Il gioco dei dadi

Ioan Petru Culianu
Il paradosso romeno – Eliade, Cioran e la «giovane generazione» n. 7/2014
Il gioco dei dadi

È possibile leggere l’opera narrativa di Ioan Petru Culianu attraverso due principali registri estetici: il primo è la libera fruizione del racconto senza conoscere né l’autore né la sua produzione saggistica; il secondo è la sperimentazione dell’opera avendo presente sia l’autore (e la sua biografia) sia gli argomenti da lui trattati in veste di studioso. Se in entrambi i casi è comunque il lettore a completare l’opera mediante il proprio personale filtro interpretativo, è tuttavia probabile che, a seconda del registro scelto, il risultato sia molto diverso. Ciò dipende dal fatto che l’opera narrativa di Culianu è, per molti versi, complementare alla sua ricerca scientifica e legata anche alla sua vicenda personale. È necessario spiegare brevemente tale argomento (rimando, per maggiori approfondimenti, al mio Ioan P. Culianu e il valore conoscitivo dell’immaginazione letteraria, postfazione a Il rotolo diafano e gli ultimi racconti, Elliot, Roma 2010).

Ioan Petru Culianu ha incanalato nella propria produzione narrativa temi attinenti ai suoi interessi scientifici, non solo in ambito storico-religioso e di fenomenologia del sacro, ma anche i risultati delle sue ricerche sugli stati alterati della coscienza, sui processi cognitivi, sulla quarta dimensione, nonché le questioni inerenti alla politica romena e alle proprie vicende personali, con presagi spesso sconcertanti della propria morte prematura. Valga come esempio Sul linguaggio della creazione («Viator», Anno VII, n. 3003, pp. 19-40), racconto dal carattere premonitore pubblicato circa un mese prima del suo assassinio da una rivista d’avanguardia americana dal nome curioso, «Exquisite Corpse» (cadavere squisito), e da lui letto solo pochi giorni prima al Dharma Buns Café di Chicago.

Ad ogni modo, in quasi tutti i suoi racconti è l’io narrante a trasporre questi temi nel codice narrativo mediante l’uso dell’immaginazione, una facoltà di cui Culianu ben conosceva la natura (e lo statuto spirituale), avendola sviscerata con le indagini sulla memoria, l’eros e la magia nel Rinascimento (si veda in merito il suo Eros e magia nel Rinascimento, Bollati Boringhieri, Torino 2006). Ne Il rotolo diafano (la cui prima edizione italiana, uscita per i tipi di Jaca Book nel 1989, era intitolata La collezione di smeraldi), descrive degli episodi in cui si verifica uno stato alterato della coscienza di cui egli è soggetto e, allo stesso tempo, osservatore. Dai suoi studi, così come dai racconti, emerge un dato fondamentale: gli stati di coscienza sono associati a diversi livelli di realtà esterna, essendo quest’ultima intrecciata a quella interna ed essendo indefinibili i confini che separano il mondo esterno da quello interno. A riguardo, possiamo trovare molti esempi ne I viaggi dell’anima (Mondadori, Milano 1991), l’ultimo suo libro, dato alle stampe poco dopo il suo assassinio, avvenuto a Chicago il 21 maggio 1991. Tali argomenti hanno messo lo studioso di fronte a quesiti sulla natura della mente umana, il cui tempo e spazio sembrano differire dalla realtà esterna. Qui vediamo all’opera una sovrapposizione tra lo stato di coscienza ordinario e quello alterato: quando i due livelli s’incrociano, ne emerge un terzo, quello dell’osservatore distaccato, una sorta di testimone esterno che descrive il proprio stato al di là della convenzione del mondo. L’osservatore è colui che è cosciente di aver perso ogni identità, reciso ogni illusione di un io immortale e dissolto la propria personalità. Eppure, in tale condizione di testimone impassibile, egli continua a partecipare al “gioco” della vita così come fosse un “gioco di dadi”, fino a che – e questo è un tema che ricorre spesso nella sua narrativa – diviene l’artefice stesso della propria realtà.

Se da una parte Culianu ha approfittato della libertà offerta dall’espediente narrativo per aprire i confini della conoscenza oltre gli schemi convenzionali, dall’altra ha mantenuto, come nel Raja Yoga, lo stato dell’osservatore nei confronti del modo di operare della propria mente nei processi creativi ed esplorativi dei livelli di coscienza.

