Un hotel, un mastino e un pollo. Intervista ad Aldo Lado

Claudio Bartolini
Aldo Lado n. 9/2019
Un hotel, un mastino e un pollo. Intervista ad Aldo Lado

Angera, venerdì 9 novembre 2018. La mattinata è di quelle fredde, al punto che il Lago Maggiore sembra un’unica, immobile lastra di ghiaccio. A casa Lado scoppietta la stufa a pellet, che riscalda l’ambiente trasformandolo in un refugium dove sospendere volentieri le coordinate del mondo esterno. Aldo è accogliente e solare, come sua abitudine. Lo sguardo è quello di sempre, benevolo e al contempo affilato, penetrante. Il comodo divano che troneggia nel salotto è il luogo ideale per un’intervista che, date la nostra amicizia e l’indole dell’intervistato, somiglia più a un rendez-vous tra amici che non si vedono da un po’ – sempre troppo – e perciò hanno tante cose da raccontarsi.

Il posacenere al centro del tavolino è vuoto. Alla sua destra una pila di libri letti o da leggere. Alla sinistra i primi volumi pubblicati da Angera Films, la casa editrice che Aldo ha deciso di fondare per diffondere i romanzi suoi e degli altri. Ed è proprio di questo che oggi desidero parlare con lui. Dell’altro Lado della medaglia, quello dello scrittore-editore inventatosi tale a ottant’anni compiuti. Del Lado cineasta hanno detto e continuano a dire in tanti, e lui stesso – in fondo, molto in fondo – preferisce per una volta non raccontare le solite cose, i noti aneddoti di Malastrana o L’ultimo treno della notte.

Aldo apre un cassetto sotto il tavolino, che rivela almeno 20 pacchetti di sigarette ancora sigillati e pronti all’uso. Il suono del suo accendino sposa quello del pellet, che segue a crepitare baldanzoso. La prima MS inizia ad ardere e un altro cassetto – invisibile, eppure profondo come un abisso – è pronto a essere aperto.

Partiamo dalla tua decisione di diventare editore.

Non avrei mai pensato di fare l’editore, ma i miei libri li ho pubblicati proprio per colpa degli editori. Dopo avere scritto il primo racconto pubblicato su Nuovi delitti di lago1, ero andato a fare un aperitivo con Mauro Morellini (titolare del marchio Morellini Editore, ndr) – che è molto carino, simpatico, una persona perbene – e gli avevo parlato dell’idea di scrivere I film che non vedrete mai, perché avevo tutti questi racconti e pensavo di riunire i migliori. «Ah, che bella idea, dai fammelo, perché non lo scrivi?», mi aveva risposto. Allora lo scrivo. A gennaio 2017 glielo consegno, dopo essermi fatto un culo così per due mesi. Glielo porto sia cartaceo che in chiavetta e lui dice: «No no, lasciami la chiavetta…». Dopodiché boh, non lo sento più. Arriva marzo e c’è la presentazione alla Opel di Milano di Delitti di lago vol. 32. Io nel frattempo sono andato a Santo Domingo e ho finito di scrivere Hotel delle cose, perché una mia amica scrittrice – Cristina Bellon, non so se la conosci, è autrice di diversi libri, collabora con «La Stampa» – mi aveva parlato del Premio Chiara, che dicono sia molto importante per chi fa questo mestiere, e insisteva a ripetere che dovevo partecipare. Allora ho elaborato una serie di racconti.

Di cui uno è stato selezionato.

Sì, selezionato e inserito nell’antologia del Premio Chiara 20173.

Il libro integrale lo pubblicherai a breve con la tua Angera Films.

Sì. Si chiama Hotel delle cose4, come il titolo di quel primo racconto che hanno preso. Quando ho accettato la selezione per il Premio Chiara, ho imposto la condizione di poter pubblicare il libro per conto mio.

