Videomusica del terzo millennio. Bido e la libertà creativa del nuovo medium

Giacomo Calzoni
Antonio Bido n. 11/2019
Videomusica del terzo millennio. Bido e la libertà creativa del nuovo medium

 

È inevitabile e forse fin troppo facile pensare al lavoro di Antonio Bido nel mondo dei videoclip, concentrato per ora nel biennio 2016-2018, come a una salutare boccata d’aria fresca per un autore lontano dagli schermi da tanto, troppo tempo: come a una sorta di nuova giovinezza, o almeno come una dichiarazione di guerra nei confronti di un mercato spietato e insensibile nei confronti di chi non appartiene al sistema. Che questa sia un’interpretazione plausibile o meno della realtà, resta il fatto che il medium videomusicale, coniugato in maniera sperimentale nella forma classica del cortometraggio, si è dimostrato per Bido il terreno fertile in cui poter esercitare una libertà creativa priva di qualsiasi vincolo1. Le possibilità dettate dalle nuove tecnologie e dai moderni canali di comunicazione (tutti e tre i lavori sono disponibili gratuitamente su YouTube e Vimeo) hanno garantito quindi una visibilità immediata e forse impensabile fino a qualche tempo fa, in virtù della quale il regista ha potuto giocare fino in fondo la sua scommessa: quella, cioè, di allontanarsi dal luogo comune secondo il quale il videoclip sarebbe accostabile solamente ai generi moderni di più facile consumo, pop o rock che siano, utilizzandolo invece come strumento di trasmissione per la musica classica.

La prima di queste sperimentazioni è il cortometraggio del 2016 Mendelssohn im jüdischen Museum Berlin, in cui Bido si ispira all’omonima composizione dell’artista romantico tedesco Felix Mendelssohn suonata dal pianista Roberto Prosseda, presidente dell’Associazione Mendelssohn fondata nel 2009. Già da qui è possibile rintracciare alcune delle principali ossessioni visive e tematiche intorno alle quali sembra ruotare questa nuova fase del Bido autore: l’utilizzo dialettico del bianco e nero, la sovrimpressione delle immagini, l’attenzione particolare nei confronti del linguaggio del cinema muto e gli omaggi alla lanterna magica, che nei videoclip successivi diventerà una vera e propria cifra stilistica. Strutturato attraverso due diverse linee temporali (il passato a colori e il presente in bianco e nero, con alcune infiltrazioni di rosso), in Mendelssohn im jüdischen Museum Berlin vediamo Prosseda nel doppio ruolo di se stesso e del compositore tedesco, che troviamo sgomento nel suo studio quando dinanzi a lui si apre una finestra sul futuro, una vera e propria macchina del tempo rappresentata da uno schermo (cinematografico?) e generata dalle note musicali suonate da lui medesimo, pianista dei giorni nostri. Ma non è una visione idilliaca: davanti ai suoi occhi scorrono le immagini tetre e raccapriccianti delle persecuzioni ai danni degli ebrei e dell’Olocausto nazista (Mendelssohn  stesso era infatti di origini ebraiche), attraverso le stanze e i corridoi del Museo Ebraico di Berlino e la stele del Memoriale della Shoah2. La combinazione tra musica e immagine (il Cinema) come strumento unico e privilegiato per attraversare le epoche e la Storia, quindi: genuinamente fanciullesco (lo stupore dei bambini di fronte alle ombre in movimento sul soffitto della loro cameretta), eppure allo stesso tempo maturo e doloroso nel mettere in scena le conseguenze del Male assoluto. Un’opera costantemente giocata sul dualismo dei suoi elementi (passato/presente, colore/bianco e nero, meraviglia/orrore), che si trasforma così in una riflessione non banale sulla complessità del reale e del nostro vissuto comune.

