"C’era un cinese in coma". Mai scommettere l’auto col diavolo

Sergio Sozzo
Carlo Verdone n. 12/2019

«È bellissimo fuori, ragazzi, sembra la fine del mondo», si sente urlare nel celebre incipit di I vitelloni di Federico Fellini (1953), con la cerimonia all’aperto del concorso di bellezza interrotta dall’improvviso e furibondo temporale che spazza via ombrelloni e tavolate. Si tratta della stessa situazione che apre C’era un cinese in coma (2000), solo che nel film di Verdone il mondo sembra essere finito prima ancora che la storia abbia inizio. Sul palchetto di provincia che la tempesta rovescia a gambe all’aria, infatti, si consuma già un incubo che sembra avere per riferimento sì Fellini, ma quello di Toby Dammit (1968), che ha inghiottito del tutto lo spettacolo ineluttabile dell’apocalisse. Ercole Preziosi manda a fare in culo il suo pubblico sotto la pioggia scrosciante in coda a una scoordinatissima esibizione di improbabili ballerine (le Chewing Gum…) su …Baby One More Time di Britney Spears, sotto gli occhi basiti del presentatore dall’accento “esotico” e del comitato politico locale. Non c’è tra le file di sedie il basito Terence Stamp catatonico dell’adattamento felliniano da Poe, ma per il resto l’atmosfera che si respira – a partire da questo prologo e poi per tutto C’era un cinese in coma – porta con sé la stessa premonizione mortifera, la stessa esplorazione delle macerie della “scena” che innerva l’episodio di Tre passi nel delirio. La celebre corsa notturna in Ferrari con cui Toby cerca invano di lasciare Roma fino a perdere letteralmente la testa sembra, d’altronde, l’ispirazione cruciale per la centralità dell’oggetto-automobile che Verdone manterrà per tutto il suo film, fino a quell’abissale epilogo che è sicuramente la sequenza più oscura e violenta mai girata dal cineasta. Dando fuoco, davanti al cancello della villa del suo “miglior nemico”, alla Porsche del borioso Niki Renda, dopo averlo pestato senza pietà, Ercole/Verdone sfoga la propria vendetta (anticipata da un primo piano strettissimo sul suo sguardo di odio puro, forse l’omaggio più diretto mai fatto dal regista al suo mentore Sergio Leone) e allo stesso tempo chiude il cerchio con la distruzione annunciata già sui titoli di testa. Alla stregua della barzelletta del titolo, la cui narrazione viene “aperta” nei primi minuti di film per poi concludersi solo nella sequenza terminale, con Verdone che la racconta allo spettatore, guardando(lo) in macchina. Difficile affrontare C’era un cinese in coma senza fare i conti con quella sequenza di purificazione nelle fiamme, in una commedia che arriva in sala in Italia nel marzo del 2000, in pieno Giubileo wojtiyliano: la storiella sul cinese in coma che Verdone interpreta subito dopo, mentre albeggia sul club Blue Moon di via dei Quattro Cantoni a Roma, ha il sapore della constatazione sull’impossibilità oramai totale di riuscire a parlare un linguaggio comune, comprensibile. Non riuscire più a capirsi porta qui alla più estrema delle conseguenze: succede sia al carabiniere della barzelletta che a Ercole, incapace di decifrare finanche la lingua con cui la sua famiglia si esprime, dato che moglie e giovane figlia comunicano tra loro in russo, idioma di origine della donna. La stessa comicità che trasforma Niki Renda/Beppe Fiorello in una star è una riduzione ai minimi termini di qualsiasi capacità espressiva, il grado zero di un repertorio fatto sostanzialmente di versi sessuali e continue svestizioni – lo svestirsi è di fatto una delle azioni centrali del film: oltre che l’arma principale degli show di Niki è un’attrazione continuamente proposta dalle ragazze a cui Preziosi fa le audizioni, e scoprendo l’ombelico la figlia Maruska rivela a Ercole il vistoso tatuaggio fattosi senza il consenso paterno, confermando così la distanza affettiva dal genitore.
