Ezra Pound: poeta economista?

Luca Gallesi
L’altra faccia della moneta – Per una filosofia della sovranità politica e finanziaria n. 4/2013
Ezra Pound: poeta economista?

Quella del poeta svagato, con la testa tra le nuvole, lontano dalle preoccupazioni quotidiane è un’immagine tanto comune quanto errata, poiché i poeti veri, cioè quelli che con le parole non ci giocano ma ci costruiscono visioni del mondo, hanno i piedi ben saldi e la mente assai lucida. Già, perché poeti furono, tanto per fare qualche esempio, Omero e Virgilio, Dante e Leopardi, Goethe e Hoelderlin, Yeats e Baudelaire, Eliot e Pound; personaggi divisi da epoche e luoghi diversi, ma accomunati dalla forte determinazione di usare il linguaggio nel migliore modo possibile per descrivere la realtà più sinceramente possibile. Il poeta è tale, di solito,  per la sua grande sensibilità, che lo porta inevitabilmente ad analizzare il mondo per scoprirne i difetti e cercare di migliorarlo; questo è esattamente ciò che ha fatto Ezra Pound, un grande poeta che oggi però viene ricordato più per la sua forza morale e le sue scelte di campo che per i suoi componimenti letterari – anche se tra le due cose non c’è una sostanziale differenza.

Nato a Hailey, Idaho, nel 1885, Pound muore nel 1972 a Venezia, e tra queste due date e questi due mondi c’è racchiusa tutta la sua opera, che ha unito il Vecchio e il Nuovo Mondo, attraversando le passioni, gli entusiasmi, le tragedie e i drammi del Ventesimo secolo. Nei Cantos, l’opera incompiuta a cui ha dedicato tutta la vita, il poeta ha riversato la sua incessante ricerca del bello, che è anche il giusto, il vero e il buono. Poema epico, i Cantos sono intrisi di economia, esattamente come la Divina  Commedia lo è di teologia; l’economia è il motore della modernità, così come la teologia lo fu per l’età di mezzo, e il suo primato caratterizza la politica e la storia degli ultimi duecento anni.

Come si può vedere dai componimenti giovanili, all’inizio della sua carriera letteraria, Pound era un romantico estetizzante, figlio del lungo crepuscolo dell’Ottocento, ma la Grande Guerra gli fa rapidamente cambiare idea: nel poemetto Hugh Selwyn Mauberley dà l’addio alle “dolciastre confessioni” per denunciare gli orrori di un’inutile strage che “ne ha fatti morire una miriade / e dei migliori, fra tutti gli altri, / per una cagna sdentata, / per una civiltà rappezzata”.

Tra le vittime si contano molti suoi cari amici, come il filosofo T. E. Hulme e lo scultore Gaudier-Brzeska, che aggiungono al dolore per il lutto la rabbia per il loro insensato e inutile sacrificio, che ha contribuito a distruggere ulteriormente la civiltà europea, arricchendo gli speculatori. Bisogna fare qualcosa, innanzitutto impegnandosi a capire le cause della guerra, per neutralizzarle. Ad aiutarlo nella comprensione arriva, nella redazione di The New Age, rivista della quale era uno dei più assidui collaboratori, un bizzarro personaggio, il “Maggiore” Douglas, ovvero l’ingegnere Clifford Hugh Douglas, maggiore della riserva della R.A.F., che convince il direttore del periodico Alfred Richard Orage ad abbracciare le sue teorie economiche, note come Social Credit (Credito Sociale), che vengono pubblicate sul New Age e poi raccolte in più volumi, a cura di Orage.

Questo è il primo incontro di Pound con l’economia; esso lo coinvolge, perché, fino ad allora, sia il socialismo fabiano che quello ghildista, di cui Orage era stato promotore, non avevano minimamente riscosso l’interesse di Ezra. Attenzione che resta viva fino alla fine degli anni Dieci, per poi affievolirsi e infine riaccendersi e divampare all’inizio degli anni Trenta, dopo che la crisi del 1929 ha trascinato il vecchio mondo nella polvere.