Ancora più ambizioso e articolato è invece il secondo videoclip, Danza macabra, dove l’omonimia tra il poema sinfonico di Camille Saint-Saëns e il successivo brano di Franz Liszt con il film di Antonio Margheriti (mai coincidenza fu più opportuna) è per Bido l’occasione di rendere omaggio al cinema di genere tanto amato. Basterebbe infatti l’incipit misterioso e notturno, ambientato nel giardino di una villa in cui si reca il giovane protagonista, per richiamare alla mente atmosfere lugubri e sinistre, quasi baviane, sottolineate anche da un uso suggestivo del buio e della nebbia. Interpretato dal giovane pianista Axel Trolese, Danza macabraè il corto musicale di Bido più audace e registicamente visionario: superato l’iniziale spaesamento dovuto all’assenza di una traccia narrativa comunemente intesa (la sceneggiatura è dello stesso regista), Bido può così dare libero sfogo al proprio estro visivo, affidandosi unicamente alla narrazione tramite parallelismi e suggestioni sensoriali, flirtando con l’immaginario gotico classico senza però rinunciare a qualche concessione nei confronti di un erotismo sotteso e strisciante (Jean Rollin?). L’opera di Saint-Saëns/Liszt si trasforma così nella vicenda di un musicista circuìto dalle tre Parche (interpretate da Alessandra Cipriano, Annamaria Petrocelli e Nicoletta Nicoletti) e ritrovatosi a giocare una partita a scacchi nientemeno che con la morte (una sensuale Manuela Morabito). Ma Bido è abile nell’aggirare qualsiasi facile trappola citazionista ed evita i luoghi comuni del genere, realizzando un cortometraggio horror a tutti gli effetti in grado di coniugarsi con l’immaginario evocato dalla musica classica senza, per questo, trasformare il proprio lavoro in un clone qualsiasi di Infernodi Dario Argento (1980), che sulla carta poteva essere il referente più immediato. Al di là di qualche associazione forse fin troppo facile, come per esempio i fili rossi del destino con i quali le Parche imbrigliano il protagonista, Danza macabrarappresenta il tentativo – riuscito – di coronare al meglio l’intenzione di cui si scriveva all’inizio, ovvero quella di ripensare la forma videoclip contaminandola con linguaggi (tanto musicali, quanto cinematografici) appartenenti a un passato ormai lontano da qualsiasi moda e tendenza.

Per la sua terza (e al momento ultima) incursione in questo universo ancora tutto da sperimentare, Bido rinnova invece la collaborazione con Roberto Prosseda, impegnato stavolta in un’esecuzione per solo pianoforte della celebre Marcia funebre per una marionettadi Charles Gounod, conosciuta in tutto il mondo grazie anche alla sigla della serie televisiva Alfred Hitchcock presenta(omaggiata esplicitamente nel finale, dove la silhouette nera si ricongiunge con la linea del profilo esattamente come accadeva con quella di Hitchcock). Funeral March of a Marionette, realizzato nel 2018 in occasione dell’uscita del disco di Prosseda Gounod Piano Works, è il lavoro più conciso e diretto tra i tre affrontati in questa sede, quello in cui Bido sembra sintetizzare al meglio la sua concezione di musica trasposta in immagini: ancora una volta troviamo l’alternanza tra colore e bianco/nero – con netta predominanza di quest’ultimo – durante l’esecuzione del maestro Prosseda, capace di infondere vita a icone e marionette attraverso l’utilizzo di sovrimpressioni e dissolvenze. È il movimento stesso delle dita sul pianoforte a generare le immagini, ombre nere su uno sfondo candido e bianchissimo nel quale la protagonista è una ballerina (Serena Arco), vera e propria marionetta vivente che si muove a suon di musica: leggiadra e piena di grazia, è lei il cuore pulsante intorno al quale ruotano tutti e 6 i minuti di Funeral March of a Marionette, vitale e dinamica nonostante sia destinata a un inevitabile e tragico epilogo. Perché quando le note smettono di risuonare nell’aria, la magia finisce e il corpo ritorna a essere una semplice marionetta di legno inanimata; opera ambiziosa ma diretta nella sua semplicità, l’ennesima scommessa vinta da Antonio Bido è una riflessione sull’Arte come “morte al lavoro” e sulla sua capacità di creare il movimento (la vita) attraverso le luci e le ombre (il cinema), oltre che sul suo rapporto inestricabile con la musica.

 

Note

1 A dirla tutta, Bido aveva lambito il videoclip in forma del tutto sperimentale con Moto perpetuo, cortometraggio girato in formato 8 mm nel 1972 quando ancora il salto nel cinema commerciale era tutto da compiere. Anche in quel caso, la libertà creativa aveva spinto il regista a un’opera ardita, personale ed eccentrica.

2 Sebbene in forma profondamente diversa, Bido torna a intrecciare una propria narrazione con il tema dell’Olocausto a quasi quarant’anni da Il gatto dagli occhi di giada (1977), nel quale il racconto giallo trovava il suo movente in una vicenda legata proprio alla Shoah.

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