"La pietra di Marco Polo". Il senso di Lado per Venezia e i bambini

Ilaria Floreano
Aldo Lado n. 9/2019

Il piacere che si prova guardando una serie tv è, di fatto, imperscrutabile. Certo ci sono ragioni tecniche che si possono sviscerare con modelli di analisi elaborati dagli studiosi, ma in fondo il commento più giusto di fronte a un prodotto dell’ingegno è quello che riservavano i veneziani del Cinquecento alle grandi opere di Tiziano, così come riportato dai cronisti dell’epoca: «El piase». Perché con buona pace degli studiosi avevano ragione le nonne: è bello ciò che piace. E La pietra di Marco Polo (1982-1983) piase (sarà perché è girata da un veneziano d’adozione?). Di più: vanta schiere di accaniti fan, spesso gay, in Italia e in Germania. Ma facciamo un passo indietro.

Come ci arriva l’autore di La corta notte delle bambole di vetro (1971) e L’umanoide (1979), a realizzare una serie televisiva per ragazzi targata Rai? «Casualmente», ci risponde lo stesso Aldo in un’intervista ad hoc. Lado aveva già realizzato un tv movie, tratto da una sceneggiatura del suo amico milanese Fabio Carpi: «All’epoca ero un po’ angosciato, perché se facevi un film e non otteneva un buon risultato economico avevi un sacco di difficoltà a girarne un altro. Tra l’altro stava cominciando la crisi delle sale, la televisione prevaleva, e ho pensato perché no? [Quando Fabio mi ha proposto la sua sceneggiatura] ho accettato e fatto quel primo film per la Rai», cioè Il prigioniero (1978). A cui segue La disubbidienza (1981), questa volta per il cinema. Mentre ne aspetta la prima copia montata, Aldo viene invitato dal suo ultimo direttore della fotografia, Dante Spinotti, a una festa in casa della di lui compagna. Qui incontra Pio De Berti Gambini, fresco di nomina alla direzione di Rai2, che si dispiace per l’indifferenza mostrata dai registi verso i prodotti per i più giovani. Il che vale per molti autori, ma non per Aldo Lado: «Se tu guardi la mia filmografia, ho sempre cambiato genere. Anche i cosiddetti thriller sono tutti diversi, tra Chi l’ha vista morire? [1972, nda] e L’ultimo treno della notte [1975, nda] c’è un mondo. Non ho mai ripetuto lo stesso film, come invece ha fatto Dario Argento. Perché non mi andava, era contro la mia natura. Ho anche rifiutato contratti ottimi che mi chiedevano di fare “Il figlio della sepolta viva” o “La zia della cugina”, visto che quei film [La sepolta viva, 1973, e La cugina, 1974, nda] avevano avuto un enorme successo. Ma io se non cambio non mi diverto». La conversazione termina con la promessa di rivedersi, ma quando Lado contatta la segretaria di Gambini questa gli risponde che il direttore è assente, in compenso gli ha fissato un incontro con Raffaele La Capria. «Cioè non uno qualunque, io lo consideravo un Signor autore. Nemmeno sapevo lavorasse in Rai, invece faceva parte del gruppo di intellettuali assunti per consigliare i funzionari sui contenuti. Non capivo cosa c’entrasse con me, ma mi faceva piacere incontrarlo. Quindi vado e Raffaele mi dice: “Allora, Pio mi ha detto che vuoi fare dei film per ragazzi a Venezia”. Mi è cascato l’occhio! Però dico sì, lo farei volentieri, soprattutto a Venezia – quando sento la parola Venezia, mi si accende qualcosa. […] E allora lui: “Racconta”. E io che cavolo gli posso raccontare? Be’, è finita che gli ho raccontato la serie: l’ho inventata in quel momento, ricordandomi di Maupassant, immaginando storie di vita quotidiana… “Ah”, mi rispose, “bellissimo!”. Così siamo partiti».

