Vieni via con me

Simona Vassetti
Charles Bukowski – Tutti dicevano che era un bastardo n. 11/2016
Vieni via con me

Ho sempre questa mania. Dopo una sbronza e una scopata, chiedo: «Che ore sono?».

Quella mattina, era mercoledì, la rossa avviluppata tra le coperte puzzolenti del motel non mi rispose, costringendomi ad alzarmi.

Dormiva ancora – per la verità, russava a bocca aperta – e non mi sembrava più tanto sexy, come la sera precedente al bar. Tra le luci soffuse e l’alcol ingurgitato non m’ero nemmeno accorto che fosse rossa.

Non le preferisco alle altre.

Mi alzai dal letto completamente nudo, ciondolai fino alla scrivania per controllare l’orario sul cellulare. Era tardi, e questo mi fece incazzare.

Non avevo nemmeno il tempo di un caffè, se volevo arrivare in tempo alla lezione di psicologia per gli sbarbati del primo anno. Andai a pisciare e mi lavai la faccia, bevvi qualche sorso d’acqua direttamente dal rubinetto del lavabo. Fu allora che mi resi conto dell’arsura che avevo in gola.

La sera prima m’ero preso una sbronza, come quasi tutte le sere, del resto; chiacchieravo con i soliti amici al bar di Frankie: Nick il ferroviere, James il netturbino e un altro paio di camionisti di passaggio. Ieri, poi, c’era anche Conrad, il giovane poliziotto. Distrattamente avevo incrociato lo sguardo di questa donna, Maggie o Peggy o come cazzo si chiamava, che mi aveva chiesto da accendere, mostrando più la scollatura che la sigaretta. Non m’ha mollato nemmeno per un minuto. Ha seguito la nostra consueta partita a freccette, tifando senza motivo per me; si è fatta offrire qualche birra e ha cominciato a titillarmi i peli del braccio con le lunghe unghie laccate. Poi mi ha sussurrato all’orecchio che aveva voglia di regalarmi un pompino, manco avessi vinto io. In ogni caso, non ci avrei mai rinunciato, nemmeno se fossi stato sobrio e avessi notato che era rossa.

Le lasciai un biglietto affettuoso e me ne andai; c’era la corriera per tornare in città, non potevo arrivare tardi a scuola.

 

La lezione scivolò come una pinta di birra in gola, i ragazzi erano interessati alla materia – del resto, la psicologia riguarda tutti. Qualcuno mi chiese qualche lettura di approfondimento, ma avevo fame e sete, e fui abbastanza sgarbato, rimandando alla prossima lezione tutte le informazioni.

Quando riuscii a mettere un panino tra i denti, erano già le tre di un pomeriggio afoso. Conrad m’aveva dato appuntamento da Frankie per le sette, mentre la rossa, firmandosi Maggie e togliendo così ogni dubbio sul suo nome, m’aveva inviato un sms in cui mi chiedeva se gradivo il bis.

Un altro pompino gratis, o al massimo un paio di birre. Sapeva dove trovarmi, di sicuro avevo detto qualcosa di troppo mentre la scopavo, perché sono di una generosità incredibile, che a volte mi crea disagio.

Stavo mangiando un hamburger al sangue con Conrad, che mi chiedeva proprio della rossa (lui impazziva per quelle dal pelo fulvo), quando Maggie entrò nel bar.

Il locale era vuoto e lei – come me, del resto – indossava ancora gli abiti del giorno prima. Dedussi che avesse dormito tutto il giorno (al motel non fanno storie ai clienti abituali); aveva il viso riposato, benché non potesse nascondere le rughe dei suoi quarant’anni o giù di lì.

Ricordai che aveva accennato a un ex marito e un figlio maggiorenne che abitava in Florida; a guardarla bene, sembrava anche più vecchia dei quaranta, ma aveva ancora un corpo sodo e ci sapeva fare.

Si fece offrire la cena; non riuscii a essere scortese, ma questa sua sollecitudine mi metteva ansia.

Le dissi che non volevo legami, doveva essere chiaro. Mai desiderato mogli né figli. Solo donne di passaggio, amici, bevute. E tifavo per i Chicago Bears.

 

Quel giovedì vedemmo tutti insieme la partita, e poi finii di nuovo a letto con lei. Dopo una maratona di un’oretta – un record per tutto l’alcol che m’ero scolato – ci addormentammo abbracciati. All’alba, mi liberai delle sue braccia sudate e le chiesi: «Che ore sono?».

