"Benedetta follia". Tra passato e presente

Andrea Chimento
Carlo Verdone n. 12/2019

«La stagione dell’amore viene e va
I desideri non invecchiano quasi mai con l’età
Se penso a come ho speso male il mio tempo
Che non tornerà, non ritornerà più»
Franco Battiato, La stagione dell’amore

Scopre subito le sue carte Benedetta follia (2018), che si apre con una breve sequenza ambientata nell’agosto del 1992: Verdone (nei panni di Guglielmo) a bordo di una motocicletta, con bandana e occhiali da sole, fa ripensare ai personaggi del suo passato, a partire dall’indimenticabile Oscar Pettinari di quel Troppo forte che usciva nelle nostre sale all’inizio del 1986.
Immediatamente siamo catapultati nei film di Verdone che tutti conosciamo, e l’intera operazione sarà proprio un gioco allo specchio tra l’oggi e l’(altro)ieri della carriera del regista e attore romano: non a caso, in una scena centrale – e decisiva nell’arco narrativo della pellicola – il Guglielmo del presente viene deriso e sbeffeggiato allo specchio dal Guglielmo del passato, che lo rimprovera per ciò che è diventato e per avere smesso di seguire i suoi sogni.
Dopo quell’incipit, che ci racconta anche dell’incidente che ha poi allontanato il protagonista dalla sua passione per la motocicletta, ci ritroviamo improvvisamente venticinque anni più avanti, dove scopriamo che Lidia, la ragazza che il protagonista inseguiva sulla strada, è diventata sua moglie.
Nonostante il passaggio temporale, però, Benedetta follia è un film che resta nel trascorso di Verdone, in particolare nel suo cinema a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta, con quella vena “malincomica” dove andavano a convergere risate e momenti di toccante intimità. Anche la notevole colonna sonora contribuisce a questo rimando nostalgico al tempo che fu, a partire da La stagione dell’amore di Franco Battiato (uscita nel 1983) che accompagna la scioccante scoperta di Guglielmo, trovatosi di fronte alla scelta della moglie di lasciarlo per una ragazza molto più giovane: il testo della canzone è particolarmente indicato per descrivere la situazione vissuta da una coppia per cui la stagione dell’amore è ormai un ricordo.
Sempre a livello musicale, con il trascorrere dei minuti si va ancora più indietro nel tempo con Splendido splendente (1979) di Donatella Rettore, sottofondo di una sequenza girata in spiaggia, e in epilogo con E la chiamano estate (1967) di Bruno Martino, per chiudere con un’ulteriore nota dolceamara.
Non pensiamo, però, che Benedetta follia sia semplicemente un’operazione nostalgica con cui Verdone vuole ricordare il passato, perché in realtà si tratta di un lavoro che unisce questi aspetti a elementi molto più prossimi al presente. Non è un caso, infatti, che l’autore abbia optato per due co-sceneggiatori “nuovi” e molto attenti all’attualità come Nicola Guaglianone e Menotti, diventati celebri grazie a un copione di grande freschezza come Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti (2015). Ieri e oggi: è esattamente la stessa diatriba psicologica che vive Guglielmo, un uomo di rinomata virtù a capo di un prestigioso negozio di arte sacra e indumenti ecclesiastici, che dovrà ritrovare se stesso dopo la separazione dalla moglie.
Fortemente ancorato al passato a causa del suo lavoro e del continuare ossessivamente a pensare ai lustri trascorsi con Lidia, Guglielmo sarà costretto a modernizzarsi per potersi adattare al suo nuovo status quo e alla contemporaneità che lo incalza. Ci riuscirà grazie all’aiuto di Luna, sua nuova dipendente particolarmente esuberante, interpretata da quell’Ilenia Pastorelli che proprio in Lo chiamavano Jeeg Robot aveva esordito sul grande schermo.
