Andrea G. Pinketts: Bukowski, l’uomo dalla molletta facile

Andrea G. Pinketts & Andrea Scarabelli
Charles Bukowski – Tutti dicevano che era un bastardo n. 11/2016
Andrea G. Pinketts: Bukowski, l’uomo dalla molletta facile

Le Trottoir, darsena, serata tardo-estiva. Chi conosce Milano non può che associare il nome di questo locale (storicamente situato in zona Garibaldi, poi in piazza XXIV Maggio) ad un altro, quello di Andrea G. Pinketts. Scrittore «cannibale» classe 1961, con il suo noir ha cantato una città, vista nei suoi aspetti meno visibili, celati da quelle pubblicità luminose che ormai infestano l’immaginario contemporaneo. Una Milano bukowskiana è quella di Pinketts, che ha conosciuto i libri del vecchio Hank e non li ha più lasciati. Lo troviamo seduto proprio ai tavoli del Trottoir, ultimo tra i Mohicani persi nell’andirivieni della movida, che a questa trasformazione antropologica non si sono mai rassegnati. Come Bukowski, del resto, spesso definito outsider, ai margini, testimone di un secondo volto della realtà e cantore dell’ambiguità del sogno a stelle e strisce. Ma anche un grandioso innovatore, un rivoluzionario dello stile e della narrativa. È proprio da questo aspetto del vecchio Chinaski che è cominciata la nostra chiacchierata.

Credo che Bukowski – esordisce Pinketts – sia paragonabile a uomini come Rabelais, grandi e importantissimi (anche se, forse, a volte inconsapevoli) numi tutelari del cambiamento della e nella letteratura. Così come Rabelais ha trasformato la letteratura francese, Bukowski è riuscito a cambiare l’idea del racconto e della poesia negli Stati Uniti. E non solo lì, visto che ha avuto ancora più successo in Europa, adattando a un linguaggio squisitamente personale – a volte stracarico di volute, come dire?, stilistiche – volgarità che con lui non erano tali, così come non lo erano quelle di Rabelais. Ha dunque fatto poesia parlando di cacca, cazzi e fighe. E le sue fighe non erano bellissime ragazze o donne angelicate, ma anche, e soprattutto, vecchie ciccione che nei suoi racconti si trombava. È questo il suo senso del grottesco. Il grottesco, per come lo vede lui, è il reale che diventa poesia. A maggior ragione se questo reale è autobiografico.

 

Molte delle avventure contenute nei suoi racconti lui le ha vissute…

Eccome. Se fosse stato un cantautore italiano, sarebbe stato di sicuro Franco Califano, il Califano di ballate come Avventura con un travestito. In tutta la desolazione che canta Bukowski c’è un anelito a qualcosa di dolce, a qualcosa di perennemente irrisolto. Pensa, appunto, alla canzone di Califano: avrebbe potuto benissimo scriverla Bukowski. Inizia così: «In faccia era più liscio della cera / che barba s’era fatto quella sera». Alla fine della storia lui scopre che l’avventrice di una sera invece di essere una donna è un uomo. Questa è la tipica situazione bukowskiana. L’equivoco. Forse Bukowski, da questo punto di vista, è anche uno scrittore del mistero, un mistero che si risolve nello scontro con la realtà, una situazione che spesso fa saltare il programma di una serata. È il senso dell’immediatezza. E poi scopri che la situazione è opposta e che il finale non è quello che avevi previsto.

 

Eppure, spesso questa scoperta avviene con una normalità disarmante. Come se, in qualche misura, il protagonista dei racconti sapesse tutto sin da subito…

In realtà, lui lo sa fin dall’inizio, ma ogni volta si parte da capo, in una sorta di poetica dell’illusione. Anche quando non sembra poetica. Ogni incontro, anche se pare nascere casualmente, in realtà ha in sé qualcosa d’importante, di estremo. Di definitivo.

 

E Buk prende la forma della realtà in cui si cala. Mantenendo però una linea.

C’è una sua bellissima frase – tra l’altro credo che, a parte Schopenhauer, amasse pochissimi filosofi – in cui lui dichiara di essere assolutamente lineare. Ora, quel che succede nei suoi racconti è molto contorto, non è affatto lineare, dato che alla fine niente va a concludersi come era stato previsto. Ebbene, lui usa una metafora straordinaria, che è quella dello stendipanni. C’è anzitutto una grande linea unica, come il filo dello stendipanni, precisa, pulita. Una volta che la trovi, puoi metterci sopra tutti i panni che vuoi, quelli puliti, quelli sporchi… Quindi, in un racconto puoi parlare di tutto, non sviluppando solo la linea narrativa principale.