D’altra parte, Renda rifiuterà sistematicamente di raccontare la barzelletta sul cinese in coma durante le sue esibizioni, e quando sembrerà accettare il consiglio dell’impresario sarà solo per trascinarlo sul palco e trasformarlo in zimbello del pubblico. Ma cosa c’è dietro questa tendenza alla devastazione che Niki innesca su chiunque gli stia vicino, compresa la fidanzata del Sud che spera in un imminente matrimonio? È vero, è facile leggere questa commedia come la sin troppo acre presa di coscienza di Verdone nei confronti dell’abisso in cui è precipitata la sua generazione di comici al cospetto della decadenza di questi tempi dal successo facile e istantaneo (la sequenza del bungee-jumping parla chiaro), ma se per un attimo provassimo a rovesciare C’era un cinese in coma dal punto di vista di questo “arlecchino osceno e terrorista” di Renda, che inizia la sua carriera proprio come autista di Verdone/Preziosi?
Torniamo al simbolo dell’automobile, destinato a finire in cenere in chiusura dell’apologo (è proprio Ercole a dire a Niki che la loro relazione equivale a quella del «motore» e del «volante» di una macchina). Nella reiterazione della classica situazione dello chaffeur-confidente, l’abitacolo del veicolo si trasforma in confessionale che abbatte le distanze sociali con un espediente caro a molta commedia all’italiana, dalla versione coupé di Il sorpasso (1962) alla vettura di Sordi-Il tassinaro (1983) passando per versioni di tutte le epoche, tra vetturini e autostoppisti. Ecco, C’era un cinese in coma si staglia come una sorta di anti-commedia all’italiana proprio nell’istante in cui reagisce con violenza all’impoverimento scientifico del canovaccio di servo e padrone che si scambiano le parti, con Ercole che passa a guidare l’auto nell’istante in cui Niki si trasforma in personaggio vincente. La “sexy comicità” di Renda somiglia più a uno sboccato stand-up nello stile scorretto di certi comedian statunitensi che a un varietà di tradizione italiana fatto di storielle e imitazioni, ed è forse questo che non viene perdonato alla parabola della star-“oggetto del desiderio”, che non può andare incontro ad altro destino che non sia l’annullamento. Tocca allora a Verdone recitare la tanto agognata barzelletta alla fine di tutto, ma davanti a un pubblico fantasma, in una stradina deserta della Capitale: la battuta finale ha un tono lapidario neanche mitigato dalla abituale malinconia agrodolce che chiude le opere verdoniane, ma sottolinea la desolazione che attraversa ogni situazione del film, dalle feste ai camerini alle stanze d’albergo. Non c’è gioia in questi incontri, in questi amplessi lasciati sempre a metà. A conti fatti, si tratta della logica prosecuzione dell’amarezza sconfinata che animava già il precedente Gallo cedrone (1998): per restare su quattro ruote, in quello il tour in macchina in un campo di calcio deserto simulava per l’amata non vedente la Piazza dei Miracoli di Pisa, mentre stavolta a Verdone non resta che l’esperienza solitaria e in scala ridotta del giro ai go-kart, dall’esito coerentemente rovinoso.

 

CAST & CREDITS

Regia: Carlo Verdone; soggetto: Carlo Verdone, Giovanni Veronesi, Pasquale Plastino; sceneggiatura: Carlo Verdone, Giovanni Veronesi, Pasquale Plastino; fotografia: Danilo Desideri; scenografia: Franco Velchi; costumi: Tatiana Romanoff; montaggio: Antonio Siciliano; musiche: Fabio Liberatori; interpreti: Carlo Verdone (Ercole Preziosi), Giuseppe Fiorello (Nicola “Niki” Renda), Marit Nissen (Eva), Anna Safroncik (Maruska), Nanni Tamma (Tiepolo), Giorgia Bongianni (Daniela), Lucio Caizzi (Rudy Sciacca); produzione: Vittorio Cecchi Gori per Cecchi Gori Group; origine: Italia, 2000; durata: 105’; home video: dvd CG Entertainment, Blu-ray inedito; colonna sonora: inedita.

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