Hesus the Revolutionary. Il filibusterismo

Lav Diaz n. 3/2017
Hesus the Revolutionary. Il filibusterismo

di Sergio Sozzo

In uno dei capitoli più straordinari del suo bel romanzo Ilustrado (in Italia edito da Fazi nel 2011 in una versione molto ben curata), lo scrittore Miguel Syjuco racconta del suo alter ego, il quale, tornato nelle Filippine da New York, prova a interessarsi per un’oretta ai programmi televisivi della sua madrepatria: e il capitolo racconta del rimpallo tra canali sempre più frastornato e tragicomico, tra trash istituzionale e propaganda, con il protagonista costretto ben presto a spingere sul tasto off del telecomando. La riflessione insomma scorge un’analogia tra il linguaggio del broadcast e quello delle coscienze indottrinate al sopore dai tubi catodici che trasmettono senza posa le immagini filtrate e ritoccate del potere: la prima arma di rivolta e resistenza è dunque lo zapping consapevole, l’interferenza ribelle che sabota gli elettrodomestici, a partire dal piccolo schermo che frigge sempre acceso.

Tra i film del Lav Diaz pre- Evolution of a Filipino Family, la bordata Hesus the revolutionary è quella più spuria, eppure l’aderenza dell’operazione al percorso di genere non diventa mai pamphlet mascherato da metatesto situazionista che cede alla tentazione di giocare con stereotipi e relative solarizzazioni (come, giusto per fare un esempio coevo, faceva Apichatpong Weerasethakul nel suo formidabile The Adventure of Iron Pussy).

Piuttosto, l’impianto di Hesus the Revolutionary tira in ballo – citandolo apertamente in una delle sequenze-chiave del film: la straziante resa dei conti al crepuscolo tra il protagonista e il suo ambiguo mentore e giuda Miguel Reynante – il dittico firmato da José Rizal, due romanzi iconici della letteratura popolare filippina (entrambi disponibili da poco in Italia grazie alla community ilmiolibro.it) che furono alla base dell’afflato per il movimento nazionalista originatosi alle soglie del Novecento: Noli me tangere del 1887 e soprattutto il suo seguito, El filibusterismo, pubblicato quattro anni dopo. Questo racconta la storia alla Dumas del ricco gioielliere Simoun, che ritorna in patria deciso a far scoppiare una rivoluzione, quando in realtà è, sotto mentite spoglie, il Crisóstomo Ibarra del romanzo precedente, ricomparso per vendicarsi. Da Crisóstomo a Hesus, rimane la potenza immaginifica del riferimento “mariano”, che infatti è il cognome del nostro bandito cinematografico. Anche Ina ng Nawawala, la canzone – poi inserita nell’album realizzato nel 2009 per il .mov International Digital Film Festival (Impiyerno: Songs From & Inspired by the Cinema of Lav Diaz) – che il cineasta dedica all’agguato in cui nel 1987 perse la vita Lean Alejandro, segretario generale di BAYAN1, si concentra sull’immagine di una madre che aspetta invano il ritorno del figlio alla finestra, una “Maria” angosciata dall’aver perso «l’unica speranza». Scritta all’indomani dell’omicidio, la ballad sembra quasi un’ulteriore traccia del racconto che poi Lav Diaz metterà in scena nel 2002 con Hesus the Revolutionary, anch’esso imperniato su un componimento poetico a metà tra il fervore antagonista e la malinconia per un’epoca di felicità perduta. Versi che nel film ascoltiamo per due volte: sui titoli di coda recitati dalla voce angelica dell’amata Hilda, e in prima istanza declamati dal Colonnello Simon del portentoso Joel Lamangan, in quella che è forse la parte più esaltante di tutta l’opera, la lunga attesa per la resurrezione di Hesus. Il quale, in coma, è immobile nella brandina della caserma dove il Colonnello lo ha portato per vegliarlo e accompagnarne il lento risveglio leggendogli versi all’orecchio e facendogli ascoltare il rock’n’roll dei The Jerks, formazione leggendaria di pinoy rock che firma il wall of sound della colonna sonora (notevole soprattutto il blues stiracchiatissimo che fascia per contrasto il lungo showdown finale tra l’esercito del dittatore Racellos e i militanti armati).
In questa sequenza, che rinnova la capacità del cinema di Lav Diaz di mutare continuamente nella staticità apparente, di modificare la percezione di spazio e tempo più volte all’interno di un quadro che sembra immobile, si chiarisce la natura di Hesus the Revolutionary di palinsesto in loop di una playlist in frantumi, dispaccio dal futuro che ci è giunto però smozzicato, avariato, scomposto: nel 2011 che Lav Diaz immaginava nove anni prima non c’è più soluzione di continuità tra le visioni sospese tra il sogno e la memoria che perseguitano Hesus, incentrate sulla storia d’amore con Hilda, e la rievocazione della strage di commilitoni che è stato costretto a compiere, le chitarre distorte e ostinate dei The Jerks, i mille spot elettorali che dai televisori interrompono continuamente il flusso di immagini, i messaggi presidenziali di Racellos e le trasmissioni radio di propaganda. Quella di Hesus Mariano è una Buona Novella o un’Apocalisse? È come se l’unica memoria sopravvissuta, per un popolo sotto dittatura di cultura e pensiero, fosse davvero quella popolare, fatta di jingle memorizzati sovrappensiero, di linguaggio pubblicitario interiorizzato in maniera subliminale, di comportamenti eroici che sembrano seguire movenze e tic svuotati da manuale hollywoodiano del machismo (la sequenza del posto di blocco con la guardia che chiede a turno di intonare l’inno nazionale è un capolavoro del canovaccio distopico).

