Adriano Olivetti: una visione di armonia politico-sociale

Mario Sammarone
America! America? – Sguardi sull’Impero antimoderno n. 6/2014
Adriano Olivetti: una visione di armonia politico-sociale

Umanità del 2013. Povera, sola e violenta. La crisi ha colpito duro, l’egoismo metodologico delle banche incatena e il prossimo, fisicamente vicino, troppo vicino, diventa un miraggio o un pericolo che attenta a un solipsismo patologico e autistico. Cosa rimane? Trincerarsi nel bunker di un individualismo debole, consegnarsi alle logiche dell’homo oeconomicus o trascendere la vita su face book, mentre la politica ha perso gli antichi legami con i sogni e non sa più scorgere la visione di un mondo migliore e possibile? Insomma, stiamo facendo evaporare tutte le particelle dorate degli chassid; Martin Buber ha predicato invano e l’uomo della strada non ha mai sentito parlare dell’economia del dono o del MAUSS di Parigi. Che fare? La vecchia domanda marxista si ripropone con la stessa cortina di angoscia di un secolo fa, quando l’impotente David di Cronin gridava la propria pena alle stelle, che stavano a guardare. Mai come oggi la civiltà occidentale si trova affamata di ricette e modelli per uscire dalla crisi profonda che l’etica di un capitalismo sfrenato e l’uso schizofrenico della tecnica hanno creato. L’era moderna, che secondo gli illuministi avrebbe portato a una condizione di prosperità mai vista prima, ha generato uomini-macchina asserviti al sistema, servi che nemmeno le società tradizionali avrebbero potuto creare; gli individui sono diventati numeri o utensili, riconosciuti solo per il grado di techné posseduta, e vivono nell’illusione di poter soddisfare la propria volontà di potenza, percepita senza limiti e sostanziale.

Cinquant’anni fa, qualcuno cercò di dare una risposta ai quesiti fondamentali sulla coesistenza armonica tra gli uomini, meditando una proposta che coniugasse uomo e macchina: Adriano Olivetti. Era un industriale, un intellettuale, un visionario che aveva scorto, con la consapevolezza di un mistico, una via che permettesse agli uomini di essere felici nella società e nella propria condizione lavorativa, che desse loro una ragione di vita, una speranza, in qualunque luogo li avesse posti il caso o il destino. Una voce diversa, apparentemente stonata, utopica per i detrattori, forse anche reazionaria – come vedremo – ma profetica, che predicava l’avvento di un’umanità migliore. Luigi Einaudi, che nel ’44 riparò con lui in Svizzera per sfuggire ai nazionalsocialisti, disse che il pensiero politico di Adriano Olivetti sarebbe stato compreso con una generazione di ritardo. L’“olivetticidio” degli anni successivi al ’60, dunque, sarebbe stato un fenomeno transitorio: consegnare all’oblio l’opera e il pensiero di uno dei più grandi italiani del secolo scorso avrebbe significato l’insostenibile dissipazione di un’idea fondamentale per la nostra nazione.

Ripercorrere oggi la vita di Adriano vuol dire rimettere insieme i frammenti di un sogno: un sogno antico e sempre tradito di un mondo diverso e più vicino allo spirito, certamente migliore, che ciclicamente torna a scuotere le notti dell’umanità, infiammandone l’anima di una speranza diretta al futuro. Un sogno di prosperità e coesistenza armoniosa tra gli uomini, di un avvenire felice e alla portata di tutti. Che il suo sogno fosse quello di dare avvento all’età dell’oro perduta nella notte dei tempi e predicata dai grandi iniziati di tutte le epoche? Naturalmente, non abbiamo a che fare con uno dei “grandi iniziati” di Schuré, ma con uno straordinario industriale che «pensava come un matematico e aveva i sensi di un mistico», come disse di lui Altiero Spinelli. La figura di Olivetti si mostra come un unicum nella storia di questo Paese e ha ancora molto, troppo da dire ai nostri giorni spenti.

In Lessico famigliare del ‘63, Natalia Ginzburg lo ricorda così: «Era a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava, nella folla, un mendicante; e, sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio». Tutti i re hanno un regno e Adriano Olivetti doveva ritrovare il suo, edificandolo in una dimensione che avrebbe trasceso l’ordine di qualsiasi altro dominio umano. Il suo sogno era “la città dell’uomo”, una comunità che avrebbe accolto tutti, non come individui massificati o atomi sociali senza avvenire, ma in quanto persone pienamente realizzate e sviluppate. Il proposito di Olivetti era conciliare uomo e tecnica, immettere lo spirito nella materia e favorire al massimo grado la cultura e la sua diffusione.

