Statigenerali: intervista a Luca Pacilio su «Il videoclip nell'era di YouTube»

Luca Pacilio
2015-04-15 09:31:39
Statigenerali: intervista a Luca Pacilio su «Il videoclip nell'era di YouTube»

Luca Pacilio, vicedirettore della rivista di cinema online Gli Spietati e titolare della rubrica Videostar sul settimanale «Film Tv», è autore di Il videoclip nell’era di Youtube. 100 videomaker per il nuovo millennio (Bietti Heterotopia), volume che approfondisce lo stato di salute del videoclip contemporaneo e le sue evoluzioni nel corso degli ultimi decenni, che lo hanno portato ad essere sempre meno vincolato a logiche di pura e semplice promozione discografica. Un lavoro approfondito che individua gli autori più originali e le tendenze più significative e intende restituire dignità artistica a una forma espressiva considerata ancora troppo spesso minore, nonostante una influenza sempre più marcata sul linguaggio cinematografico. Gli Stati Generali lo hanno intervistato.

Uno dei temi ricorrenti del tuo libro, e immagino anche uno dei motivi che ti hanno spinto a scriverlo, è che la critica cinematografica – al contrario del cinema – sembra fare ancora fatica a riconoscere dignità artistica al videoclip. Sta cambiando qualcosa o il “sospetto” c’è ancora?

Sicuramente l’imporsi nel mondo del cinema di videomaker come Michel Gondry, Spike Jonze o Mark Romanek ha determinato un cambiamento. Di alcuni di essi, penso per esempio a David Fincher, si è addirittura smesso di pensare come a dei cineasti che provengono da quel mondo, il che però conferma come, in molti casi, le origini videomusicali vengano viste come una macchia da cancellare o, al meglio, come una bizzarria da ignorare. Dagli anni Novanta fino a oggi, comunque, l’atteggiamento pregiudiziale che caratterizzava tanta critica, quell’infastidito storcere il naso di fronte al videoclip – forma espressiva eminentemente pop, dichiaratamente mainstream e troppo compromessa col sistema industriale per poterle riconoscere dignità artistica – si è gradualmente attenuato. Ciò non toglie che il debutto di un videomaker nella Settima Arte determini ancora circospezione e sospetto: il critico quasi sempre evita di sbilanciarsi, attende che il lavoro del regista si consolidi, vuole operare su un terreno sicuro. Tutto questo, com’è evidente, non dice nulla del cinema o del videoclip, né tantomeno delle relazioni tra l’una e l’altra dimensione, ma solo del modus operandi di una critica che invece di registrare quanto accade pensa a preservare la sua autorevolezza.

In che modo l’arrivo di YouTube ha influenzato l’evoluzione del mezzo?

Dopo i fasti degli anni Novanta, epoca decisiva che impone la figura del videomaker e che è caratterizzata da produzioni ricchissime celebrate dai canali tematici, MTV in testa, negli anni Zero la situazione si è profondamente modificata: i budget sono diventati più contenuti e la televisione ha progressivamente smesso di essere il canale privilegiato di diffusione della videomusica. YouTube ha reso il mutamento in atto davvero radicale perché ha imposto una logica completamente nuova, quella della viralità. Oggi tanto più un video è cliccato tanto più determina un profitto per l’artista. Il clip punta dunque alla viralità, deve rendersi appetibile: questo fenomeno ha fatto sì che le idee e le provocazioni divenissero la materia prima e il motore propulsivo della videomusica contemporanea. Quella di YouTube è un’epoca che impone, per questi motivi, una nuova estetica, oltre a modificare le modalità di fruizione del videoclip, visto che il potenziale spettatore, potendo scegliere quando e cosa vedere, assume un ruolo attivo impensabile al tempo di MTV.

Molti videomaker di ultima generazione giocano con il tema del realismo, un tratto che mi pare comune anche a TV e cinema. Nel videoclip tuttavia questo elemento è particolarmente marcato, c’è una ragione specifica secondo te?

Il fenomeno nasce proprio in collegamento con quel ridimensionamento dei budget cui facevo riferimento prima e col mutamento della piattaforma di riferimento. Negli ultimi anni si ricorre sempre meno a set elaborati e a kolossalismi esasperati (penso ai video milionari di Mark Romanek) o a complesse e costose sperimentazioni sulla tecnologie (penso alle lunghissime lavorazioni dei video di Chris Cunningham, quasi inconcepibili oggi). Su YouTube proliferano video a bassa definizione, lacerti di realtà, documentazioni usa e getta (serie o facete) e il videoclip, come altre forme espressive quali il cinema, se ne fa interprete. Non è ovviamente la realtà, è la rappresentazione di un’idea di realtà, filtrata da due fenomeni legati a stretto filo con la Rete: la celebrazione dell’ego e lo sguardo comparativo rivolto alle vite degli altri. È un realismo a volte di puro stile, aperto come appare ad accogliere istanze metafisiche o distopiche: penso ad alcuni video di Romain Gavras o AG Rojas o al documentarismo sci-fi di un film come Cloverfield.

La presenza sempre crescente di collettivi di videomaker che operano sotto una sigla comune è un’altra grande novità del nuovo millennio. Una influenza dell’anima collettiva propria della Rete?

