"La cosa buffa". Ambire al cielo, senza raggiungerlo

Marcella Leonardi
Aldo Lado n. 9/2019

«In quel tempo di mezzo inverno benché si recasse

ogni pomeriggio di sole sulla terrazza del Caffè alle Zattere,

vale a dire in un luogo per niente spiacevole e anzi rallegrato

dalle scarse cose liete che si possono trovare

in una città umida qual è Venezia durante la brutta stagione,

Antonio aveva soprattutto voglia di morire…»

Giuseppe Berto, La cosa buffa

 

Un film come La cosa buffa possiede una quantità di elementi di interesse tali da renderlo sottilmente affascinante e ingiustamente abbandonato tra i ricordi di un cinema “minore”. Si tratta di un’opera tratta dall’omonimo romanzo di Giuseppe Berto (che partecipò anche alla stesura della sceneggiatura), fedele al testo originale, mossa e allo stesso tempo impalpabile.

Se la trama erotico-sentimentale appare datata negli imbarazzi, nei sospiri, nelle corse al ralenti che vedono coinvolti i protagonisti, la bravura di Lado consiste nella capacità di trarre, da un materiale legato a un preciso contesto letterario-sociale, un film che vive di dettagli, di inquadrature sorprendenti per modernità, di una sensibilità in grado di ritrarre una condizione dello spirito. La cosa buffa è un “quadro” di un più ampio romanzo di formazione; un capitolo di un affresco novecentesco in cui si delinea, in forma di commedia, la messa in scena di una “età di crisi” segnata da rivoluzioni profonde: il fallimento del sentimento amoroso e l’incapacità degli esseri umani di rispondere a un ideale romantico, indeboliti da incessanti autoanalisi e dagli squilibri del desiderio. Una crisi che si fa ancora più profonda e destabilizzante nel maschio: Antonio, il giovane protagonista, è profondamente cosciente della propria inettitudine, che cerca svevianamente di mascherare attraverso una serie di autoinganni e spostamenti del desiderio.

La cosa buffa è una rappresentazione degli artifici dell’Io, pronti a escogitare alibi ed elevare una debole storia sentimentale a sublime proiezione amorosa: una menzogna complice in cui i protagonisti amano perdersi, ipnotizzati dalla bellezza di una Venezia-teatro di posa in cui va in scena l’ombra tremula e fuggevole di una passione.

Il romanzo procedeva attraverso una prosa luminosa e inarrestabile, fatta di periodi lunghi, priva di punteggiatura, eppure colorita e impusiva quanto i sentimenti dei due giovani. Lado trasferisce lo stile di Berto in un linguaggio cinematografico continuamente “doppio”, in un intrecciarsi di significante/significato: all’immagine letterale e “innocente” dei ragazzi che si rincorrono nei viottoli e calli della città lagunare si sovrappone la “presenza” del regista, il cui occhio magico ritaglia un’avventura romantica fatta di luce, acqua, cieli, architettura decadente, scale su cui fermarsi per un bacio.

La cosa buffa è vicino all’immaginario, è il sogno d’un sogno, la rappresentazione d’un desiderio. Antonio costruisce un amore ideale per sopperire al proprio vuoto di ideali, mancanza di reale ambizione, instabilità economica. Alimenta il proprio inconscio di maschio aderente a una identità collettiva frequentando l’amico Benito, con cui condivide un fallimentare cameratismo sessista e un’esistenza di tranquillizzanti apparenze. Maria, una meravigliosa Ottavia Piccolo, è una diciottenne che possiede tutto il misterioso incanto di una ragazza «sul limitare di gioventù». Proveniente da un’agiata famiglia veneziana, è un’adolescente colta, con una propensione all’espressione melodrammatica del sentimento: Berto descrive il loro incontro come l’esplosione di una «cosmica esaltazione».

Vittime consenzienti di una reciproca eccitazione, Antonio e Maria riflettono, nell’estasi di un amore tragico (che in realtà è «cosa buffa»), la monotonia di una vita senza scosse. Venezia è lo specchio incantato di questo amore pronto a dissolversi tra le nebbie invernali che cullano i palazzi morenti.

Gianni Morandi decise di partecipare al progetto dopo il rifiuto di Massimo Ranieri, intimorito da un ruolo che prevedeva erotismo e nudo integrale (lo ritroveremo, tuttavia, due anni dopo in La cugina, dello stesso Lado); sorprendentemente, Morandi offre una delle prove più sfumate e convincenti della propria carriera d’attore: il suo Antonio è impacciato, indeciso, perso nella vaghezza dei sentimenti; quasi consapevole di indossare una maschera da innamorato, si muove “recitando” la propria passione ed esprimendola attraverso un flusso di coscienza atto a giustificarla a se stesso. Ma Lado sa osservarlo da vicino e sa esprimere l’intima estraneità del personaggio nei confronti degli accadimenti, la sua necessità di proiettarsi, quasi finzionalmente, in un universo erotico e affettivo in grado di sottrarlo a un giovanile spleen.