Nell’Ordine politico della Comunità, sua opera fondamentale, scritta durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, possiamo leggere: «Affinché la persona sia libera e riesca a possedere un valore spirituale assoluto, infinitamente più importante e più alto di ogni valore economico e politico, occorre che lo Stato esista per l’uomo e non l’uomo per lo Stato». Le istituzioni devono trovarsi a fianco del cittadino e sostenerne la crescita morale e il cammino tenace e costante verso la scoperta della parte più alta di sé. La cifra più elevata dell’olivettismo è la volontà di riproporre il sentimento del sacro nella società, disseminandolo nel cuore di tutti e coltivandolo con faticosa e tenace costanza, per dare vita a una comunità concreta di persone retta da princìpi di solidarietà e fratellanza, in un saldo perimetro di benessere materiale. Olivetti sembra incarnare quello che Pierre Hadot definisce l’atteggiamento orfico verso la natura e le cose: armonia dentro di sé, tra gli uomini e tra l’uomo e il mondo. L’imprenditore di Ivrea realizzerà solo in parte tale sogno perché la sua visione – che avrebbe portato certamente all’avvento di un’umanità rifondata – non poté essere compresa appieno dai suoi contemporanei, né dai partiti politici del tempo.

Adriano era il figlio di un imprenditore ebreo ateo all’avanguardia, Camillo, convertitosi nel ‘34 al cristianesimo unitariano. Da giovane, questi viaggiò negli Stati Uniti al seguito di Galileo Ferraris – lo scienziato che scoprì il campo magnetico rotante – in qualità di assistente e traduttore, tornando a Ivrea con le idee chiare: fondare la prima azienda italiana di macchine da scrivere. Un “uomo giusto”, dalla folta barba divenuta grigia negli anni, che assumeva povera gente, facendola lavorare al mattino e insegnandole a leggere e scrivere nel pomeriggio. La madre, Luisa Ravel, dall’inclinazione mistica e i costumi appartati, figlia del pastore valdese di Ivrea, fu la sua prima maestra. Anche la sorella Elena influenzò profondamente il giovane con il suo fascino e la sua cultura all’avanguardia, durante le numerose serate passate a parlare della nascente psicologia di Freud, di teosofia e soprattutto di esoterismo steineriano. Questa la matrice a partire da cui si svilupperà l’olivettismo, un pensiero e una visione del mondo coerente in ogni ambito della cultura e della scienza, un prodotto dello spirito che in Italia sarà difficile trovare nuovamente.

Quando, alla prematura età di cinquantanove anni, Adriano Olivetti morì per una trombosi cerebrale avvenuta sul treno Milano-Losanna nel 1960, l’intero territorio del canavese si fermò. Erano i giorni del carnevale che, per la prima volta nella storia, fu annullato. Ai suoi funerali accorsero ben quarantamila persone. Renato Zorzi scrisse: «Era la piccola gente che lo aveva amato, non per le sue qualità di intelletto o per la sua presenza nel dibattito politico e culturale, per essere un capitano di industria, ma perché nei momenti di prova ne avevano saggiato l’animo e messo alla prova le intenzioni».

Uomo di grande bontà, faceva di tutto per poter soddisfare le richieste di chi gli si presentava. Lo scrittore T. S. Eliot, che lo incontrò una sola volta nel suo studio a Londra, disse che al primo sguardo riuscì a capire la qualità dell’uomo che aveva di fronte e di cui gli sarebbe piaciuto approfondire la conoscenza. Geno Pampaloni, che fu il suo collaboratore più stretto – o la sua eminenza grigia, come malignavano alcuni – durante gli anni dell’ascesa dell’azienda di Ivrea, in un articolo del ’74 scrisse: «La vera tensione che animava Adriano Olivetti era di tipo spirituale. La sua funzione è stata quella di un illuminista, ma la sua natura era profetico-religiosa. L’olivettismo degli anni Cinquanta è stato un illuminismo dello spirituale». In effetti, dopo aver letto Horkheimer-Adorno non ci si può non meravigliare di una simile affermazione: l’illuminismo è nato esattamente per ripulire la faccia della terra da tutte le superstizioni, spiritualismi e partecipazioni mistiche varie. Cosa voleva dunque dire Geno Pampaloni? Che Adriano Olivetti avesse trovato una via oltre la dialettica dell’illuminismo?

