Intervista ad Andrea Baranes: «Per un'etica della pratica bancaria»

Emanuele Guarnieri & Rita Catania Marrone
L’altra faccia della moneta – Per una filosofia della sovranità politica e finanziaria n. 4/2013
Intervista ad Andrea Baranes: «Per un'etica della pratica bancaria»

D. Quali sono, a suo parere, le cause di questa crisi? Sono incidentali o strutturali?

R. Le cause sono abbastanza evidentemente di natura finanziaria, relative cioè alla dimensione ipertrofica di una finanza senza nessuna regola. Nel 2007-2008 è esplosa la crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti che ha causato una fortissima crisi economica a cascata in tutto il mondo. La maggior parte delle economie occidentali – gli stessi Stati Uniti, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna – si è dovuta indebitare moltissimo per salvare quelle stesse banche che avevano causato la crisi e c’è stato un aumento enorme dei debiti pubblici di tutti questi Paesi. I debiti pubblici vengono finanziati tramite l’emissione di titoli di Stato, ogni Paese emette i suoi BOT, i suoi BTP, i suoi CCT. Quindi in questo momento i Paesi delle economie più deboli, come l’Italia e la Spagna provano a emettere i loro titoli per finanziare il proprio debito. Il problema è che di questi titoli ce n’è una montagna. Che cosa succede allora? Succede che gli investitori di capitali comprano quelli della Germania, perché adesso la Germania – o la Francia o gli Stati Uniti – è più sicura, ma non comprano i titoli italiani. Questo è peraltro uno solo dei possibili meccanismi di trasmissione dalla crisi della finanza all’economia. Ancora oggi, a dispetto di essa, la finanza specula contro interi Paesi. Quindi, sicuramente ci sono delle cause economiche, sicuramente ci sono delle difficoltà in Italia, in Spagna, in Grecia, in Irlanda, ma la miccia della crisi e la sua ragione principale è una gigantesca finanza-casinò fuori dal mondo che pesa sull’economia reale e che determina i destini di tutti noi.

D. Dunque, si tratta di cause intimamente strutturali…

R. Sì, assolutamente. Sono cause strutturali che vanno avanti da moltissimi anni. La crisi è esplosa negli ultimi sei, però possiamo fare diversi esempi; oggi abbiamo una massa di derivati – strumenti della finanza ormai usati come pure scommesse. Non hanno nulla a che vedere con l’economia reale e hanno una dimensione che so, dodici, quindici, forse venti volte il PIL della ricchezza reale del pianeta – diciamo dodici, quindici o venti, perché neanche si sa a quanto equivale esattamente. Abbiamo giganteschi capitali che girano ventiquattro ore su ventiquattro, alla continua e ossessiva ricerca del massimo profitto nel minor tempo possibile. Abbiamo una finanza che ha totalmente perso di vista il suo ruolo sociale di essere uno strumento al servizio dell’economia e della società ed è diventata fine a se stessa: fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile. Le difficoltà che vediamo oggi sono prima di tutto legate a questa situazione dei mercati, alla quale si sommano delle difficoltà dei singoli Paesi ma anche una costruzione europea che è assolutamente inadatta a fronteggiare una situazione di crisi, di difficoltà. È quindi in qualche modo una tempesta perfetta che è dovuta a diversi fattori strutturali nazionali, europei e internazionali.