Quindi loro hanno estrapolato questo racconto, ma tu avevi ancora in mano il libro…

Sì e mi sono detto: «Facciamo che il racconto se ne va in giro per un anno, tanto io ancora non sono pronto con il libro, perché prima che mi decida, io… (ride). Poi ti dirò che in quel momento non pensavo di pubblicare da me, ero ancora in alto mare. Insomma, arriviamo a marzo, incontro Morellini alla Opel e gli dico: «Ma scusa, mi hai messo pressione, io ho scritto, sono passati quattro mesi e tu manco ti fai vivo?». E lui, «Ma sai, ho avuto molto da fare…». Vabbè. Poi succede la cosa di Monza, che mi pare di averti detto. O no?

No.

Ok. Avevo mandato Il mastino, che tu conosci, a un concorso letterario. A maggio mi telefona l’editore di Monza che aveva promosso questo concorso – c’erano in palio 1.000 euro di premio più la pubblicazione – e mi dice: «Signor Lado, si sieda. La giuria ha deciso che lei ha vinto il primo premio». Cazzo! Io stavo partendo per le piccole Eolie quando mi ha telefonato. Perché ogni tanto mi parte la quinta – tanto non devo rendere conto a nessuno – e prendo il mio rucksack, come dicono i tedeschi, ci metto dentro quattro cagate, il mio piccolo computer da viaggio e vado. Solo con il biglietto di andata. Quest’anno sono andato a Creta, poi a Zante… Se mi rompo i coglioni dopo tre giorni torno, se sto bene sto via anche tre settimane. Frega niente. Tanto i contatti ce li hai sempre via mail… Insomma, con il monzese ci scambiamo le mail per preparare il contratto. Quando ritorno vado a Monza. Capirai: mai pubblicato niente a parte i racconti, però al primo libro che presento in concorso vinco il primo premio, la pubblicazione… Vado a Monza, ricevuto in ufficio. Mi viene presentato il contratto, ma io ho un brutto vizio: leggo (ride). Ovviamente c’è uno scotto da pagare per il primo libro: royalties per l’autore al 6%, che poi mi dicono non sia così bassa come percentuale.

Non è bassa, ma bisogna poi vedere se l’editore, quando dice all’autore quante copie ha venduto, gli comunica l’effettiva cifra. Il 6% è buono, ma su quante copie?

Vabbè, pago lo scotto in quanto debuttante. Sai, a certe cose ci passi sopra. Poi, però, l’occhio mi cade su una clausola… Parentesi: lui aveva esordito dicendo: «Questo contratto lei non può portarlo via. Lo legge, lo firma, ma non può farlo a vedere a nessuno, né avvocati, né agenti». Già la cosa mi puzzava un po’. Arriviamo quindi verso la fine e c’è questa clausola che dice che per dieci anni – dieci anni! – io mi devo impegnare a pubblicare solo quello che decide lui. A fare solo quello che decide lui. Dico: «Ma guardi che io sto scrivendo altre cose, mi sto divertendo a scrivere». E lui risponde: «No, lei è mio. Se Mondadori la chiama, sono io che la vendo a Mondadori». Dico: «Ma scusi, lei pensa che io a 83 anni posso sposarmi con qualcuno per dieci anni? Vuole diventare vedovo? Ma non ci penso nemmeno! Mi tolga questa clausola». E lui risponde: «No no no, non si può, è così o niente». Allora io chiudo: «La ringrazio, si tenga i suoi 1.000 euro, io mi tengo il mio libro». Tra l’altro in quel momento avevo anche un contatto con un agente, che mi aveva rimproverato: «Sei matto!». Frega un cazzo. Ci ho litigato e l’ho mandato…

La libertà prima di tutto.