Molto, fino a un passato molto recente, è stato scritto per relegare il pensiero economico di Pound nello sgabuzzino delle idee screditate, tipiche del genio sregolato di un poeta e quindi prive di solidità scientifica; il suo pensiero sociale è stato separato dall’opera poetica, minimizzato e quindi condannato come ingenuo, superficiale e soprattutto politicamente scorretto, e quindi inappellabile. A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, invece, la comunità scientifica ha cominciato a ragionare sia sulle scelte politiche di Pound, a partire dall’ineludibile saggio di Tim Redman sul fascismo di Pound(1), per continuare con la trilogia di Leon Surette, da Eleusi al Purgatorio passando per l’occulto(2), fino all’essenziale raccolta dell’allieva di Surette, Roxanna Preda, che ha curato pochi anni fa la corrispondenza di argomento economico del poeta americano, mettendone in evidenza la coerenza e l’importanza(3). In Italia, ai curatori dell’opera poundiana, come Mary de Rachewiltz e il mai troppo lodato editore Vanni Scheiwiller, e agli studiosi accademici, come Massimo Bacigalupo, si affianca la produzione di un brillante scrittore e giornalista come Giano Accame, che analizza e affronta senza pregiudizi le idee economiche di Ezra Pound pubblicando libri(4), articoli e anche realizzando per RaiTre un originale documentario della serie Intelligenze scomode del Novecento. Il tabù si è così finalmente rotto e, tra mille distinguo e con mille diffidenze, anche le idee politiche di Pound, incentrate sul suo ideale di giustizia sociale, cominciano a essere prese in considerazione seriamente.

La prima sorpresa viene dalla scoperta che Pound non era né il primo né l’unico artista o letterato a battersi contro la speculazione ma si inseriva a pieno titolo in un filone di pensiero e azione politica, tanto britannica quanto angloamericana, più che dignitoso e ricco di talenti. La parte angloamericana toccava il poeta nella sua storia personale e affondava le radici nel populismo USA che ha caratterizzato politicamente, con il People’s Party, la fine dell’Ottocento ma che si riallaccia nitidamente alla tradizione prima jeffersoniana e poi jacksoniana di critica e lotta contro gli speculatori dell’economia finanziaria, a fianco dei produttori dell’economia reale, vale a dire soprattutto i contadini. Quello che diverrà il titolo di un suo polemico libello pubblicato direttamente in italiano, Oro e Lavoro, inquadra e definisce chiaramente i termini della questione: o si sta con i lavoratori, che svolgono qualsiasi tipo di lavoro, compreso quello intellettuale e artistico, o ci si schiera con gli usurai, che si arricchiscono come parassiti sulla fatica altrui.

Il filone britannico è invece composto da quella nutrita pattuglia di scrittori che hanno visto e criticato gli orrori della Rivoluzione industriale, cercando una soluzione in una visione “spirituale” della vita che disprezzava il materialismo di Marx. A partire dall’antiutilitarismo di Carlyle, passando per l’economia politica di Ruskin e arrivando al socialismo medievaleggiante di William Morris, sono tanti i critici della modernità che, più o meno direttamente, hanno avuto influenza su Pound. Del resto, basta rileggere qualche brano di Ruskin per notare la straordinaria affinità con il pensiero poundiano: “La moneta in se stessa non è altro che un documento trasferibile, in uso nelle comunità umane, che dà diritto, a vista, a certi precisi benefici o vantaggi, normalmente a una certa parte dei beni reali disponibili. Essa è genuina solo in quanto i beni cui dà diritto sono reali, o i vantaggi certi; altrimenti è “fasulla”, e può essere considerata un falso, sia che venga emessa da un governo o da una banca, che da un individuo”(5). E ancora: “Una nazione fondata sul lavoro, e che abbia cura dei frutti del proprio lavoro, sarebbe prospera e felice anche se in tutto l’universo non vi fosse un solo grammo d’oro. E una nazione oziosa e incline a dissipare il prodotto del proprio lavoro, qualunque esso sia, sarebbe povera e miserevole anche se le sue montagne fossero d’oro massiccio, e le sue conche ricolme di diamanti anziché di ghiaccio”(6).