D. Quali sono le differenze con le grandi crisi del passato, ad esempio con quella del ’29?

R. Con quanto accaduto nel ’29 ci sono alcuni tratti comuni. Anche in quel caso le banche avevano iniziato a speculare pesantemente con i soldi dei clienti e si era creata una gigantesca bolla finanziaria sul nulla. Quando è esplosa, le banche non hanno più avuto la possibilità di rimborsare i loro clienti e ci sono state ondate di panico. Ricordiamo le immagini di centinaia di clienti con i sacchi a pelo in fila davanti alle banche. Nel 2007, in qualche modo, c’è stata un’analoga bolla finanziaria, che è scoppiata e che stava trascinando nel baratro le banche. La differenza è che si è scelto di salvare la banche a qualunque prezzo e in pratica scaricare sugli Stati, sul pubblico, il costo di questa crisi, il costo delle stesse banche. Oggi sono questi Stati ad essere in difficoltà e paradossalmente gli stessi mercati finanziari che erano stati salvati approfittano di questa situazione, di questi eccessivi debiti contratti dagli Stati, per speculare contro di essi. Sembra che qualunque misura presa in esame dal mondo politico venga scelta semplicemente per compiacere i mercati finanziari e non per controllarli, come invece dovrebbe. Siamo arrivati all’assurdo per cui i vertici europei o le decisioni di politica nazionale funzionano o non funzionano se la borsa sale o scende. Siamo arrivati all’assurdo per cui qualunque misura politica deve avere come unico obiettivo non diminuire la disoccupazione, non garantire un maggiore benessere ai cittadini, ma diminuire lo spread, insomma ossequiare i mercati finanziari. Quindi ci troviamo in una situazione in cui, ancora più nettamente del ’29, l’intero mondo politico ed economico, nonché l’intera società civile, dipendono dall’andamento dei mercati finanziari.

D. Come può una crisi nata in ambito finanziario e virtuale avere effetti sull’economia reale, sulla produzione di beni e servizi?

R. Le ricadute sono dirette e sono più di una. In qualche modo, la finanza e la speculazione si nutrono delle oscillazioni dei prezzi e, d’altra parte, oggi sono persino in grado di creare queste stesse oscillazioni. Non c’è speculazione sui titoli di Stato tedeschi perché il loro prezzo è sempre costante, quindi se li compro a cento e li rimetto a cento non posso speculare sul prezzo. Per così dire, non mi posso divertire. Molto più divertente è poter comprare titoli che un giorno quotano ottanta, il giorno dopo cento e quello ancora dopo centoventi. Oggi gli stessi strumenti finanziari esasperano queste oscillazioni – parliamo dei titoli di Stato, parliamo del petrolio, del prezzo delle materie prime, persino di quelle alimentari. Il valore di qualunque bene, prodotto o servizio viene in gran parte deciso da meccanismi speculativi. Questa è la situazione in cui ci troviamo. Per esempio, il prezzo del grano viene in massima parte pattuito sui mercati finanziari, nuovamente tramite derivati e prodotti speculativi. I piccoli contadini, di conseguenza, così come i consumatori e tutti noi, si trovano costretti a subire le decisioni e le volontà di pochi grandi speculatori che operano sui mercati finanziari. Quindi le conseguenze sono moltissime. Oltre a ciò, una seconda conseguenza abbastanza diretta è il fatto che questa crisi finanziaria ha avuto e ha degli impatti durissimi e decisivi su tutti noi perché ci troviamo nell’obbligo di accettare qualunque misura di austerità, dai tagli alle pensioni alla sanità, eccetera, per restituire fiducia ai mercati. Questo è il più grande paradosso che stiamo vivendo in questo momento, a dispetto dei terribili comportamenti della finanza degli scorsi anni: noi cittadini siamo costretti a restituire fiducia ai mercati e quindi ad accettare tagli alla spesa pubblica, all’istruzione, al welfare, alla ricerca, pur di compiacere l’insaziabile appetito dei signori della finanza.

D. In questo gioco perverso, la crescita viene dunque inibita in modo congenito…

R. Proprio così. Più che altro mi verrebbe da dire che qualunque crescita economica in questo momento viene drenata dal mondo finanziario. L’economia italiana è in recessione, ma i mercati finanziari continuano a pretendere profitti in doppia cifra. La ricchezza reale del mondo, il suo PIL, cresce del due o del tre per cento all’anno e gli speculatori finanziari continuano a pretendere tassi di profitto del dieci per cento o più. Non servono grossi ragionamenti per capire che è una situazione totalmente insostenibile: la finanza vuole continuare a crescere con ritmi che sono assolutamente incompatibili con quelli dell’economia reale. Per realizzare questo proposito, essa continua a prosciugare qualsiasi risorsa di quest’ultima, creando all’occorrenza gigantesche bolle sul nulla che prima o poi scoppieranno. La crisi nasce e si conserva tramite un misto di queste due opzioni e qualunque intervento dell’economia reale, qualunque tentativo di far ripartire la crescita o lo sviluppo o qualsiasi altra cosa, se non ci sono delle regole per fermare questa finanza, verrebbe interamente drenato dalla speculazione. Come sta di fatto avvenendo.

