Dossier/3: I demoni dell'Altrove - antologia

Andrea Scarabelli
Lune d’Acciaio – I miti della fantascienza n. 9/2015
Dossier/3: I demoni dell'Altrove - antologia

«È la scienza a riaprirci le porte del meraviglioso, che l’uomo aveva chiuse da un pezzo. Che il mito scientifico dovesse suscitare su di un piano estensivo, a un certo punto del suo nuovo sviluppo, una sua propria letteratura, era inevitabile. Certo, una tale letteratura ha un suo filo di tradizione nel romanzo utopistico, le cui radici sprofondano addirittura nell’antichità, fino a Platone e Luciano. Da millenni l’uomo ha fantasticato di civiltà esemplari in remote Atlantidi, o di viaggi nei pianeti. Cyrano, Keplero e il vescovo Godwin sognarono di approdi alle pallide sponde lunari. Fin dall’antichità classica si è favoleggiato di automi pensanti, o di uomini artificiali, come l’Homunculus alchemico che più tardi Goethe fece nascere nella storta del suo dottor Wagner. Quindi l’inizio della civiltà industriale e la conquista coloniale alimentarono ancora le favole […].

Le origini della science-fiction non sono letterarie, bensì popolari (e non per nulla essa è stata denominata il nuovo “folklore atomico”) […].

Sotto la strutturazione razionalistica, o paradossalmente razionalistica, della science-fiction, si cela un’inquietudine di natura mistico-religiosa. […] Ancora, e di nuovo, una letteratura a fondo eminentemente popolare, impregnata di un diffuso mito collettivo, accompagna sul piano immaginario una grande svolta storica. Allora, era la scoperta e la conquista del Nuovo Mondo; oggi è la scoperta dei nuovi mondi che la scienza dell’atomo, l’astronautica, la nuova biologia ci lasciano intravedere […].

Forse l’anima d’oggi insegue anche questa speranza: che il silenzio infinito degli spazi, il quale sgomentava Pascal, alla fine si desti e risponda. L’uomo è stanco di sentirsi solo in un universo vuoto.

[…] La fiaba, nella quale il fondo realistico è tutto trasposto e l’arbitrarietà fantastica giunge agli estremi, è la forma letteraria in cui si esprimono i grandi “luoghi comuni”, le situazioni esistenziali, consce o inconsce, sempre ricorrenti, tradotte in simboli rivelatori del loro profondo tessuto umano: e le narrazioni di science-fiction, come ha riconosciuto anche di recente un intenditore, il regista-attore Orson Welles, sono le fiabe del nostro tempo. Le nuove mitologie scientifiche dovrebbero dunque essere anch’esse interpretate come simboli, trasposizioni inconsciamente allegoriche delle profonde aspirazioni e inquietudini dell’oggi.

[…] In genere la science-fiction non ha molto da spartire con le religioni rivelate. La mistica della scienza cui s’ispira, col suo carattere necessariamente pluralistico, appare piuttosto sospingerne le punte estreme sulle vie dell’occultismo magico, mentre le varie metamorfosi della fantasia astratta le schiudono le mitologie di un politeismo inedito, dove esseri di prodigiosa potenza, sorta di divinità inferiori abitanti altri pianeti, o addirittura Eoni celati nell’interspazio, possono magari svelarsi improvvisamente come responsabili dei nostri destini individuali, ipotizzati quali test ambigui o crudeli, ordinati a fini imperscrutabili. Così la fantascienza giunge ad adombrare a suo modo, nelle sue allegorie fiabescamente colorate, un’ossessione trascendente.

[…] La science-fiction non è profezia, ma una proiezione appassionata dell’oggi su un avvenire mitico: e per questo aspetto partecipa della letteratura e della poesia.» (Sergio Solmi, Prefazione a Le meraviglie del possibile, Einaudi, Torino 1959, pp. xi-xxii)

«La fantasia può, naturalmente, essere portata all’eccesso; può essere deforme; se ne può fare cattivo uso. Può persino illudere le menti dalla quale è sortita. Ma per quale realtà umana, in questo basso mondo, tale affermazione non vale? Gli uomini hanno concepito non soltanto gli elfi: hanno immaginato gli dèi, li hanno venerati, persino quelli resi più deformi dalla malizia dei loro stessi autori. Ma hanno fabbricato falsi dèi con altri materiali: le loro nozioni, le loro insegne, i loro quattrini; persino le loro scienze e le loro teorie sociali ed economiche hanno richiesto sacrifici umani. Abusus non tollit usum. La Fantasia rimane un diritto umano: creiamo alla nostra misura e nel nostro modo derivativo perché siamo stati creati; e non soltanto creati, ma fatti a immagine e somiglianza di un Creatore.» (J. R. R. Tolkien, Sulle fiabe, in Albero e foglia, Bompiani, Milano 2000, p. 76)

«Ho affermato che l’Evasione costituisce una delle principali funzioni delle fiabe […]. Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in carcere, cerca di uscirne e di tornare a casa? Oppure, se non lo può fare, se pensa e parla di argomenti diversi che non siano carcerieri e mura di prigione? Il mondo esterno non è diventato meno reale per il fatto che il prigioniero non lo può vedere. Usando Evasione in questo senso, i critici hanno scelto la parola sbagliata e, ciò che più importa, confondono, non sempre in buona fede, l’Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore.» (Ivi, pp. 81-82)

«Negli stadi più tardi di molte mitologie, le immagini-chiave si nascondono, come aghi in covoni di fieno, negli aneddoti e nelle razionalizzazioni secondarie; perché quando una civiltà è passata da un punto di vista mitologico a uno secolare, le immagini più antiche non sono più sentite, né interamente approvate […].