 

Roberta Moretti

 

***

 

«Chi è tutt’uno con la perdita ottiene ciò che ha perso»

(Tao-te-ching, I, XXIII)

 

Ieri sera, parlando col mio amico C., improvvisamente mi sono accorto che io, qual ero, sono morto; e anche che questo me stesso, che è morto, era pazzo. Le frasi in corsivo fanno parte di un mio vecchio studio. Poiché le ho scritte, e averlo fatto è diventato sin da allora una mia ossessione (piacevole e inquietante), è normale che io me ne serva per esprimere il mio passaggio da uno stato all’altro. Io, qual ero, sono morto. Questo me stesso, che è morto, era pazzo.

Innanzitutto, sarebbe necessaria una lunga spiegazione per potermi ricordare di quel me stesso che non sono più. Il che è difficile, quasi impossibile. Quel che credo di essere stato potrebbe essere paragonato, ad esempio, a una città ricostruita dalle fondamenta. Il corpo fisico, dicono i brahmani, cambia fino all’ultima particella in intervalli di dieci anni. Ma il corpo mentale non muta. Sono convinto che questo fatto non sia del tutto vero oppure che la mia comunicazione col Manas superiore – il corpo mentale – non sia ancora stabile. Invece, per quanto riguarda quei «campi, rifugi, grotte incalcolabili della mia memoria», come li chiama Sant’Agostino (Confessioni, 10, 17, 26), sono d’accordo ch’essi portino alla luce dettagli sorprendenti, nuove e brillanti verità, fossero anche solo strisce di fumo sporco. Secondo gli indiani, questo è il Manas inferiore, una forza che va oltrepassata. È troppo complicato spiegare subito perché io abbia definito la memoria – unitamente allo Specchio e all’Arte –, nel linguaggio che mi è più familiare, Male puro. Stavo progettando, infatti, di scrivere un libro intitolato Adversus Litteras, che avrebbe dovuto essere un’“ontologia della Figura in senso pascaliano” (Littera enim occidit…, Paulus, II Ad Cor., 3, 6), in cui si sarebbe parlato di memoria, specchio e arte. Se mai dovessi scriverlo, questo semplice ragionamento logico sarà più limpido di quanto non lo sia ora. Altrimenti, resterà un enigma, proprio perché è palese come la luce del giorno, e la luce del giorno è oscura. Forse, è proprio per questo che non spiegherò mai fino in fondo quel che voglio, genererebbe troppa confusione (ma in fondo, che importanza ha?).

Tornando a me, nonostante una vecchia professione di fede per cui Dio si trova nei dettagli (in questa forma, l’affermazione appartiene a un filosofo di cui mi sfugge il nome e mi è stata comunicata da A. S., il mio più grande amico), non oso rievocare ora certi particolari custoditi nelle «grotte della memoria». Sarebbe un Male troppo grande, benché mi spingerebbe verso l’alto. «Grande è questo potere della memoria, troppo grande, Dio mio, un santuario vasto, infinito. Chi giunse mai al suo confine?» dice Agostino (Confessioni, 10, 8, 15). Egli ha certamente ragione, poiché il vero ricordo è contraddistinto dall’intensità dell’esperienza vissuta. Spero di non annoiare troppo con queste distinzioni (ma anche questo, in fin dei conti, è privo d’importanza). Kierkegaard è stato il primo a parlare in questi termini del ricordo. I brahmani lo sapevano già da molto tempo, ritenendo che il vissuto ricordato appartenesse al Manas superiore.

Prima mi sono paragonato a una città: al compimento del mio tredicesimo anno nulla ricordavo di come fosse il mio luogo natale quando ne avevo sette, otto o dieci, tanto era cambiato. È vero, conservavo certi particolari confusi, legati non alla memoria bensì al vissuto: l’ingresso in un cinema, il controllore che grida precipitandosi dietro di me (il che mi aiuta a ricordare la stessa pellicola, con complicazioni ancora più puerili della mia tenera età di allora), l’impressione di un parco e di un ospedale (una mattinata di attesa), poi un apparecchio che misura la capacità polmonare, indicando un valore assurdamente alto per le mie dimensioni. Ma è l’impressione del parco a prevalere: vi cammino anche adesso, calzando sandali morbidi, lungo un vialetto con lastre tra le quali è cresciuta l’erba, passando sopra a casette che sembrano di vetro.

Dunque, cosa devo fare? Supererò anche questo mio potere chiamato memoria, passerò oltre per innalzarmi verso di te, o dolce luce?