Entrare nel presente corrisponde, nel film, all’ingresso nel mondo dei social network e, in particolare, di quelle applicazioni per incontri attraverso cui Luna è convinta che Guglielmo troverà un nuovo amore. Il motore comico del film e le sue principali trovate creative derivano proprio dai vari appuntamenti a cui l’uomo partecipa, a partire dalla conoscenza di una ragazza veneta particolarmente estroversa nel bere e nel linguaggio, tanto da lasciare il protagonista piuttosto interdetto e impacciato. Dopo il secondo incontro, con una donna logorroica e ossessionata dalla malattia, Guglielmo finirà involontariamente drogato dalle amiche di Luna e portato in una discoteca, dove nella citata sequenza rivedrà se stesso ringiovanito allo specchio. La situazione narrativa lisergica permette a Verdone di dare vita a una scena tra le più visionarie della sua carriera recente. Un’incursione nel surrealismo puro, che sembra rimandare addirittura al celebre momento di Il grande Lebowski di Joel Coen (1998) in cui il Drugo – anch’egli drogato – si ritrovava in un mondo onirico e caratterizzato da curiose coreografie musicali. Giocando con il colore bianco, simbolo della purezza, e con il nero dell’attillato vestito in lattice di Luna in una sorta di danza psichedelica, Verdone conferma di essere stato particolarmente ispirato per questa sua ultima (per ora) fatica.
Il confronto/scontro tra sacro e profano, poi, è un altro degli argomenti di riflessione del film, che in tal senso raggiunge il suo apice durante il terzo appuntamento di Guglielmo, con una ninfomane particolarmente eccitata già durante la cena. Per un gioco erotico, la ragazza usa il telefono del partner appena conosciuto come fosse un vibratore, ma dopo la simulazione di un orgasmo che può rimandare alla Meg Ryan del cult Harry, ti presento Sally… di Rob Reiner (1989), un rocambolesco e spassoso “incidente” costringe l’uomo a parlare con un famoso cardinale a cui deve confezionare un abito di grande importanza, mentre il telefono è ancora all’interno del corpo di lei.
Oltre al protagonista, colpiscono positivamente le caratterizzazioni dei personaggi di contorno, tra cui una credibile infermiera della quale s’innamorerà Guglielmo (interpretata da Maria Pia Calzone) e della citata Luna. In tal senso è particolarmente significativo il momento in cui la ragazza sta per esibirsi in un night-club: mentre accanto a lei una collega sniffa cocaina, viene mostrata mentre beve un succo di frutta da un brik, semplice dettaglio che ne sottolinea la natura in fondo ingenua e fanciullesca.
Chiaramente è proprio quello tra Luna e Guglielmo il rapporto più intenso presente nella vicenda, e questo non è un fatto da sottovalutare. In una pellicola in cui al centro c’è il tema dell’amore declinato nelle sue molteplici forme (dall’abbandono della moglie alla ricerca di una nuova compagna), lo spunto che sembra interessare maggiormente a Verdone è quello dell’amicizia. Un’amicizia inusuale tra due persone diversissime, che riusciranno ad aiutarsi a vicenda. Solo grazie a Luna, infatti, Guglielmo capirà che non deve tornare indietro ma andare avanti, aprendosi alla possibilità di un nuovo sentimento perché, come cantava Battiato in un altro verso: «La stagione dell’amore tornerà».

 

CAST & CREDITS

Regia: Carlo Verdone; soggetto: Carlo Verdone, Nicola Guaglianone, Menotti; sceneggiatura: Carlo Verdone, Nicola Guaglianone, Menotti; fotografia: Arnaldo Catinari; scenografia: Giuliano Pannuti; costumi: Tatiana Romanoff; montaggio: Pietro Morana; musiche: Michele Braga, Tommy Caputo; interpreti: Carlo Verdone (Guglielmo Pantalei), Ilenia Pastorelli (Luna), Lucrezia Lante della Rovere (Lidia), Maria Pia Calzone (Ornella), Paola Minaccioni (Raffaella), Federica Fracassi (Rita); produzione: Aurelio De Laurentiis e Luigi De Laurentiis per FilmAuro; origine: Italia, 2018; durata: 109’; home video: Blu-ray FilmAuro, dvd FilmAuro; colonna sonora: WM Italy.

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