Interpretare la poesia del mito come biografia, storia o scienza significa distruggerla […]. Quando una civiltà incomincia a reinterpretare in questi termini la propria mitologia, la sua vita si spegne, i templi diventano musei, e il legame fra le due prospettive scompare. Un simile infortunio è senza dubbio occorso alla Bibbia e a gran parte del culto cristiano.» (Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, Lindau, Torino 2012, pp. 220-221)

«La concezione di Max Müller della mitologia come di una “malattia del linguaggio” può essere abbandonata senza rimpianti. La mitologia non è affatto una malattia, benché, al pari di tutte le cose umane, possa ammalarsi; tanto varrebbe dire che il pensiero è uno stato patologico della mente. Più vicina alla verità sarebbe l’affermazione che le lingue, soprattutto le europee moderne, sono una malattia della mitologia.» (J. R. R. Tolkien, Sulle fiabe, cit., p. 35)

«Crediamo di esserci liberati da Dio. Che stupidi […]. Dio si presenta sotto nuove spoglie […]. Abbiamo bisogno di nuove mitologie; non possia­mo rinunciarvi.» (Ray Bradbury, Siamo noi i marziani, Edizioni Bietti, Milano 2015, p. 110)

«Se è vero che tutto l’universo è Dio, allo­ra non siamo forse estrusioni di materia miracolosa messa in movimento per combattere l’oscurità, nutrire l’Essere e, con le nostre stesse estrusioni, i nostri razzi di metallo cre­ati in fabbriche e sili, andare alla ricerca di miracoli ancor più prodigiosi, mentre ci crogioliamo sotto soli lontani? […] La fantascienza […] è una sorta di scorciatoia che ci istruisce sui nostri basilari problemi scien­tifici e morali senza esibizionismi, prediche e forzature […]. Ora stiamo ancora gio­cando con lo spazio […]. Ma, scrutando nel futuro, guardo al di là della Luna e vedo l’uomo, nel suo aspetto divino che, come sol­levato da un tuono, semina lo spazio e vive per sempre.» (Ivi, p. 163)

«Il realismo fantastico non ha nulla a che fare col gusto dell’insolito, dell’esotismo intellettuale, del barocco, del pittoresco. […] Noi non cerchiamo di disorientare, non esploriamo i lontani sobborghi della realtà; al contrario, tentiamo di collocarci al centro. Noi pensiamo che proprio al centro della realtà l’intelligenza, per poco che sia iperattivata, scopre il fantastico. Un fantastico che non invita all’evasione, ma a una più profonda adesione.

É per difetto di fantasia che letterati e artisti cercano il fantastico fuori della realtà, nelle nuvole. Non ne ricavano che un sottoprodotto. Il fantastico, come le altre materie preziose, deve essere estratto dalle viscere della terra, dal reale. E la fantasia autentica è ben altra cosa che una fuga verso l’irreale […].

Generalmente il fantastico viene definito come una violazione delle leggi naturali, come l’apparizione dell’impossibile. Per noi non è affatto questo. Il fantastico è come una manifestazione delle leggi naturali, un effetto del contatto con la realtà quando essa viene percepita direttamente e non filtrata attraverso il velo del sonno intellettuale, attraverso le abitudini, i pregiudizi, i conformismi.

[…] Il secolo XIX ha chiuso le porte alla realtà fantastica dell’uomo, del mondo, dell’universo; il secolo XX le ha riaperte, ma le nostre morali, le nostre filosofie e la nostra sociologia, che dovrebbero essere contemporanee del futuro, non lo sono.

[…] Oggi, in tutti i campi, tutte le forme dell’immaginazione sono in movimento. […] Un immenso fossato separa l’uomo dalla vicenda dell’umanità, le nostre società dalla nostra civiltà. Noi viviamo su idee, su morali, sociologie, filosofie e infine su una psicologia, che appartengono al secolo XIX. Siamo i nostri bisnonni. Guardiamo i missili salire verso il cielo, la nostra terra che vibra di mille nuove radiazioni, succhiando la pipa di Thomas Graindorge. La nostra letteratura, i nostri dibattiti filosofici, i nostri conflitti ideologici, il nostro atteggiamento di fronte alla realtà, tutto questo dorme dietro porte che sono appena saltate. Giovinezza! Giovinezza! Andate a dire a tutti che le aperture sono fatte e che, ormai, l’Esterno è entrato.» (Louis Pauwels, Jacques Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori, Milano 1963, pp. 31-48)

«Noi non siamo né materialisti né spiritualisti: d’altronde, queste distinzioni non hanno per noi alcun senso. Soltanto, noi cerchiamo la realtà senza lasciarci dominare dal riflesso condizionato dell’uomo moderno (ai nostri occhi ritardatario) il quale volta le spalle quando questa realtà riveste una forma fantastica.» (Ivi, p. 84)

«Gli spiritualisti credono alla possibilità di uno stato superiore di coscienza. Vi vedono un attributo dell’anima immortale.