Ma poi devi calcolare che quando hai venticinque o trent’anni e vuoi fare il mestiere di scrittore, tutto va bene. Quando hai la mia età no, per cui chiuso. Quindi torno ad Angera, ovviamente coi coglioni che mi fumano. Morellini e Leone – quello di Monza si chiama Antonio Leone (titolare del marchio Antonio Leone, ndr) e sembra che adesso abbia fatto il colpaccio con i diritti di un americano, o un inglese, che sta andando discretamente – mi hanno fatto solo perdere tempo.

E non hai ancora pubblicato nulla.

No, niente, ho solo pubblicato i due racconti dei Delitti di lago e quello del Premio Chiara a dicembre 2017. A questo punto siamo arrivati al 2018. Torno ad Angera incazzato, ma qui c’è un ragazzo (che adesso ha ventisette anni) disposto a darmi una mano soprattutto per l’impaginazione e le copertine – certe cose me le invento tutte io, però poi ho bisogno di qualcuno che abbia gli strumenti nel computer per realizzarle perché, sai, ci vuole InDesign… Io c’ho provato, guarda, ma non posso perdere un mese per imparare quel cazzo di programma. Già quattro anni fa lui mi aveva contattato perché è un grande appassionato di cinema e, parallelamente al suo lavoro di pizzaiolo e cameriere, realizza spot e cortometraggi. Ha tutta l’attrezzatura da videomaker, con tanto di drone. Insomma, è attrezzato. All’epoca stava facendo un corto e mi aveva chiesto di fargli da attore. Io avevo accettato e così siamo diventati amici. Poi, tra l’altro, il corto l’ha presentato anche a un festival, sono andato là e mi hanno dato un papiro… (ride). Insomma, a inizio 2018 questo ragazzo, riguardo ai miei scritti, mi consiglia: «Pubblicali tu! Li pubblichiamo su Amazon», perché – scopro – Amazon recentemente ha aperto anche la filiera che stampa i libri direttamente e poi li consegna. «Sul prezzo di vendita ti dà il 30%» mi dice «Il che è buono».

È il print on demand, il lettore richiede e loro stampano.

Esatto. E io mi dico: «Che rischio ho? Zero. Facciamo l’ISBN e tutto quanto, su queste cose mi indirizza lui». E me ne vado in Sardegna a iniziare un altro romanzo, che adesso sto finendo. Perché poi ci vuole sempre tempo, tra una cosa e l’altra, arriva quello, devi impaginare quell’altro, controllare l’altro ancora… Poi lui mi chiama: «Aldo, domani esce su Amazon I film che non vedrete mai». Così è. Ma la prima edizione del libro come impaginazione fa proprio schifo al cazzo, è una vergogna. Una vergogna in relazione a come dovrebbero essere fatti i libri. Questo errore è dovuto un po’ all’ignoranza del ragazzo: non solo non aveva mai letto un libro in vita sua, ma manco l’aveva guardato! Comunque ne vendiamo qualcuno. Pochi, a dire il vero. Quando Amazon annuncia l’uscita abbiamo 650 mi piace su Facebook, ma poi lo comprano in 50. Ora, forse, siamo arrivati a 100. Però l’ho sostituito quel file, perché non era possibile! Il giorno dopo, in compenso, arriva una telefonata: «Ciao Aldo, come stai? Sono Mauro Morellini, avrei deciso di fare Il mastino». Rispondo secco: «Mauro, scusa, ma il libro tra poco lo potrai comperare su Amazon». Che gli vuoi dire? Gli editori purtroppo hanno tempi biblici. Comunque è andata bene così: adesso Il mastino è molto più bello. Ci ho già rimesso mano due volte, infatti non l’ho ancora pubblicato.

E quand’è che vorresti farlo uscire?

Ai primi di dicembre 2018, assieme a Hotel delle cose. Poi forse a gennaio 2019, se mi decido, pubblico un libro di poesie di un mio amico francese. Non sono ancora convinto, perché la poesia non vende, però per un editore è sempre importante. La poesia dà prestigio, impreziosisce una collana.

Insomma, sono passati pochi mesi ma la tua Angera Films pare già ben avviata.