La giovane Maria che egli incontra al caffè Le Zattere viene immediatamente soffusa da un alone di letteraria impossibilità: Antonio prova piacere nell’immaginarla come una bellezza pura e stilnovista, una delicata creatura atemporale. Lado ricrea le sensazioni del protagonista dedicando alla Piccolo inquadrature di sconfinata delicatezza: Maria appare evanescente, irreale, tanto nei primi piani (grazie anche alla fotografia di Marco di Giacomo, che conferisce al volto della ragazza una luce di arcana indefinitezza) quanto nei campi lunghi in cui il corpo di lei “scompare”, inghiottito dalla malinconia di Venezia. E vi è senz’altro un’analogia tra Maria e Venezia, “corpi” illusori e sfuggenti, bellezze tanto rarefatte quanto concrete e vive: l’aggraziata, timida Maria, scrive Berto, «non mostrava alcun proposito di sottrarsi», e i due giovani precipitano in una relazione dalla forte connotazione erotica, in cui le esperienze sessuali si tingono di un grottesco che è la mancata attuazione di quel “sublime” sognato da entrambi.

Antonio manifesta una quasi immediata inaffidabilità: le sue divagazioni oniriche gli rivelano, nel sonno, il velleitarismo del suo status amoroso (memorabile il sogno del matrimonio, gestito dal regista come un incubo allucinato e surrealista).

Lado ci fa intuire, tra le pieghe della commedia erotica, la tragedia dell’esperienza umana: il film è un continuo ambire a un cielo mai raggiunto. Antonio e Maria deludono se stessi quanto l’altro, e si allontanano lentamente aderendo alle proprie fantasie – quasi un doppio sogno – le cui direzioni si rivelano sempre più divergenti. Emerge un tratto prepotente, che è tipico della poetica di Berto, ovvero la depressione del protagonista; Lado lo avvicina furtivamente, per raggiungerne lo sguardo perennemente velato dagli occhiali: una montatura esile e dorata attraverso la quale Antonio filtra il mondo per proteggere la propria sensibilità delusa.

 

CAST & CREDITS

Regia: Aldo Lado; soggetto: Giuseppe Berto (dal suo omonimo romanzo); sceneggiatura: Aldo Lado, Alessandro Parenzo, Giuseppe Berto (collaborazione); fotografia: Franco Di Giacomo; scenografia: Alessandro Parenzo; costumi: Piero Cicoletti; montaggio: Alberto Gallitti; musiche: Ennio Morricone; interpreti: Ottavia Piccolo (Maria Borghetto), Gianni Morandi (Antonio), Angela Goodwin (la padrona), Fabio Garriba (Benito), Claudia Giannotti (sorella di Antonio), Nino Formicola (padre di Antonio), Rosita Torosh (Vera, come Rosita Toros), Luigi Casellato (Amedeo), Dominique Darel (Marika); produzione: Euro International Film, Carlton Film Export; origine: Italia, Francia, 1972; durata: 97’; home video: vhs Avo Film, dvd inedito, Blu-ray inedito; colonna sonora: EU Import.

[Vai all'indice]

Scarica il pdf

Ultime uscite

François Ozon

François Ozon

Inland n. 2/2016
Il secondo numero di INLAND è il primo volume dedicato in Italia a François Ozon. Regista tra i generi, firma sfuggente all’etichetta d’autore, nei suoi film Ozon fa riverberare echi [...]
Aldo Lado

Aldo Lado

Inland n. 9/2019
Quello che stringete tra le mani è il numero più complesso, stratificato, polisemantico del nostro – vostro – INLAND. Quaderni di cinema. Lo è innanzitutto grazie al parco autori, mai [...]
Dino Buzzati - Nostro fantastico quotidiano
Vi sono autori, come disse una volta Conan Doyle, che «hanno varcato una porta magica». Tra questi spicca Dino Buzzati, che ha condotto il fantastico nel cuore pulsante della materia. [...]
Jorge Luis Borges - Il Bibliotecario di Babele
Jorge Luis Borges è un autore oceanico, un crocevia di esperienze, storie, civiltà e piani dell’essere, un caleido­scopio nel quale il passato si fa futuro e il futuro si rispecchia [...]
Carlo & Enrico Vanzina