I materialisti pestano i piedi da quando se ne discute. Né gli uni né gli altri vogliono esaminare da vicino, con mente libera. Ora, ci dev’essere un altro modo di considerare questo problema. Un modo realistico, nel senso in cui intendiamo il termine: un realismo integrale, cioè che tenga conto degli aspetti fantastici della realtà.» (Ivi, p. 441)

«Mitologia e scienza non sono in conflitto. La scienza sta ora irrompendo nelle dimensioni del mistero, entrando nella sfera di cui parla il mito. Ha raggiunto il limite […], la soglia, l’interfaccia tra quello che possiamo conoscere e quello che non potremo mai scoprire perché è un mistero che trascende ogni ricerca dell’uomo. […] Questo è il motivo per cui parliamo del divino.» (Joseph Campbell, Il potere del mito, Neri Pozza, Vicenza 2012, p. 201)

«Incontri ravvicinati del terzo tipo […] è un film religioso, perché mette l’uomo in relazione con l’universo. Affronta tematiche for­ti, potenti, immense e travolgenti. Ebbene, ciò che fanno le nostre religioni è collegare i misteri, legarli a una divinità e cercare di dare un senso ai miracoli, non le pare? E i ragazzi lo sanno perfettamente. Sono molto più evoluti dei teologi e degli insegnanti […]. Sono assetati di miracoli. Vanno a vedere i film di fan­tascienza perché hanno bisogno di risposte: se la religione ufficiale non gliene dà, troveranno la propria in quei film.» (Ray Bradbury, Siamo noi i marziani, cit., p. 169)

«Alla dodicesima o tredicesima volta che mio figlio andava a vedere Guerre Stellari gli ho domandato perché quel film gli piacesse tanto. La sua risposta è stata: “Per lo stesso motivo che ha spinto te a leggere e rileggere l’Antico Testamento” […].

In Guerre Stellari è sicuramente presente una valida prospettiva mitologica. […] Vi ritrovo la stessa questione che pone il Faust: Mefistofele, l’uomo macchina, può darci ogni cosa, arrivando a determinare anche le nostre aspirazioni. Ma ciò che permette a Faust di salvarsi è che egli è alla ricerca di aspirazioni diverse dalla macchina. Smascherando il padre, Luke Skywalker ne elimina il ruolo-macchina.» (Joseph Campbell, Il potere del mito, cit., p. 49)

«Guerre Stellari non è semplicemente un film sulla moralità, ma sulle forze della vita, su come esse possono realizzarsi, frantumarsi o essere soffocate dalle azioni umane. […] Sicuramente Lucas ha usato delle figure mitologiche. L’uomo anziano come consigliere mi ha fatto pensare a un maestro giapponese di arti marziali. Ne ho conosciuto qualcuno e Obi-Wan Kenobi ha qualcosa del loro carattere. Il culto orientale per le arti marziali supera qualsiasi passione sportiva abbia mai incontrato nelle palestre americane. In esso davvero si fondono tecnica psicologica e fisiologica. Quel personaggio di Guerre Stellari possiede proprio queste qualità.» (Ivi, pp. 218-220)

«Come ha ben dimostrato Jan de Vries, non vi è soluzione di continuità fra gli scenari dei miti, delle saghe e dei racconti meravigliosi. Inoltre, se nei racconti gli dèi non intervengono più sotto i loro propri nomi, i loro profili si intravedono ancora nelle figure dei protettori, degli avversari e dei compagni dell’eroe. Essi sono travestiti, oppure, se si preferisce, “decaduti”, ma continuano a espletare la loro funzione […].

Diventato in Occidente, e dopo molto tempo, letteratura di svago […] oppure di evasione […], il racconto meraviglioso presenta ciò nonostante la struttura di un’avventura infinitamente grave e responsabile, perché si riduce, insomma, a uno scenario iniziatico: ci si ritrovano sempre le prove iniziatiche (lotta contro il mostro, ostacoli in apparenza insormontabili, enigmi da risolvere, lavori impossibili a realizzarsi, ecc.), la discesa agli inferi o l’ascesa al cielo, o ancora la morte e la risurrezione (che sono poi la stessa cosa), il matrimonio con la principessa. […] Il suo contenuto propriamente detto riguarda una realtà terribilmente seria: l’iniziazione, cioè il passaggio attraverso una morte e una risurrezione simboliche, dall’ignoranza e dall’immaturità all’età spirituale dell’adulto […].

