Ferdinand Ossendowski: «L’ombra dell’Oriente tenebroso»

Rita Catania Marrone
L’altra faccia della moneta – Per una filosofia della sovranità politica e finanziaria n. 4/2013
Ferdinand Ossendowski: «L’ombra dell’Oriente tenebroso»

19 dicembre 1916: all’alba della “rinascenza” russa, quando mancavano ancora pochi mesi a quella rivoluzione che avrebbe definitivamente cambiato il volto di una nazione (per non dire dell’Europa intera), viene ritrovato nel fiume Neva il cadavere di un uomo. Si tratta del corpo di Grigorij Efimevic Rasputin. Personaggio ancor oggi in bilico fra la storia e la leggenda, Rasputin sembra appartenere più ad una superstizione medievale che alla storiografia moderna. Eppure, proprio mentre l’intellighenzia russa spianava la strada all’entrata trionfale del comunismo, che avrebbe soppiantato con una violenza inaudita l’impero zarista scagliando la Russia nell’età contemporanea, alla corte dei Romanov si respirava un clima ancora medievaleggiante. A dimostrazione di ciò proprio la figura di Rasputin: mago guaritore o carismatico cialtrone? Le opinioni, a questo punto, si dividono. Da una parte c’era chi lo credeva, come la stessa Zarina Aleksandra, un “uomo di Dio”, un santo mandato dal divino onnipotente per salvare la famiglia imperiale. Oppure, al contrario, chi lo riteneva l’Anticristo, “il servo del diavolo”, da eliminare perchè il castigo di Dio non si abbattesse sulla nazione intera. Dall’altra parte, invece, i più disillusi razionalisti lo vedevano come un ciarlatano, un ubriacone e un ladro che, grazie alla sua indiscussa capacità di sedurre le donne, era riuscito a raggiungere un inaudito potere politico presso la corte degli Zar. Fatto sta che, qualunque fosse la verità, un personaggio come Rasputin, monaco guaritore dagli incredibili poteri magici, poteva ancora avere il suo peso politico in una nazione come la Russia di inizio Novecento, che tutti noi siamo abituati a immaginare come una delle culle culturali dell’età contemporanea. Questa immagine che il mondo ha della Russia rivoluzionaria non è che una maschera, filtrata dal senno di poi della storia. La realtà è che, al fianco di Tolstoij, Dostoevskij, Lenin e Trotski, vi era un’altra Russia, quell’Ombra dell’Oriente tenebroso che Ossendowski ci descrive in questo libro assai suggestivo, donato oggi ai lettori dalla giovane casa editrice Arethusa di Torino. Streghe e maghi, pirati e sciamani, sono solo alcune delle figure che popolano l’affascinante e spietata Madre Russia di inizio Novecento, laddove paganesimo e superstizione si mescolano a cristianesimo e razionalismo. Un popolo che, cantato da Tolstoij come il “corriere di Dio”, si trovava invece sempre sul filo del rasoio della più nera miseria, che troppo spesso si tramutava in follia. Come nel caso di quelle sette religiose (difficile dire se cristiane o pagane), in cui i contadini, aizzati da un sacerdote-santone, si tagliavano la gola pregando in gruppo, convinti che solo il loro tributo di sangue avrebbe placato l’ira di Dio. Testimone di questi fenomeni è Ferdinand Ossendoweski, molto più che scrittore e giornalista: appassionato di viaggi, fu attento esploratore di alcuni dei luoghi più selvaggi di Europa e Asia. La sua attività politica di denuncia dei crimini bolscevichi lo constrinse a fuggire dalla sua terra natale, la Polonia, per rifugiarsi in Mongolia, dove conobbe il celebre barone Roman von Ungern-Sternberg. Fuga, questa, raccontata nel diario romanzato Bestie, Uomini, Dei (Mediterranee, 2000). Altro testo di indispensabile lettura per chi crede, al di là dell’apparenza, che la verità non sia una sola. Ferdinand Antoni Ossendowski, L’Ombra dell’Oriente tenebroso, traduzione di I. K. Ravets, Arethusa, Torino 2010, pp. 188, € 16,50.

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