D. Senza un cambiamento di rotta, quali sarebbero le conseguenze, a quali prospettive andremmo incontro?

R. Beh, i rischi sono enormi e oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ogni giorno, sui quotidiani, si titola dell’euro: futuro oppure no? Quale può essere il futuro dell’Europa? In questo momento è messa a rischio la stessa Unione Europea. Di fatto, parlare oggi di crisi dell’euro o dell’Unione Europea è la stessa cosa. L’Unione Europea è stata costruita sull’unione monetaria, dei mercati e della valuta ma non c’è un’Europa sociale dei diritti. I rischi sono enormi, anche a breve termine e, appunto, sotto gli occhi di tutti.

D. Lei collabora con Banca Etica. Ha anche sottoscritto il Manifesto degli economisti sgomenti. In base alla Sua esperienza, esistono delle soluzioni fattibili per uscire da questa crisi?

R. Sì, assolutamente. Soluzioni e alternative ci sono; forse la cosa che da un lato fa più arrabbiare ma dall’altro dà qualche speranza è che a livello tecnico sapremmo esattamente cosa fare, come diminuire la speculazione, bloccare i derivati, come far abbassare la leva finanziaria e chiudere i paradisi fiscali. È unicamente una questione di volontà politica. Per arrestare e superare questo momento di difficoltà, da un lato è necessario in qualche modo superare il vergognoso potere delle lobby finanziarie, che e malgrado tutti i disastri che hanno causato, continuano a opporsi a ogni forma di regolamentazione, a ogni proposta per chiudere questa speculazione, questa finanza-casinò; quindi, da un lato, diciamo dall’alto, c’è la necessità di dare nuove regole. Dall’altro, per così dire dal basso, forse ancora più importante è rendersi conto che tutti noi, troppo spesso, oltre che vittime siamo anche complici di questa crisi. Troppo spesso sono anche i nostri piccoli risparmi – mille, duemila, cinque, diecimila euro, messi sul conto corrente, nel fondo di investimento, nel fondo pensione – a rimestare e alimentare la speculazione finanziaria. Allora, cominciamo a chiederci: i nostri soldi, sul nostro conto corrente, vanno a finanziare l’economia reale, l’economia del territorio, le energie rinnovabili, il bene comune della società, o non vanno piuttosto ad alimentare speculazione sociale o ambientale? Se tutti noi iniziamo, nel nostro piccolo, dal basso, a esigere piena trasparenza nell’utilizzo del nostro denaro, sicuramente ciò potrà portare ad un cambiamento nell’insieme del mondo finanziario e assieme costringere il sistema bancario tradizionale a cambiare rotta. Oggi delle alternative ci sono, per utilizzare i propri soldi in una maniera trasparente, secondo modalità che favoriscano l’economia reale, lo sviluppo dell’ambiente e della società. La finanza etica è un esempio di questo diverso utilizzo del denaro che è possibile fare.

D. Questa è anche la proposta della Banca Etica…

R. Esattamente. Banca Etica è l’unica banca in Italia che, per esempio, pubblica sul proprio sito internet tutti i finanziamenti concessi ad imprese e cooperative e via discorrendo, che finanzia unicamente le energie rinnovabili, l’agricoltura biologica, il commercio equo, la cooperazione sociale, solo ed esclusivamente progetti che hanno ricadute positive sul piano socio-ambientale. Ovviamente rifiuta qualunque forma di speculazione, i paradisi fiscali o cose del genere e permette dunque, grazie alla piena trasparenza, di far sapere a ciascuno dove finiscono i propri soldi. Se le altre banche tradizionali non lo fanno, Banca Etica dimostra che se non c’è nulla da nascondere, allora non è necessario nascondere proprio nulla.

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