Prima di rispondere, occorre fare un passo indietro e parlare del comunitarismo di Emmanuel Mounier, filosofo francese – etichetta sinistra cattolica – che indicava una troiseme force contrapposta al capitalismo liberista e al totalitarismo marxista. Secondo Mounier, gli uomini avrebbero sviluppato al massimo le proprie potenzialità all’interno di una comunità solidale e impregnata di valori cristiani. Non individui, né uomini macchina soli, ma persone realizzate ed evolute spiritualmente.

Adriano Olivetti integra il pensiero di Mounier con la convinzione che la Comunità debba essere radicata nel territorio e nella tradizione popolare: «Quando le Comunità avranno vita, in esse i figli dell’uomo troveranno l’elemento essenziale dell’amore della terra natia nello spazio naturale che avranno percorso nella loro infanzia, e l’elemento concreto di una fratellanza umana fatta di solidarietà nella comunanza di tradizioni e vicende». La Comunità deve essere governata da princìpi di meritocrazia e armonia, mediando tra uomo e società, come una famiglia estesa, capace di non far sentire mai nessuno solo, nemmeno nel vasto e aperto mare dell’esistenza, con tutte le sue contingenze e difficoltà. Inoltre, Olivetti critica aspramente i partiti politici, rei di essersi distaccati dalla propria base popolare ed essere diventati vuoti centri di potere; essi controllano la società con un rigido sistema burocratico, inaridendo così la fonte stessa del loro consenso.

Maritain, Balbo, Jaspers, Simone Weil e Mounier sono le principali ispirazioni essoteriche del pensiero sociale olivettiano. Non a caso, sarà lui a pubblicare questi autori, ritenuti inutili e talvolta disprezzati dall’establishment culturale del tempo. Le Edizioni di Comunità, fondate nel ‘48, che anticipano il modello culturale di Adelphi, saranno lo strumento con cui Olivetti introdurrà in Italia forme di pensiero all’avanguardia e completamente ignorate fino ad allora, come la psicologia di C. G. Jung, l’urbanistica e lo studio delle religioni, con scritti di autori della levatura di E. Durkheim e M. Buber (secondo un aneddoto, Olivetti pubblicò L’eclissi di dio dopo aver incontrato il suo autore; bastò un solo sguardo – colmo di una consapevolezza superiore – per far capire all’imprenditore di Ivrea cosa ci fosse dentro l’anima di Buber). Ancora una volta, il suo proposito è propagare il sapere e le nuove forme del pensiero in maniera capillare, favorendo l’istruzione e disseminando embrioni di cultura, come piccoli lampi di luce atti a provocare una presa di coscienza, anche nei ceti sociali più arretrati del Meridione d’Italia, per dare un giorno frutti di rinnovamento e rinascita.

Nel 1925, dopo la laurea in chimica industriale, si reca negli Stati Uniti, sulle orme del padre, dove visita «centocinque fabbriche in sei mesi», vedendo all’opera il fordismo, disumano e razionalizzante. Durante quel viaggio comprende che il lavoro in serie è un abbrutimento per lo spirito e una minaccia, rivolta contro la salute dell’operaio. Molti anni dopo, nel corso di un’intervista, ricorderà: «Mio padre mi mandò a lavorare in un reparto di trapani quando avevo tredici anni. Ho faticato molto a lavorare in fabbrica, perché il lavoro di queste macchine non mi attraeva e la mia mente vagava. Era una specie di ritegno, avevo difficoltà a capire come si potesse stare diverse ore sulla stessa macchina, senza imprigionare lo spirito». Secondo il giovane, dal momento che la fabbrica richiede all’operaio un enorme prezzo da pagare, in termini di risorse ed energie, essa dovrebbe restituire l’equivalente attraverso benessere materiale e produzione di cultura – in linea con i principi della Buildung personalista, che aspira a un elevamento dell’uomo. La fabbrica deve farsi produttrice di bene, non solo di beni. Nel celebre discorso tenuto in occasione dell’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli, nel 1955, si domanda: «Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinate, una destinazione, una vocazione, anche nella vita della fabbrica? La nostra società crede nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina e nella sua possibilità di elevazione e riscatto». Parole emozionanti, dai contenuti altamente ideali, che evocano, sulla scorta di Plotino e del neoplatonismo, le particelle divine instillate nell’anima umana al principio dei tempi, ma soprattutto “le scintille” del pensiero chassidico che, come fiammelle celesti, pervadono il mondo e le nostre esistenze.

