«ilGiornale.it»: Bradbury e il politicamente corretto

Andrea Scarabelli
2016-08-16 08:13:24
«ilGiornale.it»: Bradbury e il politicamente corretto

Un uomo la cui carriera ha attraversato il Secolo Breve, che ha affrontato ogni genere letterario, in assoluta libertà. Un uomo che, nell’avvicendarsi dei decenni, si è sempre battuto contro ogni censura, letteraria e ideologica: questo è stato Ray Bradbury. È naturale che si sia scagliato in più occasioni contro quella cappa opprimente e liberticida che risponde al nome dipolitically correctnes, la quale, esplosa in America, è poi stata entusiasticamente importata in Europa, mietendo parecchie vittime nella letteratura come nel cinema (è tornato recentemente sull’argomento Maurizio Acerbi, nel suo acuminato pamphlet Come sopravvivere al cinema di sinistra). Anche perché quel politicamente corretto Bradbury l’aveva descritto con decenni di anticipo nel suo capolavoro Fahrenheit 451. Quel romanzo distopico in cui i pompieri, al posto che spegnere incendi, li appiccano, bruciando i libri. E di bruciatori di libri il Novecento ne ha conosciuti parecchi… Non solo nazisti e comunisti, ma anche quelle cricche che si battono per la censura e il ritiro dei libri.

Bradbury stesso l’aveva raccontato nel 1996 a Ken Kelley, in un’intervista uscita anni fa in italiano nel volume Siamo noi i marziani, edito da Bietti a cura di Gianfranco de Turris e Tania di Bernardo: «A un certo punto» racconta lo scrittore, «il capo dei pompieri descrive come le minoranze, una per una, tappino le bocche e le menti della gente, rievocando dei precedenti: gli ebrei odiavano Fagin e Shylock – bruciateli entrambi o, almeno, non menzionateli mai; ai neri non piaceva che il negro Jim stesse sulla zattera con Huck – bruciatelo, quantomeno nascondetelo; i gruppi conservatori, difensori del valore della famiglia, detestavano Oscar Wilde – tornatene nell’armadio, Oscar; i comunisti odiavano la borghesia – fucilatela!».

Allora Bradbury criticava le maggioranze, il loro zittire ogni dissenso, ma le cose cambiano, e lui ne è sempre più cosciente. Se ne accorge, ad esempio, quando la critica progressista si abbatte su Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, definite scurrili e razziste per una parola, nigger. Ma lo sperimenta anche sulla propria pelle, allorché le militanti femministe del Vassar College gli chiedono d’inserire più personaggi femminili nelle Cronache marziane, o quando scopre che i partigiani dei diritti civili vorrebbero vedere più personaggi di colore ne L’estate incantata. Maggioranza e minoranza si uniscono, in una dittatura ideologica congiunta, una tenaglia che seleziona all’ingresso le idee, organizzando congiure al silenzio o processi mediatici, con la complicità della cultura ufficiale. Bradbury, libertario come non mai, esplode: «Che siate maggioranza o minoranza, piantatela! Che tutti quelli che vogliono dirmi cosa devo scrivere vadano al diavolo! La loro società si frammenta in sottosezioni di minoranze che, in effetti, bruciano i libri, proibendone la lettura». Quei gruppi che strumentalizzano il loro essere minoritari per affermarsi, esponenti della scuola del risentimento denunciata dal grande critico letterario Harold Bloom, secondo il quale un poeta appartenente a qualsivoglia minoranza etnica, sociale o sessuale – pardon!, di genere – ha più chance di un William Shakespeare. Aspetti che a Bradbury non interessano: un’opera d’arte non ha bisogno di giustificazioni che non siano estetiche. Ed è la qualità del lavoro l’unico aspetto che occorre considerare.

