8 donne e un mistero. On connaît la chanson

Marzia Gandolfi
François Ozon n. 2/2016
8 donne e un mistero.  On connaît la chanson

Chi ha ucciso Marcel? La questione risuona dentro una grande casa borghese isolata dalla neve che non smette di cadere e dentro un décor marcato che non prevede un solo uomo in campo. Madre, moglie, cognata, sorella, figlie e cameriere del defunto si interrogano, si sospettano, si dichiarano, si rivelano in una partita che François Ozon ha stabilito e apparecchiato con tutti i suoi accessori soltanto per stravolgerla. Come in ogni film di Ozon il piacere deriva dalla sua insolenza, dalla volontà di produrre un rumore nell’ingranaggio, di moltiplicare le combinazioni, di esplorare tutte le possibilità e di spingere la macchina fino a ingolfarla e se è necessario a romperla. Perché Ozon, le règles du jeu, le aggira e le imbroglia invece di seguirle. E lì risiede il suo talento. Coro feroce di astuzie, vendette e disfunzioni femminili, 8 donne e un mistero è un gioco da tavola, un gioco al massacro, un intrigo poliziesco, uno psicodramma familiare, una radiografia malinconica delle passioni femminili, una commedia musicale, un ritratto (ir)riverente di grandi attrici francesi.

Regista di signore come George Cukor, François Ozon sogna di dirigere il remake di Donne (1939) ma un problema di diritti lo costringe a ripiegare sulla pièce di Robert Thomas (Huit femmes), che trasforma in un serraglio artificiale dove gli uomini, motore di ogni discorso, forse non esistono nemmeno. Del film di Cukor conserva e reinterpreta i titoli di testa, che accostano per dissolvenza a un animale un cast tutto femminile. Ozon, più cortese, “offre” a ciascuna delle sue attrici un fiore che esemplifichi precocemente la psicologia del loro personaggio. Oggetto di critiche, l’impianto narrativo della commedia gialla si presta all’interpretazione misogina (le donne sono davvero lo scatenato e poco sopportabile bestiario illustrato in un interno?), femminista (il catalogo sciorinato è il risultato di una soggiacente struttura di potere maschile che determina i comportamenti femminili e si arroga il diritto di rappresentarli), camp (quel florilegio «sono le donne che non siamo ma che sapremmo essere così bene»).

All’incrocio tra le letture, 8 donne e un mistero si attesta coltivando una crudeltà sorniona e una piccola dose di perversità. Saturo di dive, volti, voci, abiti magnifici o impossibili, accumula riferimenti e attrazioni e non si fa mancare nemmeno l’effetto karaoke, rubato ad Alain Resnais. A ciascuna a turno la sua canzone, le otto protagoniste interrompono il corso dell’azione e interpretano un numero preso in prestito dal varietà francese. Otto intermezzi musicali in cui qualcosa di intimo si rivela. Il mistero della presenza, quella del personaggio e quello dell’attrice, si lascia guardare senza farsi spiegare, perché il cinema può risolvere l’enigma (chi ha ucciso Marcel?) ma sfuggire l’essenza. Quando le voci azzardano il canto, quando i corpi si sciolgono nella coreografia, quando le attrici declinano il soccorso alla sceneggiatura, lì da qualche parte accade la verità e si ficca nel cuore potente della finzione e di un dispositivo che rivendica apertamente la teatralità senza tuttavia assumerla pienamente. Perché Ozon sembra voler donare al film una profondità e una sincerità che stonano con il clima artificiale e velenoso che canzone dopo canzone si è imposto. Divertissement cinefilo, 8 donne e un mistero evoca Alfred Hitchcock, Luis Buñuel, il mélo di Douglas Sirk, gli ultimi film di François Truffaut. Ma Ozon non ha lo sguardo profondamente innamorato di L’uomo che amava le donne (1977), né l’attrazione profonda per le ferite della passione che rivelavano La donna che visse due volte (1954) o Lo specchio della vita (1959). Le spose sono sicuramente in nero ma troppo belle per essere vere. Nondimeno il film intriga, elettrizza e accende come una giornata di sole. Dopo la grazia fredda di Sotto la sabbia, l’autore francese fugge i sentimenti e il reale ripiegando sul film corale e il salotto borghese, recuperando la vena iconoclasta di Sitcom o Gocce d’acqua su pietre roventi. Per l’occasione incontra e armonizza davanti alla macchina da presa un cast prestigioso che, da Danielle Darrieux a Ludivine Sagnier, rappresenta più generazioni di attrici e più generazioni di cinema. Accomodate in un universo che evoca quello di Agatha Christie e abbigliate secondo la moda degli anni Cinquanta – abiti couture, gonne a campana sotto il ginocchio, corpini attillati per risaltare la femminilità senza svenderla – il regista invita le sue protagoniste a enfatizzare lo charme e a esagerare il typage, il carattere del loro personaggio e le convenzioni dell’intrigo. Appare subito evidente che il principale interesse del film non è quello di rivelare l’assassina di Marcel, l’invisibile “capofamiglia”, ma di partecipare ai confronti verbali, qualche volta addirittura fisici, a cui si abbandonano le otto dame. Ozon offre alle sue dive una gamma di colori per esaltarne lo splendore e per giocare con la loro immagine: la borghese sofisticata (Catherine Deneuve), l’amante consumata (Fanny Ardant), la vecchia signora fascinosa (Danielle Darrieux), la domestica smorfiosa (Emmanuelle Béart), la cuoca devota (Firmine Richard), la liceale sfacciata (Ludivine Sagnier), la jeune fille dalla facciata irreprensibile che si incrina poco a poco (Virginie Ledoyen), la zitella ipocondriaca che non ama leggere (Isabelle Huppert). Quest’ultima, interpretata da un’attrice sulfurea e impiegata in contropiede, produce una claustrofobia sovraeccitata e uno scarto tra le scenografie impeccabili e il corpo sghembo. Diversamente l’impulso di Ozon conduce Deneuve e Ardant a rispolverare il potenziale erotico e a sfoderare le unghie, naturalmente smaltate rosso giungla. Colore che certifica l’approdo a una femminilità aggressiva, fatale e senza scrupoli. Almeno quella incarnata dalle due luminose dive francesi, che invocano il fantasma di Truffaut con una celebre replica («È una gioia e una sofferenza») ribadita in due dei suoi film (La mia droga si chiama Julie [1969], L’ultimo metrò [1980]). Mentre il ricordo del regista scivola tra la Deneuve e l’Ardant, Ozon aggiunge allo stato di assedio familiare l’emozione cinefila, pescando a piene mani tutto quello che decifra e misura le sue fissazioni, rendendo omaggio alle piccole cose che insieme fanno il cinema.