Da quando mi sono messo in questa barca tutto è successo in fretta. Ho voluto stampare io, quindi ho cercato la tipografia. E poi parla con questo, parla con quell’altro, cerca il distributore… che in questi mesi non sono riuscito a trovare, perché avevo pochi libri e nessuno era disposto a distribuirmi. Messaggerie voleva che io avessi un contatto con un promoter, quelli che fanno la promozione del libro: ho scritto a due o tre, che non mi hanno cagato per niente. Capito come funziona? Adesso ho trovato un distributore, vediamo come va… Però sono distributori strani, anomali, si chiamano directBOOK, non so se li hai sentiti: praticamente hanno una società di promozione e, volendo, anche la tipografia con cui son collegati. Sono ancora un po’ in fase di organizzazione con il magazzino, e se io non trovo una soluzione in quella direzione sono… (indica il cumulo di libri nel suo appartamento, ndr). Perché già mi si sta riempiendo, qua. Poi, nel frattempo, ho fatto anche un’altra cosa, perché non è che ho pubblicato solo quello che ti ho detto. Ho pubblicato anche I film che non vedrete mai in inglese.

Della traduzione chi si è occupato?

Una mia amica. Gratis ovviamente, perché non posso permettermi di pagare. Ho tolto due scritti perché erano troppo italiani, quindi non potevano toccare sensibilità altre.

Cos’è che hai tolto?

Ho tolto Per non dimenticare, che narra dei due ragazzi di Bologna nel ’43: dopo il bombardamento nella tipografia dove lavoravano, l’ebreo finisce tra i partigiani e l’altro invece non sa dove andare. Sono storie romanzate, ma vere, però molto italiane. Perché quello che finisce nella Repubblica di Salò è un grande fotografo che si chiama Carlo Bonora, ha novant’anni ed è un mio amico. L’ho rivisto a ottobre, a Parigi. Purtroppo sta perdendo la vista. Storie, capito? Storie vere. E quella è la sua storia, che io ho romanzato. L’altro, l’amico, l’ho inventato completamente. Il secondo scritto che ho tolto è I moschettieri del mare, il progetto di serie da proporre al Ministero della Marina Militare.

Torniamo indietro per un attimo: in che momento hai deciso di fare lo scrittore?

C’è stato un momento, molto recente. Dopo secoli, mi ero deciso a girare Il Notturno di Chopin (2012). Avevo tentato di tutto per avere i distributori, ma non mi aveva calcolato nessuno. Ormai qualunque cosa esca dagli schemi televisivi proprio non va. Di recente c’è stata un’evoluzione con i crimes di Sky, cose come Gomorra e Quo vadis, Baby? hanno rotto un po’ alcuni di questi schemi. Ora Netflix, magari, riuscirà a fare delle cose un po’ meno convenzionali, ma nel 2011 le acque erano stagnanti.

Sì, oggi le pay tv e le piattaforme osano un po’ di più.

Sicuramente più di quello che fanno in Rai! Comunque, a quel punto mi sono venduto un appartamentino che avevo e ho fatto il film. Sono stato aiutato da tanti. Da voi, da Manlio (Gomarasca, co-fondatore di «Nocturno» ndr), da amici a Roma. Però, comunque, macchinisti ed elettricisti ho dovuto pagarli, la protagonista ho dovuto pagarla… Poi ho dovuto pagare i contributi… Però mi andava di farlo, così ci ho perso – cioè, ho investito – e magari tra dieci anni Il Notturno di Chopin sarà considerato come L’ultimo treno della notte (1975).

Certi film maturano dopo e diventano di culto.