Il risultato di questa improvvisazione rocambolesca sono 26 puntate (suddivise in due stagioni) di vicende familiari più o meno avventurose con protagonisti quattro fratelli tra i 6 e gli 11 anni circa, i cui soggetti sono tutti scritti da Lado, che poi li sceneggia insieme ad Amedeo Pagani. Girati in svariate location veneziane, un episodio a settimana, montati in progress dal regista e mostrati ai dirigenti della Rai, ottengono un plauso unanime, al punto che conclusi i primi 13 episodi previsti da contratto ne vengono immediatamente commissionati (e realizzati) altri 13. Trasmessi inizialmente il sabato pomeriggio alle 14, hanno un successo tale che la casella di posta di via Teulada viene invasa da lettere di genitori che implorano di modificarne la programmazione: alle due i bambini sono a scuola e non possono seguire dall’inizio quella che è già diventata la loro serie del cuore. Così viene aggiunta una replica la domenica mattina alle 10 («Dopodiché volevano che andassi avanti con altri 26 episodi… ma a quel punto ho detto: “No grazie!”»).

A vederli ora, dopo abbuffate di serie teen americane iperadrenaliniche, si prova la strana sensazione di essere catapultati in un’era (personale oltre che televisiva) remotissima eppure piacevolmente vicina. Le avventure di Adi e dei suoi fratelli, accompagnati dall’amico Valerio e dal cane Cuba, dal nonno “Capitano”, da Mamma e Papà e da una teoria di comprimari che arricchiscono le diverse puntate (l’ex medico alcolizzato, il vecchio senza memoria, il padrone che lascia il suo quattrozampe al canile…), sono vicende minime, delicate – la gita in campagna, l’allergia della mamma – accostate a situazioni “da grandi”, tutte affrontate con lo spirito giocoso ma serissimo tipico dei bambini. A partire da quella «pietra di Marco Polo», un pezzo di plastica azzurra, su cui i fratelli compiono i loro giudiziosi giuramenti («Promettiamo che saremo buoni») al grido del motto «Uno in campo, tutti in campo! Uno in laguna, tutti in laguna!» che ritorna anche nella straordinaria sigla (attenzione: procura dipendenza). Questa, scritta da Lado e musicata da Pino Donaggio, viene affidata al più piccolo dei protagonisti, Nicola Del Pol, che come i fratelli indossa sempre gli stessi abiti (salopette e cappellino, vera e propria divisa come nella migliore tradizione degli eroi da fumetto) ed è il perno comico della serie, con le sue affermazioni surreali ma folgoranti e l’inevitabilmente buffa seriosità («Come in un film dei marines», canta) con cui affronta ogni cosa. «Era un bambino eccezionale» – ricorda con piacere Lado – «Nei film sembra abbia sei anni, invece ne aveva già nove. Aveva qualcosa. Dante, che per i primi 13 episodi mi stava anche in macchina, quando recitava Del Pol a volte mi diceva: “Aldo, è passato l’angelo”. Perché aveva visto, magari nel primo piano, quel certo guizzo negli occhi». Ed eccezionale è la scelta di farli recitare con cadenza veneta, così straniera in un panorama, com’è quello televisivo italiano, dominato da accenti romaneschi, napoletani, al massimo milanesi. Scelta azzeccata, «per restituire il profumo di Venezia» e trasferire sulla pellicola, con una regia mai invadente, fatta di dettagli e campi lunghi, talvolta con oniriche coreografie cromatiche, tutta la sconvolgente semplicità di ciambelline tuffate nella tazza di latte, forme di formaggio tagliate con lo spago, giri in sidecar e case costruite coi legnetti sulla riva della laguna.

 

CAST & CREDITS

Regia: Aldo Lado; soggetto: Aldo Lado; sceneggiatura: Aldo Lado; fotografia: Dante Spinotti, Gianfranco Transunto; scenografia: Mario Garbuglia; costumi: Vera Marzot; interpreti: Stefano Cola (Valerio), Anna Da Malta (la mamma), Nicola Del Pol (Adi), Chiara Doardo (Marta), Vincenzo Eulisse (il papà), Sebastiano Marescalchi (Malcolm), Andrea Miani (capitano); produzione: Arti Sceniche, RAI; origine: Italia, 1982; durata: 2 stagioni, 26 episodi totali da 25’; format: serie televisiva; prima messa in onda: dal 12 maggio 1982 al 30 luglio 1983, TV2; home video: dvd Fernsehjuwelen (import Germania), Blu-ray inedito; colonna sonora: inedita.

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