possa darti qualche lezione di stile?»

«No, io… Certamente mi piacerebbe fare qualcosa d’importante, chi non lo vorrebbe? Ma, soprattutto… voglio volare, diventare pilota. È sempre stato il mio sogno, fin da bambino.»

«Prima, quando hai parlato del cavaliere Aklin, mi hai ricordato che anch’io e i miei fratelli eravamo soliti fare un gioco speciale, tutto nostro. Fingevamo l’assalto a fortezze e castelli. I “buoni” vincevano sempre, naturalmente.» Lawrence si staccò dal parapetto e riprese a camminare. La sua voce era scesa di tono. Non si rivolgeva più al ragazzo che gli camminava a fianco ma a qualche presenza più vicina, riaffiorata nel ricordo; o, forse, parlava soltanto a se stesso. «Sognavo di essere un eroe. Sì, anch’io. Intransigente e puro, avrei conquistato il Graal. Ero ubriaco di Omero e Malory. Credevo davvero nei loro miti. Ma bisognerebbe stare attenti a ciò che si sogna. Ora so che il Graal è sempre pieno di sangue, e Dio sa se ho contribuito a farlo traboccare.»

Lawrence scese una scaletta di pietra che portava all’acqua, e per un istante la sua voce fu inghiottita dal rumore della corrente.

«Una storia, ragazzo… puoi credermi, oppure no.»

Antoine lo raggiunse di corsa. «Sì?»

Lawrence si voltò a guardarlo. Le luci della città, ancora parzialmente immerse nel loro artificiale languore bluastro, sembravano concentrarsi nei suoi occhi.

«Una storia accaduta due anni fa… sembrano passati secoli… in una fortezza di pietra azzurra, con sei torri e una porta di basalto, ai confini della desolazione. Ma ti avverto: non è una bella storia. Vuoi ascoltarla lo stesso?»

«Sì» bisbigliò Antoine. «Certo che lo voglio.»

 

Di giorno, il mondo appariva pressoché immobile, stroncato dalla calura. Solo le mosche si agitavano inquiete, ubriache del profumo zuccherino dei datteri, e le antiche pietre sembravano vibrare sotto il maglio del sole.

La notte invece era stelle, crepitio di fuochi e bisbigli. Si decidevano morte e distruzione, perfezionando l’arte della guerriglia. Lawrence sapeva di essere ormai un semidio dai molti nomi: El Orens, Lawrence d’Arabia… Alcuni dei suoi fedeli lo chiamavano Principe dinamite, per la sua abilità nel far saltare ferrovie e treni; altri, Eblis, demonio.

Poi, nelle ore morte, tra la mezzanotte e l’alba, scandite dal respiro degli uomini addormentati e i sussurri delle sentinelle, le tenebre si riempivano di suoni arcani: ululati lontani, un rumore simile al raspare di unghie contro la pietra.

«Sono i fantasmi dei cani dei Beni Hillal, i costruttori della fortezza» gli aveva spiegato una volta Alì ibn el Hussein, con serena gravità. «Vagano da una torre all’altra, in cerca dei loro antichi padroni. Con loro di guardia, non abbiamo nulla da temere.»

Affascinante… gli dispiaceva aver perso la capacità di lasciarsi incantare dalle leggende. Quei rumori – purtroppo lo sapeva – erano prodotti dal vento che s’insinuava tra le innumerevoli crepe delle antiche mura e da tutti i furtivi animali notturni che popolavano gli angoli bui della fortezza. Non c’erano sentinelle sovrannaturali cui affidarsi. Doveva contare solo su se stesso, e sapeva di poterlo fare. Si sapeva capace di cavalcare a lungo, quanto il migliore dei suoi uomini, ammaestrati dalle sabbie, e sopportare la sete e il vento bruciante del deserto; si sapeva capace di ferire e uccidere senza esitazione. In guerra, sofferenza, crudeltà e morte erano orrori inevitabili, spesso persino giustificabili.