Sicuramente la Rete ha un ruolo molto forte in questo fenomeno, facilitando contatti, scambi di idee e riconoscimenti di territori tematici e stilistici di comune interesse. Poi ci sono le scuole: gli artisti crescono insieme, si coalizzano. Un altro fattore determinante è l’imporsi delle scene. Non è un caso che questa formula si sia diffusa moltissimo in Francia, dove, negli ultimi anni, si è creato un ambiente creativo fertilissimo in cui la collaborazione, il confronto continuo di concetti ed esperienze costituiscono una modalità riconosciuta di arricchimento e crescita.

Negli anni 80 il videoclip rappresentava un mezzo puramente promozionale, nei 90 si è affermata la figura dell’autore, importante quanto l’artista rappresentato. Con il nuovo millennio la situazione si è fatta ancora più complessa e variegata: chiunque con mezzi minimi è potenzialmente in grado di realizzare un prodotto artistico credibile, inoltre all’obbiettivo di vendere dischi si sostituisce la viralità. Un quadro che suggerisce una crescente libertà espressiva, un mezzo sempre più svincolato dalle logiche del passato, ma è davvero così? Troppe possibilità non rischiano di ottenere un effetto contrario, o quantomeno rendere più difficile la creazione di qualcosa che lasci davvero il segno?

L’esistenza di questo rischio è innegabile. È sicuramente positivo che la possibilità di esprimersi sia aperta a tutti, che ci sia una democratizzazione nell’accesso ai mezzi, ma ovviamente questa enorme opportunità ha il suo risvolto negativo: sulla rete si riversa tantissimo materiale, di qualsiasi fattura, e questo, a mio avviso, è stato all’origine dell’oscuramento della figura del videomaker nei primi anni Zero. È accaduta una cosa paradossale: il videomaker continuava a operare sulla base di una logica autoriale, come nei Novanta, ma, in mezzo al marasma produttivo, non riusciva più a rendersi riconoscibile come nel decennio precedente. E infatti, come giustamente sottolinei, è diventato molto più difficile marcare a fuoco l’immaginario, creare delle immagini-icone che rimanessero appicicate alla memoria del pubblico. Non è un caso che, ancora adesso, se si parla di registi di videoclip, a meno che non si sia addentro la questione, si finisca col nominare i soliti nomi dei Novanta, nonostante non siano più al centro della produzione videomusicale. È anche da questa constatazione che nasce il mio libro. La televisione, con tutti i limiti legati alla passività dello spettatore, aveva l’indiscutibile merito di selezionare i prodotti, di imporli all’attenzione, di creare un immaginario comune. La riproposizione sistematica del video creava un sentimento di affezione, un moto di riconoscimento che hanno costituito un patrimonio che è stato lentamente disgregato dalla frammentazione propria della Rete. Oggi l’utente è bombardato: ha tanta scelta, ma non ha il tempo né spesso gli strumenti per selezionare le cose che potrebbero potenzialmente interessarlo. Questo è l’aspetto più controverso della videomusica attuale.

Possibili scenari futuri di questa evoluzione?

È molto difficile prevedere come evolverà la videomusica, essendo un fenomeno così strettamente legato alle sue modalità di fruizione: l’avvento di YouTube ce lo insegna: il videoclip stava morendo e la nascita del Tubo gli ha dato nuova vita e nuovo senso. Sicuramente il rapporto con il digitale è destinato a intensificarsi ed è probabile che l’evoluzione avverrà attraverso quella via. La cosa straordinaria del videoclip, cosa che sottolineo moltissimo nel libro, è che è un linguaggio che punta moltissimo sulla sperimentazione, cosa che non va a detrimento del suo successo, al contrario: forse nessun’altra forma di arte visiva riesce a combinare in modo così fruttuoso avanguardia e attenzione da parte del pubblico.

Leggendo la tua disamina salta subito all’occhio l’assenza di nomi italiani, attivi sul territorio ma anche a livello internazionale. Manca una cultura specifica, essendo il nostro un mercato tradizionalmente marginale, oppure anche in un momento in cui è possibile produrre videoclip “dal basso” nessuno ha ancora sfruttato in maniera convincente queste potenzialità?

L’assenza di nomi italiani nasce dalle intenzioni del libro: parlare dell’evoluzione del videoclip nel panorama internazionale. Quello del videoclip italiano è un mondo complesso e molto variegato che inizialmente avevo pensato di affrontare in un capitolo apposito. Alla fine ho rinunciato perché stante la vastità dell’argomento (si pensi solo alla galassia del rap: un mondo a parte), rischiavo di essere riduttivo e superficiale, laddove la questione meritava una trattazione puntuale e un conseguente approfondimento. Rispetto alla questione specifica che poni, quello che noto è come sia il panorama musicale indie a praticare le strade più interessanti sul fronte del videoclip, a intercettare con puntualità gli umori e le tendenze dominanti in questo linguaggio, con risultati pregevoli e con individuazioni di poetiche peculiari, mondi espressivi anche molto personali e riconoscibili. Questo tipo di approccio manca molto di più nel mainstream dove, se posso essere brutale, pare che non si sia mai usciti dagli anni Ottanta: il video è ancora, il più delle volte, liturgicamente basato sulla performance e sulla visibilità del musicista; lo standard qualitativo e professionale è molto alto, ma le formule sono estenuate, probabile conseguenza di una politica video che è in mano alle etichette e in cui il clip è visto come un dovere da onorare e non come un’occasione creativa.

di Alessandro Besselva Averame ©glistatigenerali.com

28 febbraio 2015

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