Si potrebbe quasi dire che il racconto ripete, su un altro piano e con altri mezzi, lo scenario iniziatico esemplare. Il racconto prolunga l’“iniziazione” a livello dell’immaginario. Costituisce un divertimento oppure un’evasione unicamente per la coscienza banalizzata e principalmente per la coscienza dell’uomo moderno; nella profondità della psiche gli scenari iniziatici conservano la loro gravità e continuano a trasmettere il loro messaggio, a operare mutamenti. Senza rendersene conto, e credendo di svagarsi oppure di evadere, l’uomo delle società moderne beneficia ancora di questa iniziazione immaginaria portata dai racconti.» (Mircea Eliade, Mito e realtà, Rusconi, Milano 1974, pp. 227-230)

«Sembra che nessuno spinga l’immaginazione fino a veder nascere attraverso questa “follia solitaria” una civiltà diversa dalle sue forme esterne, fino a sentire uno scricchiolio delle coscienze, l’apparizione di nuovi miti. Attraverso l’abbondante e straordinaria letteratura detta di fantascienza, si distingue tuttavia l’avventura di uno spirito che esce dalla adolescenza, si piega alla misura del pianeta, si impegna in una riflessione su scala cosmica e colloca diversamente il destino dell’uomo nel vasto universo. Ma lo studio di una tale letteratura, così paragonabile alla tradizione orale degli antichi narratori, e che testimonia moti profondi dell’intelligenza in cammino, non è cosa seria per i sociologi.» (Louis Pauwels, Jacques Bergier, Il mattino dei maghi, cit., pp. 59-60)

«Voglio scrivere altre opere di fantascienza, certo, perché credo fermamente che questa sia l’epoca più straordinaria della storia dell’umanità, e che la fantascienza sia la forma di letteratura più straordinaria a nostra disposizione per espri­merne le esigenze.

È il nostro passo enorme verso lo spazio, la Luna, Marte e oltre a renderla tale […]. L’epoca in cui l’essere umano era una crisalide è stata magnifica. Ma ora ha ali di fuoco che gli consentono di vive­re nell’aria al di là della Terra, nello spazio alieno di mondi lontani, in una spettacolare nuova era che metterà alla prova e cambierà, distruggerà e ricomporrà ogni forma di pensiero e di azione, per come concepite fino a ora. La scrittura deve essere all’altezza della propria epoca, o sarà perduta per sem­pre. E questa è l’epoca delle macchine, che non sono altro che Idee racchiuse nel metallo e alimentate da energia elettrica.» (Ray Bradbury, Siamo noi i marziani, cit., p. 74)

«Quindici anni fa in una specie di apologo, pubblicato sulla “Prealpina”, prendevo le difese della maltrattata, calunniata “civiltà delle macchine”, e delle macchine stesse – che ci costano così poco, almeno in quanto a pensieri e problemi, e rendono tanto.

Adesso aggiungerei che il “discorso” sulle macchine è troppo interessante perché lo lasciamo, come facciamo oggi, esclusivamente ai tecnici (e agli economisti).

Affermo la necessità di un Maeterlinck e di un Fabre delle macchine, che ce ne parlino con intelligenza e con simpatia, come quelli parlavano delle termiti e delle api.

Forse i tempi sono maturi perché ci attendiamo un Lafontaine o un Esopo della macchina da scrivere, del frigorifero e della radiolina a transistors. Che ci moralizzino coll’esempio di questi modesti e utili esseri. Non sulla base di un animismo antropomorfico o di una personalizzazione presuntuosa.» (Guido Morselli, Diario, Adelphi, Milano 1988, pp. 258-259)

«Prima di quanto pensiamo, l’uomo lascerà il pianeta Terra e s’inoltrerà nello spazio, in un nuovo e meraviglioso viaggio verso l’ignoto […]. Credo che i viaggi nello spazio ci daranno una nuova immagine di Dio. L’uomo deve diventare pari a Dio […]. L’uomo è una fusione di umano e divino. Credo che il nostro corpo contenga la vera anima di Dio. Noi siamo, ir­revocabilmente e responsabilmente, il Dio stesso incarnato e dobbiamo portare il suo seme nello spazio.» (Ray Bradbury, Siamo noi i marziani, cit., pp. 157-158)

«I vecchi dèi son morti o stanno morendo e dappertutto la gente è alla ricerca di qualcosa di nuovo e si chiede: “Quale sarà la nuova mitologia, la mitologia di questa terra unificata come un unico essere armonioso?” […].

Nella nuova mitologia, l’immagine dell’universo non sarà più […] quella, tolemaica, di un globo misteriosamente sospeso e incluso in un complesso ordinato di sfere cristalline in rotazione; e neppure la recente immagine eliocentrica di un singolo sistema planetario sperduto in una galassia di esplosioni stellari; ma (almeno per quello che se ne può dire oggi) un’inconcepibile immensità di galassie, ammassi di galassie e ammassi di ammassi di galassie, che si allontanano l’una dall’altra a tutta velocità in uno spazio in continua espansione, con l’umanità che non è altro che una specie di incrostazione recentemente sviluppatasi sull’epidermide di uno dei più piccoli satelliti di una stella minore nel ramo più esterno di una galassia media, che si trova in mezzo a uno degli ammassi più piccoli tra le migliaia che, catapultati chissà dove, presero forma qualcosa come quindici miliardi di anni fa […].