Innanzitutto, devo annotare un altro particolare, molto importante. In una lettera dell’agosto 196…, un amico, infallibile nel trovare un nome alle mie esperienze vissute, mi scriveva (poco dopo esserci conosciuti): «Sei l’unico uomo che riesca a intristirmi, a mettermi in uno stato di disponibilità, io che mi ritenevo congelato da molto tempo e incapace di provare un sentimento simile». A questa persona ponevo domande senza risposta (dall’importanza incalcolabile). Io stesso ero la somma di questi quesiti. I miei sentimenti sono molto più facili da ricordare, ma non esauriscono la verità della definizione di cui sopra. Mi trovo da solo in un parco, seduto a un tavolo, alla ricerca di una donna. Ma questa esperienza (che gli indiani e i teosofi chiamano astrale) è essa stessa una domanda senza risposta. Segue un periodo che qualche demone della conservazione interiore rifiuta di lasciar riaffiorare nella mia mente (la freudiana amnesia volontaria). Le parole e le immagini di quel periodo scorrono, come spinte da tanti altri ricordi: spavento, clausura, amore, rinuncia a sé per un idolo malato, per una passione fisica. E, planando felice (e grigiastro) sopra tutto questo tempo condensato, emerge il pensiero della salvezza della morte, di una salvezza ancor più leggera della mia perdita: chiodi, funi, sonniferi, coltelli, lame, vasche d’acqua, il mare. Qualsiasi oggetto è fatto per uccidere, basta che si voglia la morte. Non mi sono potuto perdere, sacrificavo il mio spirito a un dio-femmina penoso (imperfetto). Nel primo libro del Tao-te-ching, un passo (XXIII) recita: «Chi è tutt’uno con la perdita ottiene ciò che ha perso». Mi sono concentrato tante volte su questo frammento e l’ho interpretato così: possiedi tutto se rinunci a tutto, possiedi qualcosa se rinunci a quel qualcosa. Volevo avere me stesso, ma mi offese la trivialità del dileguarsi in un essere imperfetto. Spesso mi sono detto che ciò non ha alcuna importanza; quanto più l’essere al quale ci si vota è decaduto, tanto più la perdita è autentica – e, dunque, anche il guadagno. Ho sempre capito i personaggi dei romanzi che offrono il proprio amore e loro stessi a una prostituta, nonostante la donna resti ciò che era, senza cambiare in bene. Il mio caso era molto più impuro: mi ero offerto a una creatura buona sotto il profilo delle intenzioni. Le ho arrecato distruzione, ma che importanza ha questo, ora? Ho rinunciato per sempre a darmi a qualcuno.

La mia perdita andava compiuta in solitudine.

Sono trascorsi tre giorni da queste righe; rileggendole, mi rendo conto che possiedono le virtù e i vizi di ogni tentativo troppo affrettato di spiegazione: sono vere, parziali, confuse. Io stesso sono così. Esse hanno però in più quella mancanza di concentrazione che aveva quell’essere morto (che io sono stato): sono complicate, ingarbugliate. Voglio liberarmi da quest’errore, io, il-nuovo-e-intero; voglio diventare semplice e fermo come un sasso, poiché un sasso, malgrado la sua complicata apparenza, ha un’essenza semplice e ferma (e fredda).

E vorrei un’altra cosa ancora: che queste pagine fossero più di quanto io sia, che incarnassero una mia possibilità, priva di timore (un’altra qualità del sasso). Se io sono impuro, che queste pagine siano pure, che mi possano aiutare a trasformarmi, a diventare anch’io un puro, per il quale tutte le cose sono pure.

La mia trasformazione passò per uno stato di torpore e abulia. Mi abbandonai a certe attività che odiavo, incominciando per esempio a giocare a carte e a dadi. Ciò è di un’importanza capitale. Non conosco nessun uomo incapace quanto me di giocare, di accettare nuove convenzioni. Aver iniziato a farlo rappresentava una rinuncia, che non posso definire piacevole; m’innervosiva soprattutto il desiderio di vincere. Un po’ alla volta, capii di avere davanti a me avversari umani, i quali, a loro volta, desideravano, con tutto il cuore, vincere. La comprensione – graduale, all’inizio solo un presentimento – di questo fatto fu una vera rivelazione: gli altri si trovano davanti a me e desiderano, come me, vincere a un misero gioco di carte o di dadi. Mi resi conto che spesso, bestemmiando contro la sorte, questi giocatori dicevano la verità. A me non è mai capitata una cosa del genere: anche se l’avessi fatto con convinzione, oltraggiare la sorte mi sarebbe sembrato un’ironia. Il gioco era implacabile con me, potevo innervosirmi se gli altri mi distanziavano, ma non riuscivo a prenderli sul serio. Il tentativo di razionalizzare o rivivere questi eventi potrebbe essere così riassunto: nonostante gli esiti del gioco, la mia persona resta intera, il che vuol dire che la perdita e il guadagno reali non esistono se non al di fuori di questo gioco. Gli altri giocatori manifestavano tuttavia una personalità diversa dalla mia, priva di fratture. Vivevano questo gioco e restavano fino alla fine desiderosi di vincerlo. Se la posta in gioco fosse stata importante, il perdente avrebbe potuto realmente sparire, per esempio sciogliersi nella terra o dissolversi nell’aria, e nessuno se ne sarebbe stupito. La mia posizione nei loro confronti era incompleta: mi sentivo inferiore. Avevo la certezza che non fosse il gioco a essere importante, bensì ciò che stava al di fuori della sua sfera ma, allo stesso tempo, anch’io come loro volevo vincere; nonostante questa mia consapevolezza, restavo troppo coinvolto nel gioco.

