Gustav Meyrink, «L’Angelo della finestra d’Occidente»

Rita Catania Marrone
H.P. Lovecraft – Filosofia, creature, misteri e sogni del demiurgo di Providence n. 0/2011
Gustav Meyrink, «L’Angelo della finestra d’Occidente»

Ermete Trismegisto – quel personaggio mitico che fu creduto per più di un secolo il reale autore del Corpus Hermeticum – insegna che, ad un livello superiore di conoscenza, non può esistere morte alcuna: nonostante la materia si decomponga, la forma permane al di là di ogni contingenza. In questo modo, l’essenza si mantiene inalterata, trascendendo metafisicamente tempo e spazio. Se il corpo si decompone tornando nel flusso della vita ad alimentare la natura – nulla, infatti, viene distrutto definitivamente – l’anima prende il posto che le è più proprio reincarnandosi in altra forma. Gustav Meyrink, studioso di esoterismo e scienze occulte (1), si rifà, ne L’angelo della finestra d’Occidente (traduzione di D. Sassi e G. Drago, Adelphi, Milano 2005) a tale idea di reincarnazione: in queste pagine sarà l’anima del noto alchimista rinascimentale John Dee a compiere il suo viaggio, attraverso le generazioni, per reincarnarsi nel corpo del barone Müller, l’ultimo rampollo della dinastia Hywel Dda. La vicenda ha inizio con il ritrovamento da parte del barone, protagonista del romanzo, dei diari di John Dee, ricevuti in eredità dal cugino John Roger, morto prematuramente in circostanze misteriose. I documenti di cui egli entra in possesso constano di alcuni vecchi fogli ingialliti e di due piccoli libretti quasi totalmente distrutti, probabilmente a seguito di un tentativo volontario di arderli. Mosso da una volontà che non sembra appartenergli del tutto, posseduto da un istinto di conservazione verso quei vecchi diari, il barone inizia automaticamente a ricopiarli pagina per pagina, sottraendo alla tirannia del tempo la storia della vita dell’avo, prima che cada definitivamente nell’oblio. L’esistenza spirituale di Dee si innesta, parola dopo parola, nell’anima del diretto discendente, il quale dovrà ridestare la sua memoria prenatale al fine di compiere quell’opera che John Dee non era riuscito, nel breve spazio di un’esistenza mortale, a portare a termine.