Ciò con cui non riusciva a scendere a patti era la menzogna del proprio ruolo, e la consapevolezza dell’inganno era un dolore sordo che non consentiva riposo. Quelle ore morte tra la mezzanotte e l’alba lo vedevano camminare insonne per i corridoi della fortezza di Azrak. Le mura di pietra si stringevano intorno a lui come un mantello, ma non bastavano a proteggerlo dalla notte. Quella notte che un tempo aveva tanto amato, nell’oscurità invernale di Oxford, tutta cristalli di brina e trine di nebbia, con una luna appena intuibile in aloni pallidi tra le guglie gotiche dello Jesus College. Era bello, allora, spadroneggiare nell’oscurità come un gatto; sentirsi tutto occhi e furtività, scalando i tetti che proteggevano i sogni degli studenti addormentati o immergendosi, a bordo di una sottile canoa, nei budelli fognari della città, scivolando al di sotto dei gloriosi edifici dove avevano studiato celebrità della politica e letterati. A volte, per condividere la bellezza della notte con un altro essere umano, aveva strappato qualche compagno dal caldo viluppo delle coperte e l’aveva trascinato, ancora insonnolito, giù fino al laghetto. Spesso, per tuffarsi, bisognava rompere una crosta di ghiaccio.

Notti lontane, irreali come in un sogno. Ma nelle notti di Azrak sembrava non esserci spazio per i sogni. Erano concrete come le mura stesse della fortezza. Tuttavia, una notte, un sogno riuscì a insinuarsi attraverso una delle crepe che venavano le pietre corrose. E Lawrence lo vide materializzarsi all’improvviso davanti a lui; dapprima soltanto occhi ardenti e un lieve ansimare, poi l’oscurità si coagulò in contorni definiti.

Aveva assunto le forme di un cane. Lawrence si fermò a metà del corridoio, sconcertato. Non era certo incline a credere alle leggende di Alì, ma quel cane materializzatosi dal buio non poteva essere arrivato da fuori. Attese, immobile, cercando di comprenderne le intenzioni. L’animale non ringhiava, sembrava tranquillo, ma aveva un aspetto insolito: il corpo snello e un muso appuntito da sciacallo; e non uno qualsiasi. Rammentava, pensò Lawrence, l’animale simbolo del dio egizio Anubi, messaggero dell’Aldilà.

Gli si avvicinò e annusò cautamente il bordo del mantello bianco, poi corse via. Nero, silenzioso, snello eppure possente. Non era certo uno degli sparuti cani dei villaggi.

La sua corsa si fermò davanti a una parete parzialmente crollata. Tra le pietre si apriva uno squarcio sulla notte. Un’ombra si stagliava contro il cielo spolverato di stelle.

«Awad?» bisbigliò Lawrence, credendo di ravvisare in quella sagoma incerta il giovane sherari che faceva parte della sua guardia del corpo.

L’ombra si mosse. La luce delle stelle scivolò lungo il suo viso come un liquido argenteo, svelando un profilo inconfondibile e un sorriso… Quel sorriso! Lawrence comprese che l’animale era davvero lo sciacallo di Anubi, messaggero dell’Oltretomba. Stava guardando il viso di uno spettro.

«Sto impazzendo…» bisbigliò a se stesso. Aveva sempre temuto che succedesse, presto o tardi. Servire due padroni non è una farsa che si possa recitare a lungo senza smarrirsi dietro la maschera.

«No» rispose l’ombra in tono quieto e insieme ironico.

La sua voce. La voce di… «Dahoum!»

Dahoum. Il compagno delle dorate stagioni di Carchemish. Insieme avevano scavato tra il fango lungo le sponde dell’Eufrate, riportando alla luce i resti dell’antica Ur, scoprendo le tracce del diluvio universale. Insieme si erano divertiti alle spalle degli operai indigeni e avevano giocato alle spie nel deserto del Sinai. Dahoum, creatura selvaggia animata dalla fierezza dei suoi antenati ittiti e dalla scanzonata irriverenza dei suoi quindici anni. Dahoum, suo fratello di sangue, al quale aveva giurato amicizia eterna e al cui popolo aveva promesso la libertà.

«Ma tu non mi hai aspettato. Sei morto.»

E non in battaglia, ucciso da un pugnale o una pallottola, ma da una stupida malattia.

«Tu andrai avanti comunque, non è vero, Ned? Libererai Damasco.»

«Un giuramento è un giuramento.»

«Anche se la persona cui l’hai fatto è morta?»

«A maggior ragione.»

Era un dialogo irreale e impossibile, ma la notte, ridisegnando i confini tra realtà e sogno, lo rendeva facile e naturale. L’ombra dalle fattezze di Dahoum si appoggiò al muro di pietra, incrociando le braccia. I suoi occhi splendevano come gocce di mercurio.