Esatto. L’ultimo treno della notte, o anche Chi l’ha vista morire? (1972), i miei film che oggi sono cult non hanno avuto un grande successo quando sono usciti. Non ti parlo delle critiche perché erano una roba vomitevole… Tornando a noi: giro Il Notturno di Chopin e dopo circa un anno mi chiama una giornalista che collabora con «La Prealpina» (quotidiano di Varese, ndr). Mi chiede se le concedo un’intervista, rivelandomi che il suo capo le ha detto che non l’avrebbe ottenuta. Sentita questa cosa le rispondo subito «Ok, ti do l’intervista». Chiacchieriamo, facciamo anche le fotografie e «La Prealpina» pubblica la pagina con la mia foto. Passa un altro anno e lei mi manda una mail, invitandomi a una specie di mostra di quadri di una sua amica, qua ad Angera, dove si presentano anche alcuni libri di cui lei si occupa con una casa editrice. Vado e, appunto, vedo che i libri in questione sono questi Delitti di lago, dei quali sono già state pubblicate due annate. Parliamo e lei mi dice: «Perché non scrivi un racconto per questa edizione (Nuovi delitti di lago, ndr)?». Le rispondo: «Guarda, non ho mai scritto narrativa, ho sempre scritto solo per il cinema, ma è una cosa tutta differente. Di fare lo scrittore probabilmente non sono capace. Non so». Lei insiste e mi manda il bando. Io lo leggo: non deve superare le tot mila battute. «Che cazzo vuol dire?», mi chiedo. Hai capito? Ero proprio da asilo!

Partivi da zero.

Esattamente. La mia amica, che invece di professione è traduttrice di libri dall’inglese – e lavora molto, anche – mi dice alcune cose, consigliandomi. Allora mi ci metto e penso a una storia. Siccome ho sempre avuto un po’ l’interesse per i diversi, gli handicappati – e lo vedi anche nei miei film – ci costruisco sopra una breve narrazione. Secondo le indicazioni del bando deve essere un racconto con un lago e un giallo in mezzo, così mi esce questo Il gigante e la bambina, intitolato così in ricordo del mio amico Lucio Dalla. E mi viene anche un’invenzione letteraria – ma potrebbe essere cinematografica – perché parto da una prima scena in cui sembra che si stia facendo una battuta di caccia, invece a essere inseguito è un uomo nella “boschèra” – quella specie di foresta dall’altra parte del lago – che lì viene praticamente linciato e ammazzato. Il tutto perché è considerato l’assassino di una bambina. Poi la storia va a ritroso, cioè dall’ultimo giorno all’inizio degli eventi.

E si ricostruisce il delitto.

Non solo il delitto, ma la personalità di colui che viene linciato. È semplicemente un ragazzotto di una trentina d’anni, alto, robusto, che purtroppo, per una mancanza di ossigeno al momento del parto, con la mente è rimasto fermo ai tre anni. È rimasto un bambino.

Quindi hai iniziato così.

Sì, ho scritto questo racconto e l’hanno preso. Son convinto che l’hanno scelto anche in virtù del mio nome legato ai film, ma comunque è una bella storia. E scrivendola ho imparato tante cose, l’abc della scrittura: che non devi mettere troppi punti di sospensione ad esempio, e che se li metti devono essere tre, non quattro e non due, e via dicendo. Quelle cose che ci hanno insegnato a scuola: mettere la consonante tra due vocali uguali, usare in modo appropriato la punteggiatura, eccetera.

Tutte cose a cui non avevi mai pensato quando scrivevi sceneggiature.

Mai! Te ne fregavi, la sola cosa che ti interessava era dare un plot a quello a cui chiedevi i soldi sperando di convincerlo. Quando scrivevo la sceneggiatura, non mettevo cose come «uno stormo di rondini vola nel cielo dove una nuvola rosa sta…», perché non sapevo se quel giorno che avrei girato ci sarebbe stato un cielo con le nuvole rosa o una bufera.

Chiaro. Ma torniamo ai tuoi primi racconti.

