"Maledetto il giorno che t’ho incontrato". Meccanismi comici a orologeria

Simone Emiliani
Carlo Verdone n. 12/2019

Tutti i fantasmi del cinema di Verdone. Il sogno in apertura con la voce dei genitori. E soprattutto Jimi Hendrix. Forse lo spettro di quello che potrebbe diventare nel suo cinema qualcosa di più consistente. Forse un documentario, le cui tracce si vedono già nel frammento in cui il musicista e cantautore statunitense spacca la chitarra durante un concerto. Oppure anche un biopic.
Con un viaggio in Cornovaglia che sembra avere quella libertà del più bel cinema italiano del decennio precedente. Come per esempio Turné (1990), forse il miglior film di Salvatores, scritto proprio da Francesca Marciano, co-sceneggiatrice di Maledetto il giorno che t’ho incontrato (1992) e di alcuni titoli successivi di Verdone come Perdiamoci di vista (1994), Sono pazzo di Iris Blond (1996), L’amore è eterno finché dura (2004) e Io, Loro e Lara (2010). E il viaggio alla ricerca dello scoop sulla morte di Hendrix possiede anche quelle nascoste zone thriller che a volte attraversano il cinema dell’autore. Come nella scena del cimitero l’incontro con Catfish, il becchino ed ex spacciatore che arriva quasi dal nulla. Un’altra improvvisa apparizione, che diventa ancora più inquietante nell’intervista che gli sta facendo Camilla. Poi scompare dal video. Anche con la voce, che non si sente più. E rende trasparente la sua presenza. Come se quella figura, in realtà, non fosse mai esistita.
Maledetto il giorno che t’ho incontrato è come diviso in due, con altrettanti elementi centrali nel cinema di Verdone: il luogo e il viaggio, che possono incrociarsi o alternarsi nello stesso film. Come in Un sacco bello (1980), tra Roma d’estate e gli squarci on the road in autostrada, destinazione Polonia, di Enzo. O la trasferta da Spoleto a Budapest in Io e mia sorella (1987). Oppure che possono costituire tutto il nucleo della stessa pellicola come in Bianco, rosso e Verdone (1981). Nella prima parte c’è l’incontro tra Bernardo e Camilla. Lui è un giornalista romano che vive a Milano ed entra in crisi dopo essere stato lasciato dalla compagna. Lei è un’attrice complessata, innamorata dell’analista che ha in cura anche Bernardo. Tra loro nasce una forte complicità. Poi, dopo una furiosa litigata, si ritrovano proprio in Inghilterra. Bernardo alla ricerca di verità scottanti per la biografia che sta scrivendo su Hendrix, Camilla  per la tournée di uno spettacolo teatrale.
Il ritmo è vertiginoso. Quasi una concatenazione tra comicità della parola e del corpo. Con Verdone e la Buy capaci di far scattare una scena anche solo con un’espressione del viso, occhi sbarrati e movimenti slapstick. Con lo spot di Camilla, ripetuto più volte. Oppure in uno dei momenti più esaltanti del film, la scena in cui Bernardo è costretto a stare con la ragazza che lo accompagna al supermercato. E qui c’è l’esempio di come due semplici parole possono diventare l’anello mancante di un perfetto meccanismo a orologeria. Proprio nella loro ripetizione. Ma con un tono diverso. Nel momento in cui Camilla pronuncia «Minestra riscaldata» mentre parla del rapporto dell’analista con la moglie, Bernando ha un mancamento; è infatti la stessa espressione che aveva usato la sua ex quando lo aveva lasciato attraverso una musicassetta. Dinamica di una comunicazione già anticipatrice del linguaggio dei social, dove alcuni momenti essenziali di un rapporto (la fine di una relazione) diventano ancora più devastanti proprio perché virtuali. Così come dichiaratamente virtuale è il video che Bernardo manda alla sua ex – con il cinema di Verdone che scorre quasi parallelo a quelli di Atom Egoyan e Steven Soderbergh – in cui ricorda, nella sua immagine, quella con la sigaretta in bocca e l’accappatoio bianco di Manuel Fantoni in Borotalco (1982). Non quello vero, ma quello reinterpretato dal timido Sergio Benvenuti.