Elettrone libero il cui moto h da generato una filmografia sospesa tra centro e margine, dispositivo e ritratto, artificio e natura, Ozon trova il suo equilibrio nella distanza che separa le due lenti, fa esercizio di stile e conferma la medesima ossessione: il desiderio. Un sentimento intenso che tracima da ogni fotogramma malgrado i codici imposti e le dighe edificate.

 

 

[Vai all'indice]

Scarica il pdf

Ultime uscite

François Ozon

François Ozon

Inland n. 2/2016
Il secondo numero di INLAND è il primo volume dedicato in Italia a François Ozon. Regista tra i generi, firma sfuggente all’etichetta d’autore, nei suoi film Ozon fa riverberare echi [...]
Fiume Diciannove - Il Fuoco sacro della Città di Vita
1919-2019. Un secolo fa Gabriele d’Annunzio entrava in Fiume d’Italia, dando vita a quella che sarebbe stata una rivoluzione durata cinquecento giorni. Un’atmosfera febbricitante e festosa, ma anzitutto sacra, qui [...]
Aldo Lado

Aldo Lado

Inland n. 9/2019
Quello che stringete tra le mani è il numero più complesso, stratificato, polisemantico del nostro – vostro – INLAND. Quaderni di cinema. Lo è innanzitutto grazie al parco autori, mai [...]
Dylan Dog - Nostro orrore quotidiano
Detective dell’Occulto, Indagatore dell’Incubo, Esploratore di Pluriversi: come definire altrimenti Dylan Dog, dal 1986 residente al n. 7 della londinese Craven Road? Le sue avventure – che affrontano tutti gli [...]
Dino Buzzati - Nostro fantastico quotidiano
Vi sono autori, come disse una volta Conan Doyle, che «hanno varcato una porta magica». Tra questi spicca Dino Buzzati, che ha condotto il fantastico nel cuore pulsante della materia. [...]
William Lustig

William Lustig

Inland n. 13/2020
Gennaio 2015, riunone di redazione: si discute a proposito della nascita di INLAND. Quaderni di cinema. A chi dedicare i primi tre numeri? Idee tante, unanimità poca. Restano quattro progetti, [...]
Jorge Luis Borges - Il Bibliotecario di Babele
Jorge Luis Borges è un autore oceanico, un crocevia di esperienze, storie, civiltà e piani dell’essere, un caleido­scopio nel quale il passato si fa futuro e il futuro si rispecchia [...]
Antonio Bido

Antonio Bido

Inland n. 11/2019
Girata la boa del decimo numero, INLAND. Quaderni di cinema compie altri due significativi passi in avanti. Innanzitutto ottiene il passaporto. A rilasciarlo è stato il Paradies Film Festival di Jena [...]
Carlo & Enrico Vanzina

Carlo & Enrico Vanzina

Inland n. 7/2018
INLAND. Quaderni di cinema numero #7 nasce nell’ormai lontano dicembre 2017, in un bar di Milano dove, di fronte al sottoscritto, siede Rocco Moccagatta, firma di punta di tutto quel [...]
Lav Diaz