Gli strumenti messi in atto per realizzare questi fini sono molteplici e porteranno la Olivetti all’avanguardia delle conquiste sociali: le donne impiegate avranno diritto a un assegno di maternità; gli operai otterranno il sabato e la domenica liberi e saranno coinvolti nell’amministrazione attiva dell’azienda, eleggendo parte dei quadri; sarà garantita l’assistenza sanitaria a tutti i lavoratori. All’interno della fabbrica verranno organizzate proiezioni cinematografiche e, durante la pausa pranzo, incontri con filosofi e scrittori. La vita dei lavoratori sarà il più possibile umanizzata. Anche l’architettura avrà la sua parte: le pareti degli edifici industriali verranno costruite interamente in vetro, per dare un’idea di ariosità e assenza di costrizione – il contrario del tetro capannone fordista –, le strade di ingresso trasformate in viali ombrosi, mentre gli ambienti di lavoro saranno abbelliti con quadri di pittori famosi – celebre l’affresco di Guttuso, presente dapprima nel negozio romano della Olivetti e poi collocato in uno stabilimento in Piemonte: gli operai devono lavorare in luoghi che diano serenità al loro animo. Il fine più alto è insomma dare una ragion d’essere a coloro che sono impiegati in fabbrica, una vocazione atta a farli sentire parte di qualcosa di più grande. Quest’opera avverrà nel segno dei princìpi di verità, giustizia, amore e bellezza, le quattro forze spirituali che accendono l’anima di altissima grazia.

«La cultura ha molto valore qui», scrisse Olivetti. «Abbiamo portato in tutti i paesi della comunità le nostre armi segrete, i libri, i corsi culturali, l’assistenza tecnica nel campo della agricoltura. In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo». I dirigenti della Olivetti costituiscono un’anomalia rispetto ai loro colleghi europei, perché annoverano tra le proprie fila – accanto a scienziati e ingegneri – scrittori, poeti, artisti, psicologi, sociologi e architetti. Franco Momigliano, Paolo Volponi, Geno Pampaloni, Franco Ferrarotti, Luciano Gallino, Lodovico Quaroni, Furio Colombo, Tiziano Terzani, Franco Fortini, Giovanni Giudici e Cesare Musatti – solo alcuni degli intellettuali assunti dalla Olivetti – non vennero impiegati per mero mecenatismo o «per fare i menestrelli alla corte del principe», come disse lo storico dell’impresa Maggia, ma «con precise funzioni aziendali» in base alle loro capacità dirigenziali e operative e al loro talento di prevedere le tendenze del mercato e gli interessi del consumatore. Secondo Giulio Carlo Argan, Olivetti non si limitò a promuovere la cultura ma la inserì organicamente nel ciclo produttivo, conferendole una funzione mai avuta prima.

Uno strumento di primaria importanza per realizzare i fini dell’imprenditore piemontese è inoltre l’urbanistica: «L’architettura è l’atto che dà forma alle istanze di rinnovamento», specie in quelle regioni dove l’arretratezza economica fa sentire maggiormente il suo peso. Se pensiamo al degrado che opprime le periferie delle città italiane, alle lacune di una politica che ha permesso alle nostre città di svilupparsi selvaggiamente e – nella maggior parte dei casi – senza una ratio, e alla mancanza di centri di aggregazione che cementino comunità di persone in cui poter condividere la propria quotidianità, i propri progetti, la propria umanità; se pensiamo allo sradicamento che intere generazioni di italiani hanno dovuto soffrire per la mancanza di punti di riferimento sociali e culturali, prima ancora che urbanistici, e alla disarmonia più completa cui sono state consegnate, possiamo allora comprendere quanto sia importante una scienza come quella urbanistica. Fin da ragazzo, Olivetti si appassiona alle opere dei grandi architetti internazionali, di cui legge i trattati, trovandovi idee di armonia che riflettono il proprio pensiero sull’uomo e sul mondo. Nei disegni di Olivetti l’urbanistica deve creare un ambiente esteticamente elevato e dispositivi che aggreghino la comunità attorno a centri culturali e di guida politica. Se l’equilibrio dell’architettura riflette quello dell’ordine sociale e l’armonia interiore dell’uomo realizzato, l’urbanistica ha tuttavia anche il dovere di creare le condizioni minime per una vita dignitosa, costruendo scuole, case, ponti e ospedali, là dove l’arretratezza economica è più marcata o dove la guerra ha lasciato il suo carico più pesante di devastazione.