 

Basta solamente aggiungere qualche molletta al filo.

Assolutamente. E Bukowski era uno dalla molletta facile.

 

Bukowski è stato arruolato a tutte le cause, fatto oggetto di una campagna di marketing quasi senza pari. Gli status su Facebook, i poster, le magliette…

(Ride) Io ne ho un sacco.

 

Davvero?!

A Marina di Ravenna c’è un locale che si chiama Bukowski, un posto enorme, una gigantesca birreria all’aperto. Lì ci sono un sacco di t-shirts con la faccia di Bukowski; era un editore di cui non ricordo il nome a stamparle, un po’ come a Cuba trovi un sacco di poster con la faccia di Hemingway, cubano d’assoluta elezione. Così come Hemingway era straniero a Cuba, Buk lo è a Marina di Ravenna, dove evidentemente non ha mai messo piede. Avendo molti fan, è ovviamente diventato un’icona.

 

Perché secondo te è entrato nell’immaginario collettivo?

Perché piace a tutti noi, che siamo – volutamente o per conseguenza – irregolari. Perché è uno che non rispettava le regole. Neanche, e soprattutto, le sue. Perché è uno che aveva e manifestava un’urgenza di vivere assoluta, pur mantenendo uno stranissimo rapporto con la morte. Diceva sempre che voleva vedere la morte dal buco del culo. Piace a tutti noi perché, usando una metafora dal mondo della poesia, non era un Leopardi arroccato, quanto piuttosto un Ugo Foscolo, che viveva la vita che raccontava. O un Caravaggio, ancora meglio.

 

Quando hai letto per la prima volta Bukowski?

Era il 1980, avevo diciannove anni. Avevo cercato in tutti i modi di evitare di fare il servizio militare, che infatti è durato solo dodici giorni. E per fortuna: sarebbe stata un’enorme perdita di tempo. Nulla in contrario con i soldati volontari, che possono essere utilissimi. Ci mancherebbe. Ma mi avrebbero fatto perdere un anno di vita.

 

Come sei riuscito a sottrarti alle armi?

Semplice. Ho finto di essere pazzo. Dovevo andare a Orvieto, al CAR di Orvieto. Sono arrivato lì e il primo giorno ho aggredito un caporale. Mi hanno trattenuto per dieci giorni. Poi mi hanno spedito al Celio, a Baggio, e infine a Villa Turro, la casa di cura psichiatrica. Mi sono finto pazzo per tutto il tempo. Una volta ogni due mesi dovevo andare a fare una visita di controllo. Durante quei colloqui, sbattevo il pugno sul tavolo e sbraitavo: «Io voglio fare il militare! Io voglio impugnare un’arma!». Tra l’altro, avevo un vantaggio per la questione della follia. Un precedente. Ero stato appena espulso dal mio liceo per uno scontro fisico con il preside. Non ricordo nemmeno perché. Ovviamente, da ex boxeur, avevo avuto la meglio. Non l’avevo fatto apposta, ma mi è servito per farmi esonerare.

 

Tornando a Bukowski?

Partendo da Milano in treno per Orvieto, mi ero comprato due libri, Addio alle armi di Hemingway – dovendo evitare di fare il militare, mi sembrava un titolo azzeccato – e i Taccuini di un vecchio sporcaccione di Bukowski. Da quel momento in poi non l’ho più lasciato… Era il 1980 – anche perché, tra l’altro, è dagli anni Ottanta che Bukowski ha avuto successo in Italia. Comunque, scoprire Bukowski dopo l’espulsione e quel viaggio a Orvieto è stato per me un ritrovarsi.

 

Bukowski ha mai ispirato personaggi o atmosfere dei tuoi libri? O della tua vita?

In realtà, nei miei libri credo di no. Forse indirettamente. Per quanto riguarda invece la mia persona, ci sono stati periodi in cui sono stato, in cui mi sono sentito profondamente bukowskiano. E a volte torno a esserlo – sennò non mi sarebbe piaciuto, probabilmente. Mi sono riconosciuto nella sua, come chiamarla?, nella sua gestione poetica dell’eccesso.

 

Nel tuo libro Mi piace il bar hai scritto che non usciresti mai a bere con il vecchio Hank, perché di sicuro si berrebbe tutto lui (e come darti torto?). Ma se passasse da Milano – e Le Trottoir fosse chiuso, ovviamente… – dove lo porteresti?