Rimasi per molto tempo nello stato di vergogna confusa tipico di ogni irrealizzato, fino a che due vie comparvero chiaramente innanzi a me: dovevo desiderare (e quindi essere: l’uomo diventa ciò che desidera) vincere in modo assoluto, dunque partecipare al gioco, oppure diventarvi completamente indifferente, di modo che la vincita o la perdita non rappresentassero più uno scopo. La prima via significava, in altre parole, diventare una personalità. Mi vennero in mente, a questo proposito, tutt’una serie di condottieri sanguinari, poi Michelangelo, Leon Battista Alberti, Machiavelli e Federico II. Giocai per un certo periodo a un gioco complicato, nel quale contavano molto i rapporti che s’instauravano con gli avversari (questo è il nome corretto dei compagni di gioco). Mi divertii applicando i principi di Machiavelli e vinsi ripetutamente, o mantenni comunque uno dei primi posti. Ripeto, mi divertivo, dimenticando che il gioco è convenzione, e col tempo la mia personalità mi sembrava sempre più una stupidaggine. Se avessi avuto anche solo il minimo dubbio – il gioco può essere convenzione, ma può anche non esserlo – la vincita sarebbe divenuta uno scopo onorevole. Ma giocare seriamente per un guadagno convenzionale era l’apice della stupidità. Avevo letto (molto tempo prima) una frase di un Nikaya, un libro indiano dal nome complicato: il primo legame che dev’essere reciso, diceva, è l’illusione di credere in una Personalità, in un Io immortale. Grazie alle mie conoscenze basilari di logica buddhista, so che l’“Io immortale” rappresenta in realtà il ricordo che i posteri conservano di certi atti (gli scritti, ecc.) di una personalità, per esempio di Michelangelo o del condottiero Sigismondo Malatesta. Mi sono deciso, cioè ho scelto d’intraprendere l’altra via: continuare a giocare diventando man mano, attraverso sforzi difficili, indifferente al gioco, attento soltanto alla mia indifferenza, per percorrere poi la tappa finale: essere indifferente nei confronti della mia stessa indifferenza.

Trascorsero tre mesi di umiliazioni; all’inizio dovetti recitare, mimare, controllare i muscoli, i nervi e le reazioni. Senza quella tappa non sarei potuto andare avanti ma, siccome non c’è nulla che io odi di più del mestiere dell’attore, tante volte ero pronto a mollare tutto.

All’inizio le prove erano, di fatto, degli inganni. Decisi che avrei pensato, mentre giocavo, a un’altra cosa, assumendo una posa impassibile, stendendo sul volto e sui movimenti una maschera silenziosa. A quel tempo giocavo a togo, un gioco con sei dadi. La mano mi tremava, facevo i conti, comunicavo il punteggio con voce metallica. Nel mentre, cercavo di pensare a un albero, a un podere dopo il raccolto e al suo odore di terra fresca, a una donna dai lunghi capelli che avevo amato. Anche i ricordi erano convenzionali, non mi allontanavano dal gioco, aiutandomi tuttavia a mantenere lo stesso un contegno da automa, gli stessi occhi di vetro con lo sguardo rivolto all’interno. Perdevo regolarmente, avendo del resto la certezza che avrei perso. E, se in precedenza non avevo mai partecipato pienamente al gioco, dando tuttavia l’impressione di farlo, ora invece, volendo spazzare via questa impressione, sentivo che ciascuna perdita mi spezzava i nervi, mi procurava dolore.

Sono poi passato alla non-attenzione, facendo in modo che non si notasse. Mi è stato più facile. Ricostruivo dalla memoria interi scenari, mi ricordavo di tutte le miserie di cui ero stato capace e mi rattristavo così profondamente che il gioco perdeva davvero d’importanza. Gli altri si accorgevano che la mia mente era altrove e dovetti porre rimedio a quell’errore perfezionando il sistema delle maschere, imprimendo ad esse voci e sorrisi. Mi sentivo come un animaletto tormentato, pronto a essere afferrato dai razziatori, pur non avendo alcuna colpa.