La ragazza che mi aveva coinvolto nel progetto mi invita a partecipare alle presentazioni del libro Nuovi delitti di lago. Vado a una decina di questi eventi in libreria, dove ho modo di conoscere un po’ di altri autori, come quella Cristina Bellon di cui ti accennavo prima. Inoltre faccio i primi incontri con i lettori e noto che il pubblico è a maggioranza femminile. Inizio ad avere un rapporto col fruitore, cosa che non ho mai avuto facendo cinema. E la cosa mi diverte. È a quel punto che mi chiedo: «Cosa faccio da grande? Provo a fare lo scrittore». Così ho cominciato a scrivere. Tra le prime cose che ho scritto c’è Il mastino. E sai perché mi sono messo a scrivere Il mastino? Tutto nasce tre anni fa. Con la mia compagna, a fine febbraio andavamo sempre sul Mar Rosso, ma in Egitto c’era stata la rivoluzione e lei non voleva rischiare. Allora mi sono informato e ho scoperto che c’era una crociera che partiva a fine gennaio da Dubai e, in sessanta giorni, andava a Genova. Così siamo partiti. Saliti sul charter, organizzato dalla Costa Crociere, mi sono reso conto che eravamo circondati da vecchietti – a fine gennaio chi altri potrebbe permettersi una vacanza simile? Ero già seduto sull’aereo quando entra un tizio che, guardando questa schiera di teste bianche sedute composte, esclama ad alta voce: «Se questo aereo casca, le azioni dell’INPS salgono alle stelle!» (ride) Cioè: fatti fuori duemila pensionati. Una battuta così cretina mi ha fatto scrivere Il mastino5, che pubblico come George B. Lewis perché da una parte il grosso pubblico, nelle librerie, non fa l’associazione tra me e il mio pseudonimo6, mentre chi invece sa di cinema mi riconosce e quindi posso puntare a due pubblici diversi.

Un pollo da spennare, invece?

Un pollo da spennare7 l’ho scritto, in prima versione, con l’idea di farne un film. L’ho scritto in francese mentre ero a Parigi, era l’idea per una sceneggiatura.

Che anno era?

Il 2010.

Quindi molto prima. In effetti, leggendolo, si ha la sensazione di essere dentro un film. È molto ritmato, costruito a scene…

Eh sì. Poi, in un secondo momento, con questa sceneggiatura in francese e la nascita della Angera Films, ho chiesto a un’altra mia amica di tradurmela. Lei me l’ha ridata in italiano e, lavorando su una base italiana, non ci ho messo molto a trasformarla in libro.

Nel libro non specifichi dov’è ambientata la storia…

In origine era la Senna, Parigi. Leggendo lo si capisce, ma bisognava aprire il racconto alla mente di tutti, di qualunque lettore: chi vive a Milano pensa ai Navigli, chi è a Roma al Tevere…

Tu pensavi a Parigi.

Quando ho scritto la sceneggiatura ero a Parigi, infatti avevo tentato di proporla all’attore Jamel Debbouze, che era un po’ il tipo ideale per il mio personaggio. Gli avevo parlato, avevo dato lo script al suo staff, ma mi è stato risposto che era troppo preso tra impegni già presi e altre cose. Poi sono venuto via da Parigi, e sai bene che queste cose non hanno seguito. Però il racconto mi piaceva, era divertente, infatti non credo di avere scritto un brutto libro.

Assolutamente, però mi incuriosiva questa cosa del taglio cinematografico…

Sai, mi rimane un po’ questa cosa del cinematografico. Un pochino. Infatti a volte faccio fatica nell’impaginare il libro, proprio perché sento il bisogno di certi ritmi.

Ragioni a stacchi?

Sì, io gli scritti li vedo sempre in immagini, non riesco a fare altrimenti.

Un po’ inevitabile, no?

