Recensione: H. P. Lovecraft, «Il libro dei gatti»

Rita Catania Marrone
J.R.R. Tolkien – Un’epica per il nuovo millennio n. 3/2013
Recensione: H. P. Lovecraft, «Il libro dei gatti»

Chi apprezza l’opera di H. P. Lovecraft conosce bene il legame che unì il “Demiurgo di Providence” al gatto, il flessuoso, cinico ed indomito signore dei tetti. Più che di semplice amore si dovrebbe però parlare di una incredibile “affinità intellettuale”, sentendosi Lovecraft, infatti, più vicino alla razza felina di quanto non lo fosse a quella umana. Ogni gatto è in sé un microcosmo autosufficiente, archetipo di distaccata bellezza, aristocratica indipendenza, estrema grazia ed equilibrio, elementi tipici delle civiltà classiche che secondo lo scrittore americano la società contemporanea ha totalmente perduto, a favore di un servilismo intellettuale ed emotivo (aspetto che può invece essere attribuito all’animale che naturalmente si oppone al gatto, ovvero il cane): “Bellezza, autosufficienza, serenità e buone maniere: cos’altro può desiderare una civiltà? Queste qualità sono riassunte nel divino piccolo monarca che poltrisce gloriosamente sul suo cuscino di seta sotto il cuore” (p. 47).

Il saggio sulla diseguaglianza metafisica fra cane e gatto, che si rispecchia non solo nelle differenze tra gli aspetti caratteriali di cinofili e ailurofili ma anche nello scarto tra epoca classica ed epoca moderna, è parte del volume recentemente pubblicato dalla società editrice Il Cerchio, Il libro dei gatti, che raccoglie poesie, lettere, frammenti e racconti in cui il gatto è protagonista dell’universo lovecraftiano. Si tratta di una seconda edizione accresciuta, curata da Gianfranco de Turris e dal compianto Claudio de Nardi, con la collaborazione di Pietro Guarriello, direttore di Studi Lovecraftiani, e una presentazione di Marina Alberghini, presidentessa dell’Accademia dei Gatti Magici. A chiudere il volume troviamo un saggio di Massimo Berruti, il quale inquadra l’ailurofilia (dal greco αίλόυρος, “colui che dimena la coda”, e Φιλία, “amore, amicizia”) di Lovecraft all’interno della sua opera, riconoscendo al gatto un posto d’onore.

Questi è, infatti, “misterioso e affine alle cose invisibili che l’uomo non potrà mai conoscere: è l’anima dell’antico Egitto, e il depositario di racconti che risalgono alle città dimenticate di Meroe ed Ophir (…). La sfinge gli è cugina, parla la stessa lingua, ma lui è più antico e ricorda cose che essa ha dimenticato” (p. 55), recita l’incipit de I gatti di Ulthar. Questa apparentemente innocua bestiola è custode dell’Oltre, dimensione invisibile ed inafferrabile della realtà che Lovecraft lascia intravedere nei suoi racconti. Il suo occhio può scorgere l’inconoscibile che si nasconde al di là della realtà; per questo gli antichi Egizi lo adoravano come una divinità e gli sciamani lo elessero a guardiano del mondo onirico. Funzione analoga svolse Old Man, gatto che lo scrittore incontrò a sedici anni, spesso accovacciato ai piedi dell’arcata buia di un ponte, e che lo accompagnò fino ai trentotto. Egli lo immaginò come il “guardiano degli insondabili misteri oltre il nero archivolto” (p. 97), sfinge custode di uno stargate che conduce oltre l’abisso siderale. La stirpe dei gatti è musa dell’opera lovecraftiana, in quanto chiave di accesso all’immaginazione cosmica. E Old Man, una volta oltrepassato definitivamente quel nero archivolto, diventerà custode dei sogni dello scrittore di Providence, iniziandolo ai misteri dell’Universo, a cui egli darà voce nei propri racconti. Il libro dei gatti non è, dunque, un testo imprescindibile solo per i lettori dell’opera di Lovecraft ma, più in generale, per ogni amante del mondo felino.

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