Prima di infestare tutti gli ambiti della cosiddetta cultura alta, tra l’altro, il politicamente corretto nacque nelle università statunitensi. Che ne pensava il poeta della fantascienza, che strutturò la propria formazione sulle biblioteche e su letture liberissime, invece che attaccarsi alla gonnella del guru accademico di turno? Semplicissimo: «Una gran balla. Non si può andare in giro con la pericolosa intenzione di dire a un’università cosa debba o non debba insegnare. I membri dei consigli di facoltà che si conformano a questa linea non sono altro che degli stupidi bigotti! Ogni volta che una cosa del genere salta fuori, bisognerebbe gridare: Idioti!, e rimetterli al loro posto». La stessa correttezza che aveva condotto gli atenei ad abbassare i requisiti di ammissione ai corsi di Laurea, così facilitando l’accesso anche agli studenti meno qualificati… Il parere di Bradbury? «L’intera idea dell’istruzione universitaria viene negata… L’istruzione è una pura faccenda di apprendimento: non possiamo più permetterci di lasciare che dei dannati politici la inquinino. Lasciamo l’inquinamento ai politici». L’aveva detto ridendo, nel 1996, parlando della cosiddetta «discriminazione positiva» nelle facoltà umanistiche, ma non avrebbe riso affatto vedendo lo stato attuale degli atenei, che hanno capillarmente messo in pratica quello che lui scherniva.

E poi, i luogotenenti del pol cor, «i gelidi, marmorei intellettuali di New York», esponenti di una cultura ufficiale sempre più chiusa e autoreferenziale… quelli che leggevano le sue opere alzando il sopracciglio, giudicandole poco impegnate, di pura evasione… roba da ragazzetti incapaci di crescere o da adulti rimasti bambini… Bradbury ne ha anche per loro, palloni gonfiati dall’informazione: «Ogni volta che sfoglio il New York Review of Books non faccio che trovarci snob! Una settimana, Susan Sontag scrive su Norman Podhoretz, la successiva è Podhoretz a scrivere sulla Sontag. Quella dopo ci sarà una recensione dei loro ultimi romanzi, e poi… tutta la faccenda è così incestuosa che non può che portare all’autodistruzione». Sono loro a dettare le mode, il canone (con la minuscola), sono loro a scegliere quali argomenti è opportuno trattare per sbancare al botteghino o rimpinguare i diritti d’autore. Fieramente indipendente, Bradbury non si piega. Lui, che nella sua vita ha sperimentato generi letterari diversi, cimentandosi nella prosa come nella poesia, nel teatro come nella televisione, seguendo sempre la propria ispirazione senza piegarsi alle voghe o alle ortodossie del momento: «È un modo di fare da bugiardi, traditori, truffatori e imbroglioni: plasmare la propria opera imitando quelle altrui, adeguarsi ai gusti letterari o intellettuali, modellare le proprie opinioni politiche in base a ciò che dicono gli altri». È lapidario: «Se si bada al gusto del proprio tempo per trovare la propria direzione, si è già morti». Un inattuale.

Sembra di sentire il suo amico Walt Disney (cui fu molto legato, tanto che per Disneyland progettò lo Spaceship Earth dell’EPCOT), che una volta disse a Oriana Fallaci, in una delle sue interviste più intense: «Ah, io non posso soffrire gli intellettuali. Sono pericolosi; vivono fuori dalla natura o non ne tengono conto. Io, tutte le volte che parlo con un intellettuale, sento il bisogno irresistibile di scaraventarlo in mezzo alla giungla perché si tolga dal capo le sue stupide ideologie».