Carlo & Enrico Vanzina

Inland n. 7/2018
INLAND. Quaderni di cinema numero #7 nasce nell’ormai lontano dicembre 2017, in un bar di Milano dove, di fronte al sottoscritto, siede Rocco Moccagatta, firma di punta di tutto quel [...]
Lav Diaz

Lav Diaz

Inland n. 3/2017
È da tempo che noi di INLAND pensiamo a una monografia dedicata a Lav Diaz. Doveva essere il numero #1, l’avevamo poi annunciato come #2, l’abbiamo rimandato in entrambe le [...]
Lune d'Acciaio - I miti della fantascienza
Considerata da un punto di vista non solo letterario, la fantascienza può assumere oggi la funzione un tempo ricoperta dai miti. I viaggi nello spazio profondo, le avventure in galassie [...]
Rob Zombie

Rob Zombie

Inland n. 1/2015
Con la parola inland si intende letteralmente ciò che è all’interno. Nel suo capolavoro INLAND EMPIRE, David Lynch ha esteso la semantica terminologica a una dimensione più concettuale, espansa e [...]
Sergio Martino

Sergio Martino

Inland n. 5/2017
Giunto al quinto numero, INLAND. Quaderni di cinema affronta uno snodo cruciale, fatto di significative ed emblematiche svolte che segnano uno scarto, un’apertura rispetto alla precedente linea editoriale. Innanzitutto la scelta del [...]
Rob Zombie Reloaded

Rob Zombie Reloaded

Inland n. 8/2019
Giunto all’ottavo fascicolo, INLAND. Quaderni di cinema riavvolge per un attimo la pellicola della sua breve ma significativa storia, tornando a percorrere i passi compiuti nel 2015 quando aveva aperto [...]
America! America? - Sguardi sull'Impero antimoderno
L’impero statunitense ha sempre generato nella cultura italiana reazioni contrastanti, che spaziano da un’esaltazione semi-isterica a una condanna a priori, altrettanto paranoica. Sembra sia pressoché impossibile, per chi si confronta [...]
Walt Disney - Il mago di Hollywood
«Credo che dopo una tempesta venga l’arcobaleno: che la tempesta sia il prezzo dell’arcobaleno. La gente ha bisogno dell’arcobaleno e ne ho bisogno anch’io, e perciò glielo do». Solo un [...]
4-4-2 - Calciatori, tifosi, uomini
Nel calcio s’intrecciano oggi le linee di forza del nostro tempo; talvolta vi si palesano le sue fratture, i suoi non-detti. Ecco perché il quattordicesimo fascicolo di «Antarès» è dedicato [...]
Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding Refn

Inland n. 4/2017
Perché Nicolas Winding Refn? La risposta è semplice: perché, piaccia o no, è un autore che, più di altri, oggi ha qualcosa da dire. Sebbene sempre più distante dalle logiche [...]
Michele Soavi

Michele Soavi

Inland n. 6/2018
Il nuovo corso di INLAND. Quaderni di cinema, inaugurato dal numero #5, dedicato a Sergio Martino, è contraddistinto da aperture al cinema italiano, al passato, a trattazioni che possano anche [...]

Ultimi post dal blog

“L’opera di Spike Lee ha molto da dirci e tutti possiamo impararvi qualcosa, almeno a guardare oltre l’apparenza”. Da sempre li chiama “joint” i suoi film, Spike Lee: termine di uso comune nel linguaggio americano per la sigaretta di hashish o marijuana, la “canna” diremmo noi, al punto che nei suoi titoli di testa appare sempre con fierezza la scritta “A Spike Lee Joint”. Ma il joint di Spike Lee non c’entra nulla con tutto questo, egli ha da sempre ripudiato l’uso di qualsiasi droga, va bensì inteso come “comune”, un’unione di forze che non riguarda solo il regista ma tutta [...]
Spike Lee, il regista afroamericano di film cult come Fa' la cosa giusta, Malcolm X e La 25a ora (primo film girato a New York dopo l'11 settembre), è autore dall’ironia caustica e intelligente: il suo cinema dall’andamento altalenante, che alterna grandi successi ad altrettante clamorose rovine, è in grado di osservare come pochi altri la complessa società americana, attraversata da conflitti, contraddizioni, pregiudizi, questioni razziali e di gender. L’ultima fatica di Spike Lee, BlacKkKlansman, è stata osannata da pubblico e critica, ricevendo il Gran Prix Speciale della Giuria a Cannes 2018 e il Premio del Pubblico al Festival di [...]