La nuova mitologia […] è già implicita in noi come conoscenza a priori, nata insieme alla mente stessa.» (Joseph Campbell, Le distese interiori del cosmo, Guanda, Parma 1992, p. 22)

«Il mistero del cielo notturno, quei passaggi enigmatici di luci lente ma costanti tra le stelle fisse, una volta registrati matematicamente, fecero scaturire la rivelazione di un ordine cosmico. In risposta, dalle profondità dell’immaginazione umana fu evocata una figura corrispondente. Un concetto assai vasto dell’universo come essere vivente prese la forma di una grande madre, dal cui grembo tutti i mondi, della vita e della morte, traevano la loro esistenza. E il corpo umano diventò la copia in miniatura della forma macrocosmica. Così il tutto fu pervaso da un’occulta armonia che la mitologia e i suoi riti si preoccuparono di spiegare.» (Ivi, pp. 46-47)

«Se l’uomo moderno è meno sano, se è degenerato, nevrotico, sradicato, ecc.; non è da imputarsi al fatto che vive in una società industriale, in una metropoli, che dispone di radio, cinema, ecc.; ma semplicemente al fatto di non essere ancora riuscito ad adattarsi al nuovo ambiente cosmico che gli hanno creato le sue stesse scoperte e mezzi di produzione. Permane uno sfasamento tra l’ambiente moderno e l’uomo.» (Mircea Eliade, Diario portoghese, Jaca Book, Milano 2009, p. 269)

«Nell’ambiente psicofisico della nostra specie sono avvenuti alcuni mutamenti spirituali significativi. Il primo, ovviamente, data la pubblicazione, nel 1543, del De revolutionibus orbium coelestium libri VI di Copernico, quando il Sole sostituì la Terra al centro dell’universo di Dio […]. Con questo libro decisivo, l’idea della Terra e del suo rapporto con lo spazio si è separata per sempre dall’esperienza quotidiana che ne facciamo. Un concetto razionale ha confutato e sostituito il percetto sensibile che, ciononostante, continua a persistere. L’universo eliocentrico, però, non è stato trasposto in una mitologia. Scienza e religione sono andate, da quel momento, per strade differenti […].

Il primo passo per partecipare oggi al destino dell’umanità […] è riconoscere che ogni immagine locale di un dio non è che una delle molte migliaia, dei milioni, forse anche miliardi di simbolizzazioni limitate di un mistero al di là della vista e del pensiero. Le parole di Alce Nero: “Il centro è dappertutto” si ricollegano a una definizione che appartiene a un testo ermetico dell’alto medioevo, il Liber XXIV philosophorum: “Dio è una sfera infinita, il cui centro è dappertutto e che in nessun luogo ha la sua circonferenza”. Un’idea che mi sembra illustrata con particolare efficacia da una magnifica fotografia scattata sulla Luna e diventata molto nota. Essa riproduce il sorgere della Terra come un corpo celeste che irradia la sua luce sul paesaggio lunare. Il centro è la Terra? Il centro è la Luna? Il centro è dove si vuole.» (Joseph Campbell, Le distese interiori del cosmo, cit., pp. 50-51)

«La storia spesso somiglia al “mito”, perché l’una e l’altro in fin dei conti sono della stessa materia.» (J. R. R. Tolkien, Sulle fiabe, cit., p. 45)

«La cesura che segna così visibilmente i nostri anni separa soltanto due epoche della storia umana oppure annuncia, al tempo stesso, la fine e l’inizio di un più grande ciclo? Ciò significherebbe che i mezzi con cui si considera la storia non sono sufficienti nemmeno per cogliere fatti elementari.

Chiamiamo Erodoto “il padre della storiografia” […]. Prima di lui vi era qualcosa di diverso, vi era la notte del mito. Tale notte non era, però, oscurità, quanto piuttosto sogno […]. Egli sta come sulla cresta di una montagna, che separa la notte e il giorno: non solo due tempi, ma due modi del tempo, due tipi di luce. Poco dopo, già in Tucidide, l’aurora impallidisce. Su uomini e cose cade ormai la luce chiara della conoscenza storica, della scienza storica.

[…] La svolta che stiamo vivendo è simile a quella vissuta da Erodoto, oppure ancora più significativa? A connettere gli avvenimenti che si presentano non è più quella modalità che siamo abituati a chiamare storia, ma, al contrario, un’altra, alla quale non abbiamo ancora dato nome? […] Sempre più figure ed eventi hanno cessato d’inquadrarsi nella dimensione storica e nei suoi concetti […]. In questa confusione degna di Babilonia, la storiografia si vede costretta a chiedere prestiti, vuoi alla teologia, alla mitologia e alla demonologia, vuoi alla psicologia e alla morale, vuoi, semplicemente, alla politica […].

Se supponiamo di essere al termine di un ciclo che travalica la storia, e forse anche la stessa esistenza dell’uomo su questa terra, e se supponiamo che ormai un nuovo grande periodo eserciti la sua influenza sull’uomo, allora è legittimo dedurre che appariranno, o già sono apparsi, fenomeni non ancora fissati in termini storici o perfino antropologici […]. Si ripete, con segno opposto, la situazione di Erodoto. Dallo spazio della storia nel quale era appena entrato, Erodoto volse lo sguardo all’indietro verso lo spazio del mito. Egli lo fece con rispetto. Il medesimo rispetto è necessario oggi là dove oltre il muro del tempo si profilano eventi futuri. In ogni denominazione è latente il pericolo […].

Uno dei grandi sforzi della civiltà post-erodotea, quindi occidentale in senso lato, consiste dunque nella salvaguardia della propria struttura storica contro l’assalto di potenze mitiche e il loro ritorno […]. È la dignità dell’uomo storico che cerca di affermarsi da un lato contro le violenze della natura e i popoli barbari, dall’altro contro il ritorno di potenze mitiche e magiche […].