E molto faticoso. Io, poi, sono sempre stato vicino al montaggio, quando giravo i miei film avevo già l’editing in testa. Quindi per me è molto complicato. Perché Il mastino me lo trascino da mesi? Perché leggendolo e rileggendolo ci sono delle cose che mi annoiano, che per me sono tempi morti. E allora, naturalmente, mi viene da tagliare, da sintetizzare, da asciugare. Per esempio, nella versione che tu hai letto quasi un anno fa la prima parte durava 100 pagine. Ora l’ho asciugata in dieci. E sai come l’ho asciugata? Partendo con lui che si risveglia, ha perso completamente la memoria e solo dopo sei mesi, casualmente, la ritrova ricostruendo l’affondamento della nave. In soli tre capitoli ho avuto la possibilità di raccontare tutti quei sei mesi, prima di mettere il personaggio in movimento. Quando lui entra in movimento, allora comincia l’iter del suo “perché-come-cosa”. Cioè il clou di un romanzo che è, in realtà, un testo contro ’sti figli di mignotta delle banche. Perché ammazzare duemila pensionati è un po’ come delocalizzare un’azienda, capisci? Il cinismo delle aziende è pazzesco e io cerco sempre di avere una lettura più ampia, al di là del meccanismo.

Era così anche nei tuoi film.

Sì. Anche il piccolo Pollo che cos’è, se non la storia di uno che in fondo è un handicappato?

Un disagiato.

Un disagiato totale, sfigato in tutto: miope, allergico al denaro, con quel merlo ereditato dalla nonna, destinato al fallimento se non fosse per l’incontro con Esmeralda. Lei è un bel personaggio femminile, se posso dirlo.

Una donna d’azione, esotica, un po’ folle.

Ma sì, a me piacciono queste sciamannate, strane, esuberanti. E così, grazie a lei, anche lui ha una chance nella vita.

 Parliamo del Lado lettore, invece. Quali annoveri tra le tue letture imprescindibili?

Sono eclettico. Sicuramente La metamorfosi di Franz Kafka. Poi i primi romanzi legal-thriller di John Grisham, perché mi appassionano sia il mondo legale – avendo studiato legge – sia il dito che agli esordi metteva nelle piaghe della società. Poi direi Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, sicuramente James Joyce e anche Il barone rampante di Italo Calvino. Ma ti dirò, quando avevo undici-dodici anni, avendo abbandonato i fumetti per ragioni anagrafiche avevo scoperto, a casa, una ricca collezione di vecchi gialli. Sì, vecchi gialli, vecchi «Medusa» della Mondadori, tra i quali c’erano opere di John Steinbeck e c’erano, per esempio, romanzi di molti scrittori dei Paesi centro-europei.

Che poi è quel tipo di cultura che ti ha sempre affascinato e coinvolto.

Esatto, c’era quello ma c’era anche Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, capito? Uno che mi aveva molto aperto gli occhi – avrò avuto dodici anni – era Sergiusz Piasecki, con un libro che si intitolava L’amante dell’Orsa Maggiore: era una storia di contrabbandieri dove avevo capito che l’etica, il faro, in quel mondo al di là della legge, era differente dall’etica che predicava mia madre. Mentre l’etica della famiglia borghese italiana diceva che se un ladro entra in casa bisogna chiamare la polizia, quella dei contrabbandieri imponeva di non fare la spia. E questo mi ha spalancato un mondo. Subito dopo son cascato su Ernest Hemingway – I quarantanove racconti, Per chi suona la campana, eccetera – e lui mi ha aperto gli occhi all’avventura, all’essere incuriositi dal mondo. Avevo diciannove anni – mi ero appena iscritto all’università – quando una sera, rientrando dal cinema, vedo un signore con una pecetta in testa che sta in un bar: lo riconosco, è lui. Entro, gli chiedo un autografo, ma l’unica cosa che ho in tasca è questo libretto dell’iscrizione universitaria (lo estrae e lo appoggia sul tavolino, ndr).

«Vista buena, Ernest Hemingway». Incredibile.