«Stai progettando un’incursione a Deraa. Non andare.»

«Ho giurato che avrei portato la rivolta araba oltre le linee turche prima dell’ingresso del generale Allenby a Gerusalemme.»

«Hai giurato. Ancora. El Orens non può venir meno a un giuramento, vero? Altrimenti, cosa penserebbero i suoi fedeli guerrieri e i suoi superiori al Cairo?» Parole intrise di sarcasmo e profonda tristezza. «E, tuttavia, ti dico: non entrare a Deraa.»

«Perché dovrei rinunciare?»

«La morte è una condizione privilegiata, ti permette di scrutare a piacimento in territori più vasti di qualunque deserto, oltre l’orizzonte.»

«E oltre l’orizzonte hai visto la mia morte. È così? Stai cercando di dirmi che se andrò a Deraa verrò ucciso?»

«Sì.»

Lawrence accettò senza sgomento il senso di sollievo che quell’affermazione aveva seminato in lui, come una pioggia rinfrescante. Gli inganni, le menzogne… Tutto stava per avere termine.

«Se così è scritto…»

«La morte che ti aspetta non è quella del corpo, Orens, bensì dell’anima.»

Parole inattese come chicchi di grandine. Una biblica grandine ardente.

«Che intendi dire?»

«I Turchi ti cattureranno, e ti piegheranno alla loro volontà…»

«No, mai! Nessuna tortura…»

«Per salvarti la vita, perderai la tua anima.»

«Mai!» ripeté Lawrence e mosse un passo verso l’ombra, tendendo una mano. Le sue dita sfiorarono raggi di luna. «Mai.»

«È scritto.»

Lawrence scosse la testa, ostinato. «Questo no. Dio e gli uomini possono decidere la mia morte, non la mia resa. Possono imprigionarmi, sottopormi a ogni genere di tortura, ma non riusciranno mai a umiliarmi, né tantomeno a piegarmi. Non glielo permetterò. Lo giuro.»

L’ombra emise un suono simile a un singhiozzo sommesso. «Non giurare più, Orens. Non farlo.»

«E tu non chiamarmi Orens.»

«È quel che sei adesso. El Orens.»

Lo sciacallo di Anubi sbadigliò. Anche se un messaggero dell’oltretomba è avvezzo all’eternità, questo non gl’impone di essere paziente. Aveva esaurito il suo compito; e così l’ombra.

«Addio, Orens.»

Un attimo dopo non ci fu che la luce delle stelle.

 

Un tuono venne rotolando al di sopra di loro, lungo il percorso della Senna. Lawrence attese che il rombo scivolasse via, portato dalla corrente, per poi concludere: «Avrei dovuto ascoltare il suo avvertimento, ma mi sentivo così sicuro di me stesso… Avevo cominciato a credere nella mia leggenda, e ho peccato d’orgoglio. Un peccato che nessun dio perdona a un mortale».

«Perché? Cosa… cosa accadde a Deraa?» chiese Antoine, esitante. Una prima goccia di pioggia, portata da un vento obliquo, siglò quella domanda stampandogli un bacio freddo sulla guancia destra; l’asciugò automaticamente. Notando il gesto, Lawrence rise sottovoce.

«Non sei più invulnerabile.»

Il ragazzo trasalì. L’impronta della goccia gli sembrò all’improvviso ardente. Era ferito, colpito a morte.

«Cosa accadde?» ripeté.

«Quel che Dahoum mi aveva predetto. Quando, da bambino, giocavo con i miei fratelli a espugnare fortezze, tutto era luminoso e perfetto. Buoni e cattivi, amici e nemici… sapevi sempre per chi e contro chi stavi lottando. Ma a Deraa, quella notte, la cittadella della mia integrità, che avevo sempre ritenuto imprendibile, fu irrimediabilmente perduta; perché il nemico si nascondeva tra le sue stesse mura.»

Antoine scosse la testa: non riusciva a capire. Lawrence sogghignò.

«Il bey che comandava la guarnigione di Deraa era un degenerato. Mi voleva per il suo letto. Al mio rifiuto ordinò che fossi frustato. All’inizio, per restare cosciente e non cedere al panico, cercai di contare i colpi… Ma a venti persi il conto. Infine, il dolore e la paura della morte… quella paura che mi vantavo di non conoscere… mi sconfissero. Avrei fatto qualsiasi cosa… qualsiasi, pur di porre fine a sofferenza e terrore.»