Il mondo della storia non può rinunciare alle potenze mitiche […]. Il tempo mitico è presente anche all’interno del tempo storico […]: misconoscerlo, bandirlo, conduce solo a un accumulo crescente e alla rottura, infine, degli argini. Questo mondo va quindi custodito all’interno della civiltà; anzi, la civiltà stessa è possibile solo là dove vi è posto per tale forma di custodia. Il mitico deve possedere il suo luogo peculiare nello spazio storico […].

All’alba della storia, Erodoto volse indietro lo sguardo verso la notte mitica […]. Noi, al contrario, ci troviamo nel cuore notturno della storia: la mezzanotte è suonata, e il nostro sguardo si spinge fin dentro un’oscurità nella quale si profilano le cose future. A esso si accompagnano paura e presentimenti cupi. È un’ora di morte, ma anche di nascita.» (Ernst Jünger, Al muro del tempo, Adelphi, Milano 2000, pp. 82-90)

«La poesia va oltre il concetto di realtà, trascende ogni rappresentazione mentale. É qui che riconduce al mito, mettendoti in contatto con il mistero che tu sei.» (Joseph Campbell, Il potere del mito, cit., p. 97)

«La gente […] non ha ancora assimilato le qualità della nostra cultura moderna, le nuove possibilità, la nuova visione dell’universo. Il mito deve essere tenuto in vita. Chi può mantenerlo vivo sono gli artisti. La funzione dell’artista è quella di mitologizzare l’ambiente e il mondo. […] I creatori di miti delle origini erano il corrispettivo dei nostri artisti.» (Ivi, pp. 139-140)

«L’artista è colui che comunica i miti ai suoi contemporanei. Ma deve trattarsi di un artista che comprende la mitologia e l’umanità e non semplicemente di una specie di sociologo con il suo bel programmino già pronto. […] Gli sciamani nelle società primitive avevano la stessa funzione che oggi hanno gli artisti. Essi interpretano un ruolo che va oltre la semplice esistenza. Recitano il ruolo che nella nostra società appartiene tradizionalmente ai sacerdoti.» (Ivi, pp. 156-157)

«Da una generazione la critica letteraria americana ha ricercato nei romanzi contemporanei i temi dell’iniziazione, del sacrificio, gli archetipi mitici. Credo che il sacro sia camuffato nel profano, come, per Freud o Marx, il profano era camuffato nel sacro. Io ritengo sia legittimo ritrovare i patterns e i riti iniziatici in certi romanzi.» (Mircea Eliade, La prova del labirinto, Jaca Book, Milano 2002, p. 127)

«La letteratura, orale o scritta, è figlia della mitologia e ne eredita le funzioni. […] Credo che ogni narrazione, anche quella di un fatto banalissimo, prolunghi le grandi storie raccontate dai miti che spiegano in che modo questo mondo è nato e come mai la nostra condizione è quella che noi oggi conosciamo. […] Il mito prosegue nella scrittura. La scrittura non distrugge la creatività mitica.» (Ivi, p. 152)

«Nelle mie novelle mi sforzo sempre di camuffare il fantastico nel quotidiano […].

In tutti i miei racconti la narrazione si sviluppa su svariati piani, allo scopo di svelare progressivamente il “fantastico” dissimulato sotto la banalità quotidiana. Così come un nuovo assioma rivela una struttura del reale fino a quel momento sconosciuta – in altri termini, fonda un nuovo mondo –, la letteratura fantastica rivela, o meglio crea degli universi paralleli. Non si tratta di un’evasione, come ritengono taluni filosofi storicisti; poiché la creazione – su tutti i piani e in tutti i sensi del termine – è il tratto specifico della condizione umana.» (Ivi, pp. 162-163)

«È davvero un “creare” il mio, oppure la mia imaginazione, in fondo, è solo una specie di apparato ricevente? Qualcosa di simile a quel che nella telegrafia senza fili è un’antenna?

Vi sono casi di persone alzatesi di notte, le quali in stato di sonno hanno finito degli scritti che alla sera, affaticate, avevano lasciati a mezzo ed hanno risolto dei problemi assai meglio di quel che verosimilmente avrebbero fatto da sveglie.

Cose simili si ama spiegarle dicendo: “Il subcosciente, che di solito dorme, è venuto in aiuto”. Se però ciò accadesse a Lourdes, si direbbe: “È un aiuto della Madre di Dio”.

[…] Forse sta manifestandosi una sapienza antica e, a un tempo, perennemente nuova:

Qualunque azione che qui accade,

accade secondo una legge di natura.

Che sia io l’autore di questa azione,

ciò è fisima di presunzione.

Agli spiriti supercritici così fieri di sentirsi padroni in casa propria, naturalmente, ripugnerà l’idea che l’uomo possa avere la parte di una marionetta…

Un giorno, mentre, mosso da sentimenti del genere, stavo scrivendo, mi venne improvvisamente in mente l’idea: e se questo Cristoforo Colombaia [il protagonista del romanzo Il Domenicano bianco – N. d. C.] fosse qualcosa, come un Io dissociatosi dalla mia stessa persona? Una forma fantastica transitoria, destatasi a vita propria, concepita e generata incoscientemente, come accade a coloro che credono di vedere di tempo in tempo delle apparizioni e giungono perfino a discorrere con esse?

