Medioevo e alchimia

Luca Siniscalco
America! America? – Sguardi sull’Impero antimoderno n. 6/2014
Medioevo e alchimia

Il termine “alchimia” evoca spesso nell’immaginario collettivo gli spettri dell’occultismo, della magia e della stregoneria, in un pieno misconoscimento del significato tradizionale dell’Ars Regia. In risposta a questa vulgata, Hutin tenta un’analisi scientifica, avvalorata da un ricco apparato bibliografico, della natura esoterica e simbolica dell’alchimia. Novello Odisseo, deve districarsi fra la Scilla di una prospettiva analitica livellatrice di tipo positivista e scientista e la Cariddi di una analisi determinata da un’ermeneutica simbolista forzata e scissa da ogni aggancio con il reale. È soltanto evitando tali ostacoli che il viaggiatore potrà terminare il proprio nostos e riapprodare in patria. Hutin si mostra all’altezza del difficile compito e conduce il lettore nell’Itaca perduta e bramata: l’ammaliante terra degli alchimisti. Il saggio si concentra sugli sviluppi medievali della Grande Opera, senza tuttavia trascurare una sintetica contestualizzazione della sapienza alchemica, dalle sue origini mitiche sino all’età moderna. La tesi fondante l’intero studio consiste nella convinzione che nell’arte alchemica non si possano scindere l’elemento pratico, legato al lavoro trasmutativo dei metalli attuato nel laboratorio secondo precise operazioni, e la componente sacrale, connessa alla crescita spirituale ed all’ascesi ermetica (la cui dimensione esoterica trova incarnazione materiale nell’oratorio adibito alle preghiere e ai riti). A partire da questo principio esplicativo Hutin, fornisce un quadro ampio e variegato del mondo dell’alchimia medievale: lo studioso delinea le principali caratteristiche del laboratorio e degli utensili alchemici, fra cui spicca il celebre atanòr. Espone, muovendosi fra fonti contraddittorie e frammentarie, le operazioni e le fasi dell’Opus, il lavoro dei metalli, il ruolo dell’astrologia e del mondo onirico in relazione al compito degli “artisti”; connette la dimensione alchemica a quella medica, inserisce le figure degli adepti nel contesto sociale medioevale e tratteggia i profili di alcuni fra i più celebri iniziati, fra cui Avicenna, Alberto Magno, Raimondo Lullo, Nicolas Flamel e Basilio Valentino; tematizza, infine, l’interpretazione spirituale dell’alchimia, ossia la reintegrazione delle facoltà divine dell’uomo adamitico, decaduto con la fine dell’età dell’oro e il peccato originale alla misera condizione mondana. L’ultima parte del saggio è dedicata alla relazione ambigua e dinamica intercorsa fra la Chiesa cattolica e l’esoterismo alchemico, alle forme artistiche “interne” all’alchimia medievale e da essa “esteriorizzate” – le “dimore filosofali” rappresentate da diverse cattedrali francesi – e alle ipotesi interpretative che collegano i cercatori della Pietra Filosofale alle società segrete. Si tratta, in ultima analisi, di una bussola valida tanto per approfondire l’alchimia medievale quanto per comprendere l’essenza dell’Ars Regia, una pratica che, nella tripartizione di Nigredo, Albedo e Rubedo, nella miscela fra Zolfo e Mercurio, nei simboli della fenice e dell’ouroboros, ha condotto gli uomini in un’avventura fatta di follie, inganni e depravazioni, ma anche di innalzamento interiore, realizzazione spirituale e consapevolezza dell’unità cosmica. Poiché, come recita la Tabula Smaragdina di Ermete Trismegisto, «Ciò che è in basso è come ciò che è in alto/e ciò che è in alto è come ciò che è in basso». Serge Hutin, Gli Alchimisti nel Medioevo, traduzione di M. Faccia, Arkeios, Roma 2012, pp. 194, € 14,50.

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