Da qualche caffè sul Lungosenna proveniva il suono di un’orchestrina. Il motivo, stupidamente allegro, forniva un commento tragico e grottesco alle rivelazioni di Lawrence. Eppure, nemmeno per un istante il ragazzo aveva messo in dubbio una sola di quelle dolorose parole, poiché credeva di comprenderne lo scopo.

«Mi ha raccontato questo perché non vuole essere considerato un eroe? Vuole che la disprezzi? Ma la realtà di ciò che ha ottenuto non cambia.»

«Ciò che ho ottenuto è la misura della mia fallibilità.»

«Ma ha seguito il suo sogno, ha lottato per realizzarlo…»

«No, credevo di seguirlo. Altro peccato di arroganza. In realtà, mi sono lasciato trasportare da esso come dal vento. E questa è la sola saggezza che oggi posso dispensare ai giovani sognatori come te: non lasciarti mai condurre dal tuo sogno, ragazzo. Non crederti mai più forte, non sottovalutarlo. E, non appena dovessi renderti conto che ti ha preso la mano, che sta sfuggendo al tuo controllo… Piuttosto, distruggilo. Prima che sia esso a distruggere te.»

Un lampo esplose all’improvviso; la sua luce, riflessa dall’acqua, li avvolse per un istante. Fu come se la tempesta li avesse fotografati insieme, a beneficio dei ricordi.

«E ora» chiese Antoine, «cosa pensa di fare?»

Il sorriso di scusa ricomparve sul volto di Lawrence. «Non lo so. Potrei dedicarmi alle mie memorie. Una bella epica della guerra araba, a uso e consumo dei sognatori incauti. Oppure potrei scrivere la verità, anche se sarebbe come passeggiare nudo per Piccadilly. La vergogna potrebbe uccidermi. O redimermi. Ma forse, più saggiamente, cercherò una tana in cui nascondermi, un eremitaggio.»

Un altro fulmine schioccò, scatenando un subitaneo diluvio. L’improvvisa risata di Lawrence si confuse con lo scroscio della pioggia.

«Ecco, cavaliere Aklin. Nessuno è invulnerabile.»

 

Certamente. Lo sapeva da molto, forse fin da quelle corse sotto i temporali estivi. Ma non gli era stato possibile seguire il consiglio di Lawrence: Non lasciarti portare dal tuo sogno… Perché il suo sogno era il vento, e la sua anima una foglia, una piuma. Poteva considerarsi fortunato per le brezze gentili come per i cicloni, per il privilegio di aver veduto il suo sogno crescere e divenire adulto, mutare le delicate ali di seta dell’infanzia con nuove ali di lucente metallo. Aveva fatto parte dell’epica dell’aviazione, dagli avventurosi voli dei postali tra nebbie basse alle alte quote dei ricognitori, e aveva scritto del cielo e del canto dei motori, del biancore della luna rovesciato come latte sulle nuvole, dell’angoscia di chi a terra attende un ritorno, del desiderio di smarrirsi nell’azzurro… Sorvolando ghiacciai e deserti.

Mitica e mistica età del vento. Magnifica e irripetibile. Presto il volo sarebbe diventato una banalità quotidiana per migliaia di esseri umani scarrozzati da un continente all’altro su aerei di linea sempre più confortevoli e perfezionati, in un cielo sempre più piccolo e familiare, ormai privo del proprio fascino e scopo. Nessun bambino si sarebbe più stupito per ghiacciai e deserti. Forse, se un giorno l’umanità si fosse rivolta alle stelle, qualcuno avrebbe ricominciato a sognare più vasti confini. Ma questo ipotetico tempo era ancora lontano, e Antoine sapeva che non sarebbe arrivato a vederlo. Ormai era un sopravvissuto, l’ultimo del gruppo originario dei piloti degli aerei postali. E c’era un mesto orgoglio in questa consapevolezza, come nel continuare a eseguire testardamente un dovere ormai privo di senso. La guerra non è Bellezza. E neppure Avventura.