Negli anni Cinquanta, Olivetti si impegna attivamente nel progetto I-RUR, il piano di rinnovamento urbanistico e rurale del canavese, in Piemonte, che si oppone all’abbandono delle aree montane e favorisce il coordinamento produttivo tra città e campagna. Nel 1959, Fanfani lo nomina vicepresidente dell’UNRRA CASAS, un ente statale che si occupa di attività edilizia per i ceti meno abbienti. Olivetti vuole estendere l’opera dell’istituzione a un più complesso quadro di promozione culturale ed economica, coinvolgendo architetti come Friedmann (nel caso dello studio sociologico di Matera) o Figini e Pollini (per quanto riguarda «il suggestivo progetto di Porto Conte in Sardegna, non realizzato»). I suoi tentativi di accostare l’urbanistica alla semplice edilizia saranno però pesantemente intralciati dall’apparato burocratico statale e dalla scarsezza di fondi, tanto che Pampaloni definirà l’UNRRA CASAS «una scatola vuota», un esperimento sociale che non permetterà – o lo farà solo in parte – ai sogni di Olivetti di realizzarsi.

Nel 1945, Adriano eredita l’azienda di famiglia. Se per Camillo Olivetti la produzione in fabbrica doveva essere artigianale (paradigma del piccolo e bello), Adriano trasforma invece l’azienda in un’industria con quarantamila dipendenti, capace di imporsi sui mercati internazionali e di acquisire, nel ’58, la Underwood, colosso americano dell’informatica. La Olivetti primeggerà nel nascente settore elettronico grazie all’idea di utilizzare i transistor nei circuiti elettrici – in precedenza, si usavano le giunzioni di silicio –, progetto sviluppato dal figlio Roberto e dall’ingegnere italo-cinese Mario Tchou, scomparso in un incidente stradale nel ‘61.

L’atteggiamento di Adriano verso la modernità è critico ma costruttivo: dato per irreversibile l’avvento del mondo della tecnica, egli tende all’ultra-modernità, cioè a un eone rifondato – per dirla con Steiner – che valorizzi tutte le sfere dello scibile umano. L’imprenditore apprezza i lati positivi delle scoperte scientifiche e quei «guadagni storici» che permettono di aumentare il benessere materiale dell’umanità; la scienza ha tuttavia il preciso compito di farsi portavoce della “verità”, intesa come strumento di protezione e salvaguardia degli uomini, rinnegando le tendenze negative che portano all’alienazione e alle bombe – siamo in piena Guerra Fredda!

Essa dovrà inoltre sottomettersi a forze spirituali; se gli uomini o gli Stati dimenticheranno una sola di queste forze creatrici, non potranno indicare a nessuno il cammino verso la civiltà.

Secondo la mistica ebraica e il pensiero escatologico cristiano, la verità è ciò che fa risplendere di luce la vita terrena, indirizzando la storia verso un’epoca prospera di fratellanza; è lo strumento con cui gli inviati del Signore possono debellare il male dal mondo grazie al potere della parola purificante. Non è un caso che Olivetti ricordi il Vangelo di Giovanni: «Durante l’ultima Cena, Cristo annunciò agli apostoli che Iddio avrebbe mandato nel mondo un Consolatore, che avrebbe mandato il mondo verso la verità totale». Secondo Olivetti, il sapere scientifico è lo strumento con cui l’intellettuale, che si è spogliato della brutalità di ogni violenza e si è ammantato del sapere più alto, può redimere l’umanità, riportandola in un dominio primordiale, pervaso di verità e giustizia e animato dallo stesso soffio della forza creatrice.

Sono teorie affascinanti, che risentono delle idee sulla storia di Walter Benjamin e del concetto di tikkun della quabbalah luriana. Secondo il filosofo, la storia è un susseguirsi di eventi disconnessi, su cui gli uomini possono esercitare il proprio potere messianico, di redenzione. Riguardo invece al tikkun, Matteo Bianchi lo definisce come quell’«azione umana che è in grado di modificare la realtà terrena al fine di ristrutturarla secondo il progetto originario di Dio, non realizzatosi per la dispersione delle particelle del male nel mondo». Il fine di Olivetti è favorire questa restaurazione spirituale e immettere il progresso in una sorta di catarsi, in una vicenda provvidenziale di riscatto. «Non guardiamo alla scienza, al rigore tutto terreno dei suoi strumenti», scrive, «come al piccone demolitore delle tradizioni e dei valori elementari […] – nella scia del pensiero illuminista –, ma identifichiamo il cammino della scienza con quello della verità e le sue conquiste con uno stato di liberazione dal dolore, sì che il suo trionfo risplenda di una luce di carità». Possiamo così rispondere alla domanda che ci siamo posti: Olivetti trovò una via in grado di superare la dialettica dell’illuminismo.