Lav Diaz

Inland n. 3/2017
È da tempo che noi di INLAND pensiamo a una monografia dedicata a Lav Diaz. Doveva essere il numero #1, l’avevamo poi annunciato come #2, l’abbiamo rimandato in entrambe le [...]
Lune d'Acciaio - I miti della fantascienza
Considerata da un punto di vista non solo letterario, la fantascienza può assumere oggi la funzione un tempo ricoperta dai miti. I viaggi nello spazio profondo, le avventure in galassie [...]
Rob Zombie

Rob Zombie

Inland n. 1/2015
Con la parola inland si intende letteralmente ciò che è all’interno. Nel suo capolavoro INLAND EMPIRE, David Lynch ha esteso la semantica terminologica a una dimensione più concettuale, espansa e [...]
Pupi Avati

Pupi Avati

Inland n. 10/2019
Numero #10. Stiamo diventando grandi. Era da tempo che pensavamo a come festeggiare adeguatamente questa ricorrenza tonda, questo traguardo tagliato in un crescendo di sperimentazioni editoriali, collaborazioni, pubblicazioni sempre più [...]
Sergio Martino

Sergio Martino

Inland n. 5/2017
Giunto al quinto numero, INLAND. Quaderni di cinema affronta uno snodo cruciale, fatto di significative ed emblematiche svolte che segnano uno scarto, un’apertura rispetto alla precedente linea editoriale. Innanzitutto la scelta del [...]
Carlo Verdone

Carlo Verdone

Inland n. 12/2019
"Vi ho chiesto di mettere la mia moto Honda Nighthawk in copertina perché su quella moto c'è passato il cinema italiano. Su quella moto io sono andato e tornato da [...]
Rob Zombie Reloaded

Rob Zombie Reloaded

Inland n. 8/2019
Giunto all’ottavo fascicolo, INLAND. Quaderni di cinema riavvolge per un attimo la pellicola della sua breve ma significativa storia, tornando a percorrere i passi compiuti nel 2015 quando aveva aperto [...]
America! America? - Sguardi sull'Impero antimoderno
L’impero statunitense ha sempre generato nella cultura italiana reazioni contrastanti, che spaziano da un’esaltazione semi-isterica a una condanna a priori, altrettanto paranoica. Sembra sia pressoché impossibile, per chi si confronta [...]
Walt Disney - Il mago di Hollywood
«Credo che dopo una tempesta venga l’arcobaleno: che la tempesta sia il prezzo dell’arcobaleno. La gente ha bisogno dell’arcobaleno e ne ho bisogno anch’io, e perciò glielo do». Solo un [...]
4-4-2 - Calciatori, tifosi, uomini
Nel calcio s’intrecciano oggi le linee di forza del nostro tempo; talvolta vi si palesano le sue fratture, i suoi non-detti. Ecco perché il quattordicesimo fascicolo di «Antarès» è dedicato [...]
Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding Refn

Inland n. 4/2017
Perché Nicolas Winding Refn? La risposta è semplice: perché, piaccia o no, è un autore che, più di altri, oggi ha qualcosa da dire. Sebbene sempre più distante dalle logiche [...]
Michele Soavi

Michele Soavi

Inland n. 6/2018
Il nuovo corso di INLAND. Quaderni di cinema, inaugurato dal numero #5, dedicato a Sergio Martino, è contraddistinto da aperture al cinema italiano, al passato, a trattazioni che possano anche [...]

Ultimi post dal blog

Scrivere le tv, dentro i segreti del mestiere. È indubbio che gli showrunner siano i demiurghi del nostro immaginario. Basti pensare, solo per citarne alcuni, a David Benioff, Ryan Murphy o Shonda Rhimes, nomi che rinviano a serie tv come Il trono di spade, American Horror Stories e Le regole del delitto perfetto. Non sono in tanti però a conoscere quale sia il loro ruolo effettivo nell'ambito della colossale industria multimediale americana. Interrogativo cui tenta di rispondere il foggiano Umberto Mentana, autore di saggistica cinematografica, sceneggiatore di fumetti e corti indipendenti, con questo suo Chi vuol essere showrunner?, un agile libretto in cui ha raccolto i [...]
La Collana dei Fotogrammi Bietti è una delle iniziative editoriali a cui, in redazione, teniamo particolarmente. Brevi e agili saggi monografici per entrare direttamente dentro il mondo di un/una regista e diversi mestieri cinematografici. Questa volta proviamo a mettere insieme due volumi separati, il quattordicesimo e il quindicesimo, che però nascono da una complementarità di fondo dei loro protagonisti. Parliamo ovviamente di Greta Gerwig e Noah Baumbach, coppia d’oro del cinema indipendente e poi hollywoodiano, nel lavoro e nella vita. Greta Gerwig. Lo sguardo nuovo del cinema femminile – Cecilia Strazza Cecilia Strazza dedica il Fotogramma 14 a Greta Gerwig come simbolo di [...]