[…] Gradito fra tutti mi sarebbe questo pensiero: ciò che ha guidato la mia mano è una forza eterna, libera, riposante in se stessa, sciolta da qualsiasi forma. Ma alla mattina, al destarmi da un sonno senza sogni, intravvedo talvolta l’imagine di un vecchio dai capelli bianchi, senza barba, alto e snello come un giovane, presentantesi come una memoria nella notte. Allora per tutto il giorno sono pervaso da una sensazione, da cui non riesco a liberarmi, cioè che proprio questa figura sia Cristoforo Colombaia.

A ciò si è spesso associato un curioso pensiero: egli vive di là da tempo e spazio e assumerà il retaggio della tua vita, quando la morte ti ghermirà.» (Gustav Meyrink, Il Domenicano bianco, Edizioni Bietti, Milano 2012, pp. 33-36)

«Chi vuol penetrare l’essenziale dell’insieme delle leggende cavalleresche e degli scritti epici a cui […] il ciclo del Graal appartiene deve superare una serie di pregiudizi, primo fra i quali è quello che noi chiameremo letterario.

Si tratta dell’atteggiamento di chi nella saga e nella leggenda si rifiuta di veder altro che una produzione fantastica e poetica, individuale o collettiva, ma in ogni caso semplicemente umana, disconoscendo, dunque, quel che in essa può avere un superiore valore simbolico e che non può ricondursi a una creazione arbitraria. Invece, proprio questo elemento simbolico, a suo modo oggettivo e superindividuale […], costituisce l’essenziale. Quel che si può e che si deve ammettere è che esso nell’insieme delle composizioni non sempre è proceduto da un’intenzione perfettamente cosciente […]. Non è raro il caso in cui gli elementi più importanti e più significativi siano venuti ad espressione quasi ad insaputa dei loro autori, i quali poco si accorsero di obbedire a certe influenze che ad un dato momento si servirono delle intenzioni dirette e della spontaneità creatrice di particolari personalità o gruppi come di mezzo rispetto a fine […]. Si può perfino ammettere che alcuni autori abbiano solo voluto “fare dell’arte” e vi siano anche riusciti, tanto che le loro produzioni vanno direttamente incontro a coloro che conoscono e ammettono solamente il punto di vista estetico. Ciò non impedisce tuttavia che essi, in un loro siffatto “fare soltanto dell’arte” […], abbiano o conservato, o trasmesso, o fatto agire un contenuto superiore, che l’occhio esperto saprà sempre riconoscere e di cui alcuni autori sarebbero forse i primi a stupirsi, qualora venisse loro chiaramente indicato.

Tuttavia nelle composizioni leggendarie tradizionali molto più frequente è il caso in cui autori non abbiano avuto la coscienza di far solo dell’arte e della fantasia, anche se quasi sempre presso ad una sensazione assai confusa della portata dei temi, da essi messi al centro delle loro creazioni. Al dominio delle saghe e delle leggende va esteso ciò che oggi si è finito col pensare per la psicologia individuale, ossia che esiste una coscienza periferica e, al di sotto di essa, esiste una zona di influenze più sottili, più profonde, più decisive […]. Così spesso proprio il lato più fantasioso e strambo, meno evidente e meno coerente, meno suscettibile ad aver valore estetico o storico, e quindi generalmente scartato, offre la via migliore per cogliere l’elemento centrale che dà all’insieme di composizioni del genere il suo senso vero e talvolta anche il suo superiore significato storico.» (Julius Evola, Il mistero del Graal, Edizioni Mediterranee, Roma 1994, pp. 31-33)

«La concezione di folklore, come la si intende abitualmente, riposa su di un’idea radicalmente falsa; sull’idea, cioè, che vi siano delle “creazioni popolari”, prodotti spontanei della massa del popolo: e si vede subito lo stretto rapporto esistente fra un simile modo di vedere e i pregiudizi democratici […]. Se si tratta, come in quasi tutti i casi, di elementi tradizionali nel vero senso del termine, anche se talvolta deformati, diminuiti o frammentari, e di cose aventi un valore simbolico reale, tutto ciò, lungi dall’essere d’origine popolare, non è persino nemmeno di origine semplicemente umana […].

Il popolo conserva, senza comprenderli, residui di tradizioni antiche, risalenti persino a un passato così lontano, che sarebbe impossibile determinarlo e che ci si contenta di riferire, per tale ragione, al dominio oscuro della “preistoria”; esso, a tale riguardo, ha la funzione di una specie di memoria collettiva più o meno “subcosciente”, il contenuto della quale le è manifestamente venuto d’altrove […].

Quando una forma tradizionale è sul punto di estinguersi, i suoi rappresentanti possono benissimo confidare volontariamente a quella memoria collettiva, di cui abbiamo or ora parlato, quel che altrimenti andrebbe irrimediabilmente perduto. È, insomma, il solo modo di salvare quel che può essere ancora salvato in una certa misura […].