Quando il barone Müller riceve in eredità dal cugino i diari dell’avo, ancora non sa che il Destino ha tessuto un invisibile filo che ha il compito di raggiungere proprio lui, affi nché il processo alchemico iniziato dal suo predecessore possa essere completato. Sotto gli occhi del barone, fra le pagine di diario, prendono vita i misteriosi personaggi incontrati dall’avo: lo stregone Barlett Green, a capo della banda di ribelli eretici, anticlericali e dissacranti chiamata Ravenheads, il misterioso mercante moscovita Mascee e la seducente e diabolica dea Isais la Nera, venerata dallo stregone Green al quale ella ha donato la “Scarpa d’Argento”, calzatura magica che rende immortale chi la possiede. Alle trame della fi nzione narrativa intessute dall’autore si accostano anche personaggi storici con i quali l’alchimista Dee intrecciò profondi rapporti, fra i quali la regina Elisabetta I d’Inghilterra e l’imperatore – noto per la sua passione per le scienze occulte – Rodolfo II d’Asburgo, presso la corte del quale trovarono rifugio famosi maghi, astrologi e alchimisti, fra i quali vale la pena ricordare il filosofo Giordano Bruno. Meyrink intreccia abilmente i fili della finzione narrativa con quelli della biografi a di John Dee, mettendo inoltre in luce l’importanza fondamentale che ebbe l’incontro con Edward Kelley, futuro assistente nonché maestro di Dee durante le sue evocazioni spiritiche. Queste ultime, come è noto, provocarono l’ira dei contadini inglesi la cui terra confinava con la proprietà di Dee: credendo che la magia demoniaca praticata dai due stregoni avrebbe, a lungo andare, scatenato la vendetta di Dio su di essi, bruciarono e rasero al suolo il castello di proprietà dei Dee, mentre quest’ultimo dimorava temporaneamente a Praga, presso Rodolfo II. Meyrink ricama attorno a queste vicende realmente accadute la trama del suo romanzo, immaginando che le sedute magiche dei due alchimisti fossero atte ad evocare proprio l’Angelo della finestra d’Occidente, colui che avrebbe dovuto rivelare loro la via verso la trasmutazione dell’oro alchemico. Tuttavia, in una cieca ricerca di ricchezza materiale, Dee e Kelley non si accorgono che la creatura evocata non è un angelo bensì un demone creato proprio da quella loro stessa brama di potere, la quale li porterà sull’orlo della disfatta. Se i due, inizialmente, sono mossi dalla convinzione che “l’uomo è sulla terra l’essere supremo e le forze dell’inferno gli sono soggette” (2), dovranno ben presto ricredersi per non precipitare nell’abisso della dannazione dalla quale non vi è possibilità di redenzione alcuna. In tutto ciò, il barone Müller non è spettatore passivo degli eventi narrati dai vecchi fogli di diario. La sua vicenda corre, per qualche pagina, parallela a quella dell’avo, finché anche i personaggi che egli incontra sul suo cammino non si riveleranno essere, a loro volta, incarnazioni degli alleati e dei nemici dello stesso Dee: così Lipotin, antiquario, mercante e collezionista di preziosi ed antichi oggetti esotici dal passato sconosciuto, diventerà controparte di Mascee, mentre l’affascinante Assja Chotokalungin, misteriosa principessa russa fuggita dalla rivoluzione bolscevica, rappresenterà l’involucro terrestre dell’immortale dea Isais la Nera. Completato il processo di identificazione fra il barone Müller e John Dee, i confini fra i due dilegueranno, lasciando spazio ad un unico personaggio, fusione e sintesi dei due. Significativamente, la narrazione delle vicende di Dee slitta alla prima persona singolare: una volta terminate le pagine di diario, saranno delle allucinazioni visive a guidare il barone Müller proprio nel cuore della storia dell’avo, permettendogli di ri-vivere direttamente ogni fatto accaduto presso la corte di Rodolfo II. L’individuazione del Barone nel suo progenitore è compiuta definitivamente. In questo modo, scoprendo tutte le carte sul tavolo da gioco, ogni personaggio tornerà al suo posto originario e si reingaggerà la battaglia apertasi tre secoli prima: Dee/Müller dovrà sconfiggere definitivamente la terribile Isais, perché le nozze chimiche con la Regina Elisabetta, interrotte a causa dell’inadeguata maturità intellettuale dell’alchimista, possano finalmente avere luogo…L’attento lettore – al quale, d’altronde, non sarà dato di certo il tempo di annoiarsi fra una pagina e l’altra – grattando via la superficie romanzesca e puramente narrativa – invero, piuttosto avvincente – del libro, non potrà non intravedere che le vicende raccontate da Meyrink simboleggiano il cammino che l’alchimista deve percorrere per raggiungere la tanto agognata meta: l’Opus. La trasmutazione dei metalli non va intesa esclusivamente come processo meramente materiale ma, innanzitutto, come distillazione spirituale: l’alchimista deve saper compiere questa trasmutazione dentro di sé, ad un livello profondamente interiore, riconoscendo e sconfiggendo la propria Ombra. Solo in questo modo egli potrà comprendere che l’oro filosofico prodotto attraverso le tre fasi della nigredo, albedo e rubedo, non è il vile e comune oro della plebe ma il dono divino della Vera Conoscenza, sotto il segno della quale per l’alchimista è possibile “sciogliere ciò che è legato. Congiungere ciò che è separato attraverso l’amore. L’amore vinto dall’odio. L’odio vinto dalla rappresentazione. La rappresentazione vinta dal sapere. Il sapere vinto dal non-sapere-più: questa è la Pietra del vuoto adamantino” (p. 426). G. Meyrink, L’Angelo della finestra d’Occidente, traduzione di D. Sassi e G. Drago, Adelphi, Milano, 2005, 458 pp., 16,00 euro.

 

(1) Gustav Meyer (1868-1932) – solo in età avanzata egli cambierà il suo cognome in Meyrink, pseudonimo con il quale già da tempo firmava i suoi scritti – approcciò lo studio delle scienze occulte nel 1981 e lo portò avanti sino alla fine dei suoi giorni, terminati in un isolamento pressoché totale presso la sua dimora sulla riva del lago di Starnberg. Si interessò inizialmente di teosofia – entrò, infatti, a far parte della società teosofica “Easter School”, a capo della quale si trovava, a quei tempi, Annie Besant – e pratiche yoga – nel corso della sua vita si convertì anche al buddhismo – proseguendo poi con lo studio della Kabbala e dell’alchimia. Fra il 1891 e il 1896 fece parte di diverse organizzazioni segrete di stampo rosacrociano, fra le quali possiamo annoverare con certezza la “Loggia della stella blu”, la “Societas Rosacruciana in Anglia” e l’“Ordine degli Illuminati”.

(2) G. Meyrink, Coagulo, in La Morte Viola, traduzione di A. M. Baiocco, con un saggio di G. de Turris, Reverdito Editore, Trento, 1988, p. 146.

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