La limpidezza del mattino metteva in chiaro molte verità. Adesso comprendeva perché Platone – o era Aristotele? – aveva posto il coraggio all’ultimo posto tra le virtù. Perché il coraggio si compone di sentimenti assai poco nobili: ostinazione, ira, vanità… Ed era in nome di quella diabolica trinità che troppe volte si era spinto al di là delle soglie del pericolo, lasciandosi sfiorare dalla morte. E in un paio di occasioni aveva anche provato il desiderio di concedersi a essa. La prima, quando, a seguito di un ammaraggio maldestro, il suo idrovolante si era inabissato nelle acque verdastre della baia di Saint-Raphael. Allora, mentre l’istinto lottava a favore della vita, la ragione si era rivelata disposta ad accettare l’abbraccio liquido; ma l’aveva spuntata l’istinto. Poi era stata la sabbia a tentarlo, nel grande silenzio stellato del deserto libico. La riserva d’acqua era terminata, restavano soltanto poche venefiche gocce di rugiada raccolte sulla tela del paracadute, e nulla sembrava ormai più sensato e meno drammatico della morte. Ma allora, sotto le stelle acuminate, il delirio della sete gli aveva portato una visione: un bambino, un piccolo principe in marsina azzurra, smarrito tra il silenzio e l’immensità. I capelli biondi e gli occhi turchini erano quelli di Lawrence. Ma Lawrence era morto soltanto pochi mesi prima, dopo avere inutilmente tentato, per tredici anni, di annullarsi in una sequenza d’identità fittizie nei ranghi infimi dell’esercito inglese. Ad Antoine non sarebbe spiaciuto raggiungerlo. Sentiva di aver vissuto più di quanto i suoi antichi sogni potessero sopportare.

Il piccolo principe aveva sorriso; si era seduto accanto a lui e gli aveva preso la mano, mentre una carovana di beduini, ancora invisibile oltre l’orizzonte, navigava verso i naufraghi della sabbia. Con voce gentile, il bambino biondo gli aveva cantato la ballata delle stelle, raccontandogli di un pianeta popolato da insidiosi baobab e da un’unica rosa; gli aveva insegnato come farsi amiche le volpi e trovare, nel mezzo del deserto più aspro, un pozzo la cui acqua placava la sete dell’anima. Ma poi anche il piccolo principe se ne era andato, rapito dal morso di un serpentello giallo, restituito al suo lontano pianeta dove lo attendeva la rosa capricciosa e fragile, vestita di spine per pura malizia.

Quanto a rose, e relative spine, Antoine ne aveva ricevute a fasci dalla vita. Le donne che aveva amato: frivole e tenere, esigenti e surreali. E i compagni d’avventura e di silenzi, incapaci di perdonarlo per aver rivelato i misteri di quel loro culto di vento e alte quote ai pagani che venerano la solidità della terra. Lo aveva fatto con la foga ardente del predicatore, e di questo non poteva pentirsi.

A conti fatti, la vita, che spesso gli era apparsa complessa e sviante come l’enigma della Sfinge, poteva essere riassunta in quelle cose semplici: rose, spine e vento. Così poco, così tanto. O stava dimenticando qualcosa? Ah sì, certamente. Sorrise, nella sua maschera a ossigeno. Tartufi di cioccolato.

All’improvviso, una piccola nuvola fioccosa balzò su dalla curva dell’orizzonte; un bioccolo di spuma sollevato dal colpo di coda di una sirena. Il sole la spolverò d’oro.

L’oro dei capelli del piccolo principe.

Il mare, specchio del cielo, aveva lo stesso azzurro degli occhi di Lawrence.

Distruggi il tuo sogno, prima che sia esso a distruggere te… Ma non c’è nulla di male nel lasciarsi trasportare dai propri sogni. Il solo errore è dubitarne. Bisogna invece abbandonarsi con fiducia, come il piccolo principe con il serpente giallo. I sogni sanno sempre dove andare, conoscono la rotta.

Antoine diresse il muso del Lightning verso la nuvola, si tuffò nell’oro e nell’azzurro.

Rose, spine, vento e tartufi di cioccolato. Cos’altro si può chiedere alla vita?

 

Il tenente Vernon Robinson, ufficiale di collegamento assegnato al gruppo 2/33, terminò di compilare il rapporto. Poche scarne note dattiloscritte: Pilota non rientrato. Presumibilmente disperso.

Si alzò, andò alla finestra e guardò il cielo, anche se non c’era alcuno scopo in quel gesto. Il Lightning doveva aver terminato il carburante da almeno un’ora.

Tuttavia, il cielo restava inesplicabilmente limpido.

 

«Sotto i mari di nuvole, c’è l’eternità»

(Antoine de Saint-Exupéry, Terra degli uomini)

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