Per quanto riguarda il simbolismo, non sapremmo mai ripetere abbastanza che ogni vero simbolo porta in sé molteplici sensi, e ciò fin dall’origine, poiché esso non viene costituito in virtù di una convenzione umana, ma in virtù della “legge di corrispondenza” che collega fra loro tutti i mondi. E se alcuni vedono questi significati e altri no, o solo in parte, ciò non vuol dire che essi vi son meno contenuti realmente, e tutta la differenza si riferisce all’“orizzonte intellettuale” di ciascuno. Checché se ne pensi da un punto di vista profano, il simbolismo è una scienza esatta, non una divagazione ove le fantasie individuali possono aver libero corso. In tale ordine noi non crediamo dunque nemmeno alle “invenzioni dei poeti”, alle quali tanti sono disposti a ridurre quasi ogni cosa. Tali invenzioni, lungi dal riguardare l’essenziale, non fanno che dissimularlo, volontariamente o no, avvolgendolo con le apparenze ingannatrici di una qualunque “finzione”: e talvolta esse lo dissimulano fin troppo bene poiché, quando si fanno troppo invadenti, diviene quasi impossibile scoprirne il senso profondo e originario […]. Questo pericolo è da temersi soprattutto quando lo stesso poeta non ha coscienza del valore reale dei simboli poiché è evidente che tal caso può ben presentarsi.» (René Guénon, Significato del “folklore”, in «Diorama filosofico», 16 marzo 1934)

«L’ideale democratico dell’individuo che determina se stesso, l’invenzione della macchina e lo sviluppo del metodo scientifico di ricerca hanno trasformato a tal punto la vita umana da far crollare l’eterno universo dei simboli […]. La struttura di sogno del mito crolla; la mente si apre alla piena consapevolezza; e l’uomo moderno emerge dall’ignoranza antica, come una farfalla dalla crisalide, o come, all’alba, il sole dal grembo della madre notte […].

L’impresa che l’eroe deve compiere oggi non è più quella del secolo di Galileo. Dove allora v’era tenebra, oggi vi è luce, dove era la luce, oggi è tenebra. L’eroe moderno deve cercare di riportare alla luce l’Atlantide perduta dell’anima coordinata.

Ovviamente quest’impresa non può essere compiuta voltandosi indietro o volgendo le spalle a ciò che è stato raggiunto dalla rivoluzione moderna; poiché il problema non è altro che quello di dare un significato spirituale al mondo intero – o meglio (enunciando in modo inverso lo stesso principio) quello di permettere agli uomini e alle donne di raggiungere la completa maturità umana attraverso le condizioni della vita moderna. In verità, tali condizioni sono le stesse che hanno reso inefficaci, ingannatrici e anche dannose, le antiche formule […].

Il trionfo universale dello stato secolare ha posto tutte le organizzazioni religiose in una posizione definitivamente secondaria e inefficace, tanto che la pantomima religiosa è divenuta oggi nulla più che una occupazione per la domenica mattina, mentre l’etica degli affari e il patriottismo valgono per gli altri giorni della settimana. Una tale ipocrita religiosità non è certo ciò di cui il mondo ha bisogno; è invece necessaria una trasformazione di tutto l’ordine sociale, in modo che, attraverso ogni atto e dettaglio della vita secolare, l’immagine vivificante dell’uomo-dio universale, che è immanente ed effettiva in tutti noi, possa essere in un modo o nell’altro resa nota alla nostra coscienza.

Questa non è un’impresa che la coscienza stessa possa compiere […]. Il processo si sta svolgendo su un altro livello, attraverso quella che sarà una evoluzione lunga e spaventosa, non solo nelle profondità di ogni psiche vivente nel mondo moderno, ma anche su quei campi titanici di battaglia in cui l’intero pianeta è stato ultimamente trasformato. Stiamo assistendo all’urto terribile delle Simplegadi, in mezzo alle quali l’anima deve passare […].

Oggi i misteri hanno perduto il loro potere; i loro simboli non interessano più la nostra psiche. La conoscenza di una legge cosmica, che serve tutta l’esistenza e alla quale l’uomo stesso deve sottomettersi, ha ormai da tempo superato gli stadi mistici iniziali rappresentati nell’antica astrologia, ed è ora semplicemente accettata in termini meccanici come una cosa naturale. La discesa delle scienze occidentali dal cielo alla terra (dall’astronomia del XVII secolo alla biologia del XIX), e, finalmente, la loro concentrazione odierna sull’uomo (l’antropologia e la psicologia del XX), segnano il cammino di un prodigioso spostamento del fuoco della meraviglia umana. Non il mondo animale, né quello vegetale, e neppure il miracolo delle sfere, ma l’uomo stesso è ora il mistero cruciale. L’uomo è quella presenza estranea con la quale le forze dell’egoismo devono venire a patti, per mezzo della quale l’io deve essere crocifisso e resuscitato, e a immagine della quale la società deve essere riformata […].

L’eroe moderno, l’individuo moderno che osa obbedire al richiamo e cerca la dimora di quella presenza con la quale è nostro destino riconciliarci, non può, e invero non deve, aspettare che la sua comunità si liberi dall’orgoglio, dalla paura, dall’avarizia razionalizzata, e dall’incomprensione santificata. Dice Nietzsche: “Vivi come se il giorno fosse giunto”. Non è la società che deve guidare e salvare l’eroe, ma precisamente il contrario. E, così, ognuno di noi partecipa alla prova suprema – porta la croce del redentore – non nei momenti gloriosi delle grandi vittorie della sua tribù, ma nei silenzi della sua disperazione.» (Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, cit., pp. 342-348)

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