In cima agli interessi di Olivetti troviamo tuttavia la politica. Giovane militante del partito socialista e amico di intellettuali oppositori del fascismo, come Gobetti, nel 1933 prese tuttavia la tessera del partito e si schierò su posizioni vicino a quelle di Giuseppe Bottai, gerarca eterodosso che operò nel mondo della cultura. Valerio Ochetto scrisse: «Si ha l’impressione che abbia chiesto l’iscrizione per evidenti ragioni di opportunità, avendo un’azienda che ha necessità di essere tutelata». Nella sua introduzione al libro di Erica Olivetti Gli Olivetti e l’astrologia (Edizioni Mediterranee, Roma 2002), Giorgio Galli aggiunge: «In realtà quello che spinge Adriano è la supposizione che un tipo di politica illuminata sia possibile anche durante il regime, lungo le vie del corporativismo economico e del razionalismo urbanistico». Ochetto aggiunge: «Tutti gli architetti o gli urbanisti italiani all’avanguardia si considerano fascisti di sinistra e puntano sul Duce». Ma la polizia di Stato non ha dubbi: Adriano viene etichettato «sovversivo» e «per concezioni personali antifascista, malgrado non faccia propaganda contraria».

Durante la guerra, Olivetti si impegnò attivamente contro il fascismo; reclutato dai servizi segreti alleati, svolse un ruolo di collegamento tra questi ultimi e i capi della resistenza, finché nel ’43 fu imprigionato a Regina Coeli per opposizione al regime; scarcerato dopo sei mesi, nel ’44 dovette riparare in Svizzera lasciando in Italia il padre e la madre, che non sopravvissero alla guerra. Negli anni successivi, militò nei partiti di sinistra ma capì presto come questi non potessero a loro volta soddisfare le sue esigenze di riforma sociale. Nel 1958 fondò così il “Movimento Comunità”, che si presentò alle elezioni politiche per portare avanti le idee comunitarie in tutto il paese. Malgrado il suo carattere piuttosto timido, Adriano si impegnò intensamente nella campagna elettorale e girò per tutta Italia, spendendo di tasca propria più di un miliardo di lire; eppure, il movimento non ebbe un riscontro adeguato – il suo linguaggio, non demagogico, potremmo dire che splendeva troppo di verità – e prese solo trecentomila voti: ciò bastò a ottenere un seggio alla Camera, che ricoprì egli stesso per circa un anno. Secondo Massimo Fichera, allora dirigente del movimento, «i deputati avvicinavano Olivetti solo per chiedere favori e posti di lavoro per la propria clientela; per uno come Adriano, erano cose che lo facevano soffrire molto». Il Movimento Comunità rappresentò l’apice e al tempo stesso la fine di tutte le sue ambizioni. La sua morte segnò la battuta d’arresto sia dell’espansione della Olivetti nel mondo sia dell’avvenire del Movimento. Ciononostante, le idee di quest’uomo dalla volontà d’acciaio non possono essere dimenticate – soprattutto in tempi di crisi, come i nostri. Con il suo sorriso bonario, Olivetti ci indica una via per costruire delle istituzioni più giuste e uno Stato che operi per la felicità dei cittadini.

La pietra angolare del suo pensiero politico e sociale è il concetto di Comunità, «la cellula primaria dello stato». A differenza di Mounier, l’imprenditore di Ivrea delinea con precisione le strutture e le istituzioni comunitarie: «Una comunità troppo piccola è incapace di permettere uno sviluppo sufficiente dell’uomo e della Comunità stessa» – il rischio è «l’isolamento e lo sgomento dell’uomo solo», ma anche quell’eccessiva penetrazione nella privacy di ogni individuo, il quale non avrebbe la possibilità di godere della propria libertà (basti pensare alle censure e ai condizionamenti operanti nella città di provincia). Le grandi metropoli, al contrario, disgregano la personalità e non danno punti di riferimento, lasciando l’uomo in balia di situazioni a volte incomprensibili, su cui non ha controllo – questa volta il rischio è lo sradicamento radicale, per dirla con Simone Weil. Olivetti vede l’optimum per una vita felice in una città tra i settantacinque e i centocinquantamila abitanti. Peraltro, non manca di aggiungere: «La nostra Comunità dovrà essere concreta, visibile, tangibile, una Comunità né troppo grande, né troppo piccola, territorialmente definita, dotata di vasti poteri che dia a tutte le attività quell’indispensabile coordinamento, quell’efficienza, quel rispetto della personalità umana, della cultura e dell’arte che la civiltà dell’uomo ha realizzato nei suoi luoghi migliori». Nella Comunità olivettiana, gli uomini possono vivere in armonia tra loro, raggiungere il pieno sviluppo della propria persona e liberare le forze più alte dell’anima. Lo stare insieme fortifica le istituzioni e dà nuove possibilità di realizzazione. Il fulcro attorno a cui si svilupperà questo esperimento sociale sarà la fabbrica o l’azienda agricola.