Il pensiero, che potremmo indicare – un po’ cacofonicamente – come “antiusurocratico”, a cui Pound attingerà, ha orizzonti vastissimi anche tra i suoi contemporanei, che lui stesso ci indica in un articolo pubblicato in italiano nel 1937 sul numero di maggio-giugno di Rassegna Monetaria, intitolato Verso un’economia ortologica, in cui ne traccia una rapida mappa: “É naturale purtroppo che nelle pubblicazioni economiche regni la confusione dato che lo studio dell’economia attualmente viene fatta da empirici, da uomini che mancano di una seria preparazione terminologica. Vediamo per esempio nel mondo anglo-sassone quali sono gli scrittori onesti e seri che hanno costruito la scienza economica viva. SODDY, premio Nobel per la fisica; DOUGLAS, ingegnere capo del Westinghouse in India; LARRANAGA, ingegnere stradale; ORAGE, giornalista convertito da DOUGLAS; KITSON, inventore della lampada Kitson; GESELL, commerciante; ecc. Tutti uomini pratici!”.

E, da uomo pratico qual era anche Pound, dal 1931 al 1936 si rimette a studiare economia per cercare una soluzione alla crisi mondiale iniziata nel 1929. Riprende le teorie del Credito Sociale che lo avevano incuriosito una dozzina di anni prima e ne ricava una sintesi da aggiungere e mischiare ad altre teorie eterodosse che gli sembrano additare una via di uscita dal tunnel della recessione globale, con un occhio di riguardo per l’Italia dove si era stabilito dal 1924, e che sembrava reggere meglio della sua patria americana i problemi economici; da allora fino al 1945, riempie anche la sua produzione poetica di teorie economiche e I Cantos, da poema epico diventano –anche – un’opera ricca di economia.

Questa conversione non è piaciuta a molti studiosi e accademici che hanno cercato di separare nettamente la letteratura di Pound dalle sue idee politiche e dalle teorie economiche, ma l’impresa è risultata impossibile: recentemente, forse a causa della crisi da lui profetizzata con largo anticipo, anche le sue idee economiche sono state ammesse nel salotto buono, seppure con riserva.

Il citato volume di corrispondenza economica dimostra che Pound non era né pazzo né, e questo è il dato più interessante, un bizzarro genio isolato e incompreso. Pound fu “un intellettuale integrato in un movimento per la riforma del capitalismo”(7) che si è sviluppato tra le due guerre e ha avuto dignità intellettuale e solidità scientifica. Tra i primi numi tutelari scelti da Pound ci sono Douglas e Orage, teorici del Credito Sociale, seguiti, a partire dall’inizio degli anni Trenta da un altro eretico, Silvio Gesell, le cui teorie sul denaro prescrittibile erano state brevemente adottate dal borgomastro di Woergl, un paesino tirolese(8). Il poeta tenta invano di creare una sintesi tra le due teorie, ma si trova contro i seguaci di Douglas, tra cui G. Munson e J. Hargrave, e quelli di Gesell, tra cui Hugo Fack, Irving Fisher e E. S. Woodward.

Pound non si lascia scoraggiare e inizia a tessere, più o meno pazientemente, una fitta rete di rapporti tra studiosi e politici di tutto il mondo e di svariati orientamenti, proponendo, ascoltando o semplicemente segnalando a tutti l’esistenza degli altri, per rendere più efficace la sua battaglia contro la speculazione e lo sfruttamento del lavoro dell’uomo.

Il sogno si infrange con lo scoppio della guerra, da Pound inutilmente avversata – il risveglio definitivo e tragico avviene nel 1945, in una gabbia per gorilla.

(1) Cfr. T. Redman, Ezra Pound and Italian Fascism, Cambridge University Press, Cambridge 1991.

(2) Cfr. L. Surette, A Light from Eleusis, Clarendon Press, Oxford 1979; The Birth of Modernism, Mc Gill-Queen’s University Press, Montreal 1993; Pound in Purgatory, University of Illinois Press, Urbana and Chicago 1999.

(3) Cfr. Ezra Pound’s Economic Correspondence, 1933-1940, a cura di R. Preda, University Press of Florida, Gainesville 2007.

(4) Cfr. G. Accame, Ezra Pound economista, Settimo Sigillo, Roma 1995.

(5) J. Ruskin, Economia politica dell’arte, Bollati Boringhieri, Torino 1991, pp. 141-142.

(6) Ivi, p. 144.

(7) Ezra Pound’s Economic Correspondence, cit., p. 1.

(8) Cfr. E. Pound, Carta da Visita, a cura di L. Gallesi, Bietti, Milano 2012.

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