Non tollerai che continuasse a russare e la scossi, urlando il suo nome: «Maggie, svegliati. Devo andare a lezione, se ti muovi ti do uno strappo in centro».

Si voltò dall’altra parte, sussurrando un rauco vaffanculo.

Feci la doccia, mi vestii e questa volta la lasciai dormire, senza nemmeno scriverle un biglietto di commiato.

M’aveva fatto incazzare. Scesi al bar, bevvi un caffè, mi misi in auto e arrivai direttamente a scuola. Non ricordavo a che punto del programma fossi arrivato: non essendo passato da casa, avrei dovuto improvvisare.

I ragazzi m’avrebbero tormentato di domande per il compito d’inizio settimana, dovevo procurarmi le dispense. Entrai in segreteria e mi misi al computer; sapevo dove cercare: le due ore di lezione le avrei trascorse suggerendo loro testi ulteriori. Avrei potuto tenerli a bada con qualche interrogazione a sorpresa, tirando a fine lezione.

 

Il messaggio di Maggie arrivò, puntuale, dopo pranzo: mi avrebbe rivisto con piacere, doveva farsi perdonare per non avermi salutato la mattina.

Quando arrivò da Frankie, indossava una camicia country aperta sulle sue grosse tette, i jeans attillati, i capelli raccolti in una coda che le scopriva il viso ovale. Non pareva nemmeno più tanto rossa in quell’ambiente, anzi, sembrava davvero carina. Peccato: avevo deciso che quella sera l’avrei mollata. Sentivo che si stava legando a me, e non ero tipo da relazioni.

«Senti Maggie, volevo dirti di non affezionarti, sono un bastardo.» Bastò questa semplice frase per veder tramutare il suo sguardo ricco di promesse in uno addolorato; temetti che il pianto potesse sciogliere il trucco e rendermela uguale al muso di un panda. Ma si ricompose.

«Cosa credi, conosco gli uomini come te, c’ho fatto un figlio venticinque anni fa con un tipo simile. Ma tu hai uno sguardo buono. Lo so riconoscere» mi disse.

Non ero un benefattore, solo uno scapolo cinquantenne che non aveva voluto mettere su famiglia. Maggie capiva che trascorrevo le notti nell’oblio e il giorno dopo cercavo quasi d’esorcizzarle, che avevo una casa ma portavo le donne a scopare in un motel fuori città? Possibile che le avessi fatto una buona impressione nonostante bevessi come una spugna e l’avessi adescata per un pompino?

Le donne sono delle sognatrici, il più delle volte sperano che un uomo possa cambiare solo dopo una scopata. Restano ingenue per tutta la vita.

«Maggie, credo d’esser stato sincero. Pensavo che entrambi non volessimo niente più di questo. Ma perché hai scelto me? Conrad sbava per te, è pure più giovane.»

Mi guardò con dolcezza, poi mi sorrise: «Grazie, ma potrei essere sua sorella maggiore. Tu sei diverso, ne sono certa».

Sentii il suo sguardo caldo su di me, per un tempo brevissimo, l’attimo di una boccata di fumo. Disse: «Perché non vieni via con me? Avrai pensato che voglio farmi mantenere, per ogni scopata una cena, una notte pagata, ma non è così. L’altra sera ero entrata casualmente in questo bar per farmi un’ultima bevuta e ti ho visto. Anche tu m’hai guardata, ed è stato proprio il tuo sguardo a farmi restare. Sei una brava persona, non più bastardo di altri. Sei un professore, davvero vuoi passare il resto della vita tra scuola, bar e motel? Puoi pretendere molto di più da te stesso».

Mi stava psicanalizzando, chi cazzo era per farmi la paternale? A me stava bene la mia vita, cosa diavolo aveva visto nel mio sguardo che nemmeno io coglievo?

Non riuscì a convincermi nemmeno durante la cena, che volle offrirmi. Mi disse che sarebbe partita l’indomani: probabilmente raggiungeva il figlio in Florida.

Mi baciò davanti a tutti e mi strinse forte; provai dei brividi dietro la schiena e mi venne un’erezione.

Chissà poi cosa faceva nella vita, Maggie: non avevo mai pensato di chiederglielo, era una curiosità che avrei voluto soddisfare.

Peccato – pensai, quando uscì dal locale – non avevo avuto nemmeno un pompino d’addio.

Poi mi chiamò James, per una partita a freccette.

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