Superata anche questa fase, ricomposi il volto indifferente e gli occhi di vetro; pensando sempre alle cose passate, insieme all’indifferenza per il gioco ottenni anche un altro risultato, completamente diverso, di tipo interiore: la repulsione per la mia miseria, un caos di momenti (particolari) terrificanti che mi colpivano uno a uno, come un’abbondante grandinata. Quello stato durò a lungo, sapevo che non ne sarei mai uscito da solo. Una mattina mi risvegliai convalescente, scorgendo una via per andare avanti, vedendola davvero, anche se in modo parziale e confuso. L’indifferenza nei confronti del gioco stava facendo progressi, ora ero concentrato sulla via d’uscita. Avevo convenuto sul fatto che contro la mia miseria passata non potessi nulla, mentre dovevo lottare contro il futuro. Purificai i miei pensieri, i desideri e gli impulsi. Progressivamente, si andava formando innanzi a me l’immagine dell’uomo perfetto. L’errore di quella tappa fu di credere che diventare un uomo perfetto fosse innanzitutto necessario per me stesso. Mi resi invece conto che avrei potuto identificarmi con quell’uomo soltanto rinunciando al desiderio dell’identità. Ciò che farò, mi dissi, non deve essere compiuto in vista di uno scopo, ma deve essere buono in sé: il più difficile degli ostacoli, che dovetti affrontare aspettando. Dormivo molto, giravo per le strade di notte, evitando gli uomini, mi assaliva il terrore che avrei potuto fare del male agli animali o alle cose. A dadi giocavo sempre più di rado, con un’indifferenza crescente, commettendo talvolta un errore di cui mi liberai faticosamente: il desiderio di perdere.

La prima volta che mantenni un atteggiamento pienamente indifferente durante il gioco successe quasi per caso. Non sapevo nulla di quel gioco. L’avevo affrontato correttamente, sebbene quasi assonnato, senza noia, senza dolore. Ero affrancato contemplando dall’esterno il mio corpo ritto, la mano che agitava i dadi nel bicchiere, i cubi bianchi con i punti che si disperdevano sul tavolo. Comunicavo meccanicamente i risultati, non so nemmeno se perdetti o vinsi, tuttora non so nulla di quel gioco. Il giorno seguente incontrai un amico e una donna. Ebbi nei loro confronti lo stesso comportamento automatico: ne distinguevo la statura, il volto, la pettinatura e il modo di parlare, ma la mia memoria era quieta, come un lago trasparente e calmo situato in un territorio al riparo dai venti. Avevo nutrito odio nei confronti del mio amico? Avevo desiderato la donna? Tutto questo poteva essere vero, così come avrebbe potuto esserlo qualsiasi altra cosa, ma adesso volevo bene a tutti e due e anche alla mosca che si era posata, stanca, sulla mia fronte, piena del sudore estivo. Uomini, cani e oggetti, tutti si perdevano in un’unica sostanza, immateriale.

Nel pomeriggio partecipai a un gioco più semplice, con solo due dadi. In realtà, l’inizio fu diverso: giocavo senza sapere di farlo, i miei occhi non incontravano all’esterno che notte e silenzio. Quella notte, mentre scuotevo insensibilmente i dadi (senza avere di mira qualcosa nel gioco, come la vincita o la perdita, la morte o l’oblio), lampeggiarono dei numeri: cinque-due. I dadi caddero, indicando cinque-due. Con la stessa indifferenza mi accorsi che i numeri obbedivano al mio desiderio: tre-quattro, sei-due, tre-tre. E così via, all’infinito, secondo ogni combinazione immaginabile. Tra i dadi, gli oggetti e gli uomini non esiste differenza alcuna. Abbandonando il desiderio di vincere, ho ottenuto il potere illimitato di ordinare tutto secondo i miei pensieri. Quel che non so con certezza è se questi pensieri siano arbitrari e di supporto alla formazione delle combinazioni del mondo oppure se siano soltanto una forma di profezia di ciò che avverrà. Per esempio, posso chiamare a me un uomo e lui verrà immediatamente – eppure, non so se lui non stesse già progettando di venire, cosa che il mio pensiero ha solo intravisto. Non saprò mai la verità, perché sono consapevole che perderò subito questa proprietà non appena cercherò di applicarla al servizio mio o di un’idea qualsiasi. Il che può comunque ancora accadere: sono tuttora un uomo, quindi corruttibile.

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