A quel punto, sapendo che lui va all’Harry’s Bar, ci faccio la posta per due o tre giorni… finché lo vedo nel suo angolino in fondo, con la moglie, e mi fiondo dentro. Vado da lui, e lui mi riconosce. Cominciamo a parlare, lui in spagnolo, io in italiano. E rimango una buona mezz’ora a conversare con Hemingway.

E come mai ti aveva scritto «vista buona»?

Perché l’avevo riconosciuto. Vista buena, avere una buona vista. Lui aveva quella pecetta perché – me l’ha spiegato più tardi all’Harry’s Bar – aveva avuto un incidente d’aereo in Africa, dove era andato per uno dei suoi safari: erano precipitati e lui si era ferito la testa. Poi sono passati gli anni, sono diventato vecchiotto ma… Quest’anno, a fine gennaio, sono andato a Miami, ho preso la macchina e mi sono spinto fino a Key West per vedere la dimora originaria di Hemingway, ed è là che l’ho invidiato a morte. Perché Key West è bellissima, proprio una cittadina meravigliosa. La casa di Hemingway è incredibile, ci sono ancora i gatti discendenti da quelli che aveva lui. Gatti deformi, con sei dita invece di cinque. C’è la piscina, perché lui amava nuotare. Ma l’emozione vera la dà la sua stanza, con gli oggetti, la macchina da scrivere…

Aldo spegne l’ennesima MS, alzandosi dal divano per preparare un aperitivo. Faccio lo stesso con la mia Marlboro, seguendolo a tavola. Il posacenere trabocca, in salotto si è creata una nube densa di fumo, racconti e fantasmi, che si agitano tra le pagine di quei libri che – immobili, al centro del tavolino – per un attimo sembrano muoversi.

 

Note

1 Sampietro Ambretta (a cura di), Nuovi delitti di lago. Antologia di racconti gialli, Morellini Editore, Milano 2016.

2 Sampietro Ambretta (a cura di), Delitti di lago vol. 3, Morellini Editore, Milano 2017.

3 AA.VV., Otto racconti per Piero Chiara. Antologia «Premio Chiara» inediti 2017, Pietro Macchione Editore, Varese 2017.

4 Lado Aldo, Hotel delle cose, Edizioni Angera Films, Angera 2018.

5 Lewis George B., Il mastino, Edizioni Angera Films, Angera 2018.

6 Al cinema, Aldo Lado ha utilizzato lo pseudonimo George B. Lewis per firmare L’umanoide (1979) e l’inedito Dark Friday (1993).

7 Lado Aldo, Un pollo da spennare, Edizioni Angera Films, Angera 2018.

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“L’opera di Spike Lee ha molto da dirci e tutti possiamo impararvi qualcosa, almeno a guardare oltre l’apparenza”. Da sempre li chiama “joint” i suoi film, Spike Lee: termine di uso comune nel linguaggio americano per la sigaretta di hashish o marijuana, la “canna” diremmo noi, al punto che nei suoi titoli di testa appare sempre con fierezza la scritta “A Spike Lee Joint”. Ma il joint di Spike Lee non c’entra nulla con tutto questo, egli ha da sempre ripudiato l’uso di qualsiasi droga, va bensì inteso come “comune”, un’unione di forze che non riguarda solo il regista ma tutta [...]
Spike Lee, il regista afroamericano di film cult come Fa' la cosa giusta, Malcolm X e La 25a ora (primo film girato a New York dopo l'11 settembre), è autore dall’ironia caustica e intelligente: il suo cinema dall’andamento altalenante, che alterna grandi successi ad altrettante clamorose rovine, è in grado di osservare come pochi altri la complessa società americana, attraversata da conflitti, contraddizioni, pregiudizi, questioni razziali e di gender. L’ultima fatica di Spike Lee, BlacKkKlansman, è stata osannata da pubblico e critica, ricevendo il Gran Prix Speciale della Giuria a Cannes 2018 e il Premio del Pubblico al Festival di [...]