L’architettura sociale della Comunità è basata sul numero sacro e le forme istituzionali sono forgiate su principi di armonia, appartenenti alle tradizioni aurorali dell’umanità: sette le funzioni politiche fondamentali (affari generali, giustizia, lavoro, cultura, assistenza, urbanistica ed economia), come il numero dei pianeti nell’antichità e delle sfere di Pitagora, in cui procede l’anima durante la vita; tre invece sono gli organi esecutivi investiti con una combinazione di princìpi democratici ed élitari: un presidente della Comunità, eletto dal popolo con suffragio universale, un titolare delle relazioni sociali, scelto dal sindacato dei lavoratori, e un segretario generale, espressione del mondo della cultura. Anche l’uomo, somma olistica di più parti, è rappresentato come un quaternario di forze elementari – aria, terra, fuoco e acqua – che devono essere progressivamente perfezionate e armonizzate tra loro; ciò ricorda, tra le altre cose, la suddivisione dei tipi di uomini dei pitagorici, e le teorie ermetiche riportate in Saturno e la melancolia di Panofsky e Klibansky. Quattro ancora sono le forze spirituali fondamentali: amore, verità, giustizia e bellezza. Il carisma e il merito sono due valori fondamentali e i politici dovranno dimostrare la propria attitudine al governo, passando attraverso scuole di formazione simili a quelle dei quadri dirigenti francesi. Quest’idea del politico non è dissimile a quella del filosofo governante della Repubblica di Platone.

Il fine della Comunità sarà l’instaurazione della perfetta Civiltà Cristiana, ovvero la migliore sintesi dei valori del Cristianesimo (libertà e umanità) da una parte, e socialismo e solidarietà dall’altra. Il riferimento è Maritain, il quale definisce i tratti di una civiltà che sappia vivere nello spirito del Vangelo delle origini, laica e tollerante verso ogni confessione religiosa e che promuova al massimo grado l’uomo e la sua persona. Olivetti completa questa visione elaborando il concetto di vocazione, cioè, come scrive Michele Mornese, «la coscienza del ruolo che la persona è chiamata a svolgere dentro la società». La vocazione è il brivido che ci fa intendere noi stessi e ci mette a nudo davanti alla responsabilità di diventare ciò per cui siamo stati creati. La civiltà di Olivetti è una civiltà di vocati, di persone chiamate a realizzare la propria personalità e spiritualità, nel rispetto della vocazione dell’altro, portatore del medesimo anelito. «Da tale ispirazione del concetto mistico di vocazione» rileva sempre Mornese, «nasce l’istanza di instaurare nell’al di qua l’ordine voluto da Dio». Il regno dei cieli sulla terra, dunque…

Utopia? Per niente, secondo Martin Buber, che scrisse: «Olivetti non è stato affatto un utopista. Le sue idee erano del tutto topiche, cioè connesse alla realtà del qui e ora». Egli di fatto realizzò le idee comunitarie e personaliste nei suoi stabilimenti industriali, e così la Olivetti divenne il laboratorio, la fucina alchemica dove far crescere, al riparo da un taylorismo giudicato inumano, un uomo nuovo, spronato verso la verità e il bene (concetti che d’altronde, per Heidegger, sono il medesimo), che a sua volta fosse catalizzatore della trasformazione altrui, instaurando così una reazione a catena in grado di portare all’avvento di un’umanità migliore.

La società – questo il retaggio dell’insegnamento olivettiano – dovrebbe promuovere la libera felicità di ciascuno e la trasformazione degli individui in persone pienamente realizzate ed evolute, culturalmente e spiritualmente. Dovrebbe inoltre rispondere a criteri di armonia e bellezza, gli stessi predicati dagli antichi, e comprendere che il tutto risplende di luce solo se vi è verità e giustizia in ogni frammento.