Credo che ci faremmo un lungo, un lunghissimo giro, io e lui. Di sicuro non sarebbe un locale solo. Sarebbe una specie di Tour de France italiano. Un giro ciclistico senza biciclette. (Ride.)

 

Milano ha ancora una certa aura bukowskiana, non credi? Anche se soppiantata dai turisti, dalla moda e dai grattacieli, forse qualcosa sopravvive…

Io odio questa Milano, la Milano dei grattacieli. Nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cosiddette archistar. Non a caso ho scritto Mi piace il bar. Racconto la storia di una vita, dal ragazzino all’adulto che esplora i bar. E ogni bar può trasformarsi nell’humus ideale di una storia. Quei bar che, secondo me, assieme alle chiese, sono le cattedrali, le uniche cattedrali del nostro tempo. Hanno qualcosa di altrettanto sacrale – anche se tra la chiesa e l’osteria ho scelto l’osteria. Comunque, sono due luoghi di aggregazione.

 

Cosa è accaduto a questa città?

Il problema non è tanto cosa è successo a Milano. È qualcosa di più generale. Questa città è riuscita ad attraversare indenne – anche se non del tutto – gli anni del terrorismo, quelli della “Milano da bere”, Tangentopoli. Nei primi anni Zero Milano ha iniziato a perdere la sua identità. Lo capisci dalle persone. Oggi vedo un sacco di ragazze che continuano a mandarsi quei messaggini, come si chiamano?, whatsapp. Lo fanno sempre, anche se sono a un metro di distanza. Questo, evidentemente, impedisce la comunicazione. Gli amori sono sempre meno carnali – molto meno fisici di quelli di Bukowski, ad esempio. Poi magari lo diventano, ma per procurata lesa dell’intimità attraverso internet. Milano, una volta, era – e, in certi casi, lo è ancora – una città in cui tu entravi in un bar e, per essere brutali, trovavi una figa. Magari diventava la donna di una sera. Magari quella di una vita.

 

Nulla a che vedere con la virtualità dei rapporti di oggi…

Oggi ognuno si crea una proiezione dell’altro. Non lo incontra mai. È finita l’era delle pacche sulle spalle o del piedino sotto il tavolo. Oggi c’è solo la richiesta di amicizia su Facebook. E la città ne risente.

 

In che termini?

Ti faccio un esempio. Pensa a Brera, che una volta era la Brera degli artisti. Un luogo magico, anche un po’ misterioso. Oppure la Fiera. L’hanno spostata – squisitamente per ragioni di speculazione edilizia – da Lotto a Rho-Pero. Alla vecchia Fiera ho conosciuto i tre quarti delle mie fidanzate. Erano hostess: dovevano essere di bell’aspetto, parlare due lingue, essere giovani. Era una selezione naturale. Uno entrava in Fiera – in quella Fiera, circolare – e incontrava il mondo. La nuova, invece, è orizzontale. E qui torniamo a Bukowski, che era un tipo circolare, non certo orizzontale. Anche se spesso lo diventava, essendo un grandissimo chiavatore. (Ride.)

 

Qualche chicca, per concludere?

Bukowski non amava essere intervistato, perché era un animale contemporaneamente sociale e asociale. Lui amava andare alle corse dei cavalli. Quando lo intervistavi, per rendergli meno sgradevole il fatto di porgli un sacco di domande, dovevi presentarti sempre con qualcosa da bere. Una grande intervistatrice che è andata da lui è stata Fernanda Pivano (tra l’altro, la mia madrina letteraria). Pur avendo frequentato i peggiori elementi alcolici e tossici della letteratura mondiale – Hemingway, Kerouac e tutti gli altri –, era una persona di una gentilezza e una bontà evidenti. E Bukowski se n’era accorto. Mi aveva raccontato che, alla fine di quella lunghissima intervista (che uscì per Feltrinelli come Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle), lui le regalò una rosa. Cosa che non avrebbe mai fatto con nessun altro intervistatore. Quando gli chiesero come mai, in un’altra intervista, lui rispose qualcosa del tipo: «Allora, si presenta da me questa signora, mi sta facendo un immenso piacere perché ho capito che ha letto i miei libri, mi ama, vuole che in Italia io abbia un giusto riconoscimento, che secondo lei merito. Certo che le ho offerto una rosa. Cos’altro avrei dovuto fare, stuprarmela?». (Ride.)

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