Calcio, letteratura e sacro

Andrea Scarabelli
4-4-2 – Calciatori, tifosi, uomini n. 14/2019
Calcio, letteratura e sacro

Secondo il purtroppo semi-dimenticato Jean Parvulesco, autore di Le retour des Grands Temps e La spirale prophétique, in un’epoca materialista come la nostra il sacro sceglie come terreno d’elezione il romanzo (specie se fantastico). La pensava così anche Vladimir Dimitrijević, fondatore della casa editrice L’Âge d’Homme, in cui riversò intere opere di questo tipo. Non è altrettanto noto, però, che Dimitrijević fu anche un fanatico di calcio, che non solo seguì fino allo sfinimento ma praticò assiduamente, sin dalla giovane età. Un bilancio delle sue avventure calcistiche è contenuto in un piccolo capolavoro intitolato La mia vita come un pallone rotondo, dichiarazione d’amore incondizionato verso uno sport che non è solo un passatempo, ma la messa in scena di una vera e propria trasfigurazione dell’uomo, riattivazione di una memoria ancestrale, che affonda le proprie radici nel nostro essere animali, e poi a ritroso, sempre più indietro, prima della caduta nella Storia. Una variazione moderna su un tema molto più antico, simile a quello degli scacchi: «Anche lì, infatti, le regine e gli alfieri, le torri e i cavalli possono farvi ritornare a un Medioevo sepolto, ma la sola cosa che conta, in definitiva, è lo scacco matto. E lo scacco matto, nel calcio, si chiama gol».

Ma lo scacco va realizzato sia giocando con le regole codificate sia creandone altre, secondo un modus operandi che è allo stesso tempo una grandiosa metafora della vita e del passaggio tra le età. Ogni gioco – come scrisse Huizinga – è infatti il trionfo della libertà sulla necessità, ma anche un autentico rito di passaggio, durante il quale il caos diventa cosmo e le spinte pulsionali dell’infanzia, altrimenti cieche e autodistruttive, vanno a sublimarsi in un destino. Sul campo da calcio la pulsione acquista una forma, diventa adulta consapevolezza, capacità, controllo e magnanimità, debellando uno dei mali del nostro tempo, il cinismo, che in fondo altro non è se non un meccanismo infantile applicato fuori tempo massimo. Guai alle società che non ammettono riti di passaggio, come la nostra: il dramma degli “eterni adolescenti”, dei forever young, nasce proprio qui, come ha scritto Riccardo Paradisi nel suo Un’estate invincibile.

Il calcio come rito di passaggio, insomma, ecco la geniale prospettiva di Dimitrijević, che tra l’altro si applica anche alla letteratura, ennesima fuoriuscita dalla necessità ed esercizio di libertà come pochi altri, nonché – appunto – riattivazione del sacro: «Il modo in cui uno scrittore colloca una virgola o un aggettivo, il modo in cui percepisce la propria musica, il respiro della frase, tutto ciò si ritrova in questo gioco magico. Vi è un calcio musicale, vi sono giocatori epici, giocatori lirici, giocatori accademici. Si riconoscono tanto in letteratura quanto nel calcio». Insomma, si allestisce una partita così come si dispongono le lettere su un foglio bianco, facendole agire in sincrono o in opposizione le une alle altre. In entrambi i casi è una vittoria sul caos, sull’oscurità – sia essa quella verde del campo senza giocatori, o bianca, del foglio di carta illibato, non ancora sfiorato dalla penna.

Il calcio come letteratura e la letteratura come calcio, dunque, aperture verso l’alto, oggi quasi esclusivo monopolio dei partigiani di una visione burocratica, piatta, prosaica e calcolatrice. Allora il gesto atletico diventa misurabile, tarabile, si tramuta in “prestazione”. Allora viene meno l’idea dello sport come rito di passaggio e si precipita in uno scenario all’insegna del calcolo e della razionalizzazione. Allora le Muse tacciono – e, insieme alle Muse, la vita stessa. Così come la sua più immediata raffigurazione, un pallone rotondo.

Vladimir Dimitrijević, La mia vita come un pallone rotondo, tr. di Marco Bevilacqua, Adelphi, Milano 2000, pp. 150, € 10,20.

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