Questo Hesus del futuro prossimo, i cui interessi sono «la rivoluzione e la musica», ma la cui vera passione è la poesia, ha ancora possibilità e forza per compiere miracoli? Dopo un’ultima cena in cui, per volere del comitato, il nostro Gesù ammazza tutti i suoi apostoli al prezzo di lasciarci quasi le penne, viene fatto risorgere dal peggior bastardo dell’esercito di Racellos, il Colonnello Simon che vuole farne una talpa nelle fila della rivoluzione, «anche se da differenti ideologie, amiamo entrambi questo Paese». Da lì in poi è un susseguirsi di fughe e controffensive solitarie, di rifugi e ripari nascosti sempre più distanti dal centro di una metropoli del futuro fatta di strade abbandonate e deserte, notti desolate tra discariche e nugoli di derelitti all’ombra di manifesti del regime deturpati dai graffiti. Una fantascienza da coprifuoco che alla fine permette davvero a Hesus, a sorpresa, di fare un miracolo. Anche se non sappiamo da quale parte del sogno, se quello a occhi chiusi o quello a occhi aperti: no, questo Messia non può più portare la luce a un intero popolo, ma è ancora capace di portarla quantomeno nello sguardo della persona che ama.

Note

1 Bagong Alyansang Makabayan, una delle organizzazioni operaie che più si è battuta contro la dittatura del presidente Marcos.

 

CAST AND CREDITS

Titolo originale: Hesus, rebolusyunaryo; regia: Lav Diaz; sceneggiatura: Lav Diaz; fotografia: Romulo Araojo; scenografia: Ronnie Villamor; montaggio: Ronald Allan Dale; musiche: The Jerks; interpreti: Mark Anthony Fernandez (Hesus), Donita Rose (Hilda), Joel Lamangan (Col. Simon), Ronnie Lazaro (Miguel Reynante), Pinky Amador (Lucia Sarmiento), Ricardo Cepeda (Delfin Cordero), Bart Guingona (Eddie Teves), Richard Joson (Carlo Montes); origine: Filippine, 2002; durata: 112’.

 

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