Ogni parola, in tutta la prima parte di Maledetto il giorno che t’ho incontrato, diventa un ordigno a orologeria. Anche quella del farmaco Serenil. O la lettera da consegnare all’analista nello spazio tra «soggetti schizoidi» e «nevrosi ossessive». Un meccanismo esemplare. Degno della migliore commedia statunitense. Dove l’opera di Verdone, nel cinema italiano, è forse quella che gli è più vicina. Il bacio finale in macchina tra Bernardo e Camilla è pura commedia sentimentale, e appare lunghissimo. Forse elemento di un film che non vuole finire, in cui si potrebbe continuare con la stessa illusione/illuminazione dell’ultima scena di Tootsie di Sydney Pollack (1982), dove Dustin Hoffman e Jessica Lange potrebbero camminare all’infinito. Con le luci della fotografia di Desideri che gli danno un tocco magico, irrealistico.
In una seconda parte che diventa più aperta, distesa, sebbene l’impatto della sua comicità continui a essere devastante. Come nella scena della cena dopo lo spettaolo teatrale di Camilla. Ci sono i due protagonisti e il regista teatrale con cui la donna sta avendo una relazione. Il dialogo diventa dinamico proprio nella contaminazione tra cultura alta e bassa, tra musica classica e rock: Hendrix confuso con il pittore fiammingo. E la forza di quel momento è proprio nel modo in cui il cineasta riesce a mostrare le provvisorie apparenze dietro le quali si nascondono ancora le fragilità di Bernardo e Camilla. I loro sorrisi forzati. Le bugie che si raccontano. Potrebbe essere anche un altro film che entra dentro il film. Un gioco a incastri. Il cielo della Cornovaglia contro gli spazi claustrofobici di Milano. Gli esercizi che i protagonisti fanno per superare le loro fobie. Dentro una cassapanca. In un cinema con un film di paura, sulla ruota di un luna-park. Ma ci sono anche degli intermezzi, quasi malinconici vagabondaggi, con Bernardo che passeggia da solo di notte con una busta di plastica in mano dopo che ha prestato l’appartamento a Camilla. Con lo sguardo su Milano che ha quella contagiosa, continua scoperta, di Un ragazzo e una ragazza di Marco Risi (1984).
La struttura mantiene sempre la precisione di un teorema geometrico. Verdone è uno dei rari registi in Italia che riesce a trainare il film con il suo personaggio. Ma dà adeguatamente spazio a tutti. Anzi, a volte sembra quasi mettersi ai margini dell’inquadratura per potenziare gli altri protagonisti. Nella galleria di quelle femminili, Camilla di Margherita Buy occupa un posto di primo piano. E, nella scrittura, è come se ci fossero due atti prima dell’epilogo, segnati proprio dalla frase : «Maledetto il giorno che t’ho incontrato». La prima volta a dirla è Bernardo, dopo una serata devastante in cui la donna gli ha spaccato una preziosissima chitarra. La seconda è Camilla alla centrale di polizia in Cornovaglia, prima di andarsene. Intanto forse, sottotraccia, scorre il film nascosto di Jimi Hendrix. Stone Free, The Wind Cries Mary, Foxy Lady. Anche se Stay with Me Baby dei Walker Brothers, nell’inquadratura finale, diventa il definitivo urlo di gioia.

 

CAST & CREDITS

Regia: Carlo Verdone; soggetto: Carlo Verdone, Francesca Marciano; sceneggiatura: Carlo Verdone, Francesca Marciano; fotografia: Danilo Desideri; scenografia: Francesco Bronzi; costumi: Tatiana Romanoff; montaggio: Antonio Siciliano; musiche: Fabio Liberatori; interpreti: Carlo Verdone (Bernardo Arbusti), Margherita Buy (Camilla Landolfi), Elisabetta Pozzi (Adriana), Giancarlo Dettori (Attilio), Stefania Casini (Clari), Renato Pareti (Loris), Dario Casalini (Flavio); produzione: Mario Cecchi Gori e Vittorio Cecchi Gori per Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica; origine: Italia, 1992; durata: 112’; home video: dvd CG Entertainment, Blu-ray inedito; colonna sonora: inedita.

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