 

Bibliografia:

Michele Mornese, L’eresia politica di Adriano Olivetti, Lampi di stampa, Milano 2005.

Valerio Ochetto, Adriano Olivetti, Marsilio, Venezia 2008.

Adriano Olivetti, La città dell’uomo, introduzione di Giuseppe Berta, prefazione di Geno Pampaloni, Edizioni di Comunità, Torino 2001.

Erica Olivetti, Gli Olivetti e l’astrologia, introduzione di Giorgio Galli, Edizioni Mediterranee, Roma 2002.

 

Si ringraziano Beniamino de’ Liguori e la Fondazione Olivetti per il gentile aiuto prestato nella stesura di questo saggio.

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Giunto al quinto numero, INLAND. Quaderni di cinema affronta uno snodo cruciale, fatto di significative ed emblematiche svolte che segnano uno scarto, un’apertura rispetto alla precedente linea editoriale. Innanzitutto la scelta del [...]
Carlo Verdone

Carlo Verdone

Inland n. 12/2019
"Vi ho chiesto di mettere la mia moto Honda Nighthawk in copertina perché su quella moto c'è passato il cinema italiano. Su quella moto io sono andato e tornato da [...]
Rob Zombie Reloaded

Rob Zombie Reloaded

Inland n. 8/2019
Giunto all’ottavo fascicolo, INLAND. Quaderni di cinema riavvolge per un attimo la pellicola della sua breve ma significativa storia, tornando a percorrere i passi compiuti nel 2015 quando aveva aperto [...]
America! America? - Sguardi sull'Impero antimoderno
L’impero statunitense ha sempre generato nella cultura italiana reazioni contrastanti, che spaziano da un’esaltazione semi-isterica a una condanna a priori, altrettanto paranoica. Sembra sia pressoché impossibile, per chi si confronta [...]
Walt Disney - Il mago di Hollywood
«Credo che dopo una tempesta venga l’arcobaleno: che la tempesta sia il prezzo dell’arcobaleno. La gente ha bisogno dell’arcobaleno e ne ho bisogno anch’io, e perciò glielo do». Solo un [...]
4-4-2 - Calciatori, tifosi, uomini
Nel calcio s’intrecciano oggi le linee di forza del nostro tempo; talvolta vi si palesano le sue fratture, i suoi non-detti. Ecco perché il quattordicesimo fascicolo di «Antarès» è dedicato [...]
Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding Refn

Inland n. 4/2017
Perché Nicolas Winding Refn? La risposta è semplice: perché, piaccia o no, è un autore che, più di altri, oggi ha qualcosa da dire. Sebbene sempre più distante dalle logiche [...]
Michele Soavi

Michele Soavi

Inland n. 6/2018
Il nuovo corso di INLAND. Quaderni di cinema, inaugurato dal numero #5, dedicato a Sergio Martino, è contraddistinto da aperture al cinema italiano, al passato, a trattazioni che possano anche [...]

Ultimi post dal blog

In occasione del compleanno di Matthew MacFadyen (Great Yarmouth, 17 ottobre 1974), indimenticato Mr Darcy e Oblonsky rispettivamente in Orgoglio e pregiudizio e Anna Karenina di Joe Wright, vi proponiamo il montaggio dedicato alla cinematografia del regista britannico dalla co-curatrice di Bietti Heterotopia per promuovere il suo numero #30: "Joe Wright. La danza dell'immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill" di Elisa Torsiello, con prefazione del premio Oscar Dario Marianelli e postfazione del direttore della fotografia Seamus McGarvey. [embed]https://youtu.be/Ug5MtNLGAUs[/embed]    
11 Settembre 2001. Sembra quasi superfluo sottolineare come questa data, col suo carico di orrore e violenza, abbia sconvolto per sempre la società occidentale del XXI secolo. La morte di migliaia di persone, che tutti hanno potuto vedere in diretta televisiva, ha avuto un impatto psicologico di portata mondiale. Così come lo hanno avuto tutti gli eventi che ne sono seguiti: le guerre in Iraq e Afghanistan, la scoperta delle torture nel carcere di Abu Graib, la recrudescenza della xenofobia, la grande crisi economica. Una cicatrice che ancora oggi segna profondamente l’Occidente E il cinema, che si rapporta sempre alla società [...]