È lo spirito del tempo – del loro tempo, che, mutatis mutandis, è anche il nostro – quello contro cui combatterono Ray e Walt. Uno spirito il cui prototipo, afferma Bradbury nel fatidico 1968 in un’intervista rilasciata a Phalanx, è «il romanzo di New York, quello dell’intellettuale ebreo semiomosessuale di quarantanove anni, pieno di sé e del suo QI. Il suo problema è: divorzierà? Andrà a vivere con la sua amante o con il ragazzo in fondo al corridoio? Ma, soprattutto, è ebreo, il che gli crea problemi; oppure è di colore, e questo gliene crea ancora di più». Tutte cose che a Bradbury, semplicemente, non interessavano. Era più risoluto nel cantare la stagione incantata della giovinezza (inDandelion wine e nella Fine dell’estate) o nel denunciare la censura operata dai media, appunto in Fahrenheit, o nel creare mitologie nuove con le sue esplorazioni fantascientifiche. Sono questi gli unici antidoti al politicamente corretto dilagante, al buonismo a mano armata. Leggere per credere: «Il bisogno di avventura è costante e, ancora una volta, viene snobbato dagli intellettuali che, in questo modo, non fanno che tarpare le ali ai propri figli. Ma non si possono uccidere i sogni. Il dovere sociale deve nascere dal vivere con un certo senso dello stile, dell’avventura e del romanticismo». Immenso Bradbury, con le sue opere ci ha insegnato a vivere questi sogni nell’epoca del disincanto.

 

(Andrea Scarabelli, «ilGiornale.it», 16 agosto 2016)

Ultimi post dal blog

Nel primo anniversario arriva un racconto della vita di Maradona attraverso il cinema. Nel giorno del primo anniversario della morte, arriva nella collana Fotogrammi della casa editrice Bietti un libro che ripercorre la vita del grande calciatore anche e soprattutto attraverso il cinema. Non avremo un altro D10S. Diego Armando Maradona Una vita da cinema, è da oggi, 25 novembre, disponibile in versione epub e Kindle, e in versione cartacea on demand. Scritto dal giornalista e critico cinematografico Boris Sollazzo, il libro ripercorre attraverso dieci capitoli, come il numero magico della maglia di Diego, la vita di quello che è stato [...]
Boris Sollazzo: «Vi spiego chi è Maradona per i napoletani. E lo faccio con un viaggio nel cinema» Il critico cinematografico ha scritto una "biografia sentimentale" del Pibe de oro, "Non avremo un altro D10S"  «Maradona per i napoletani ha rappresentato l'opportunità del riscatto e al tempo stesso il parente più stretto con cui si va d'accordo: Diego era uno di famiglia”. E' così che Boris Sollazzo spiega cosa El pibe de Oro abbia rappresentato per i napoletani. Una cosa che – secondo il critico cinematografico – non ha molti eguali nella storia dello sport nostrano. Boris [...]
A un anno esatto (lo scorso 2 novembre) dalla scomparsa di Gigi Proietti, la Collana Fotogrammi di Edizioni Bietti dedica all’attore il sedicesimo fotogramma: L’ottavo colle di Roma. Gigi Proietti Uanmensciò. Scritto da Alberto Pallotta, il libro è un saluto ad un amico e la celebrazione di un grande uomo di spettacolo, il tutto in poco più di 80 pagine ricche di storia e curiosità. Gigi Proietti simbolo della romanità Perché “ottavo colle” di Roma? Ce lo spiega l’autore del libro, romano doc e grande appassionato del one man show che proprio un anno fa è scomparso, nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Ottavo colle in quanto parte preziosa per [...]

Ultime uscite

François Ozon

François Ozon

Inland n. 2/2016
Il secondo numero di INLAND è il primo volume dedicato in Italia a François Ozon. Regista tra i generi, firma sfuggente all’etichetta d’autore, nei suoi film Ozon fa riverberare echi [...]
Fiume Diciannove - Il Fuoco sacro della Città di Vita
1919-2019. Un secolo fa Gabriele d’Annunzio entrava in Fiume d’Italia, dando vita a quella che sarebbe stata una rivoluzione durata cinquecento giorni. Un’atmosfera febbricitante e festosa, ma anzitutto sacra, qui [...]
Aldo Lado

Aldo Lado

Inland n. 9/2019
Quello che stringete tra le mani è il numero più complesso, stratificato, polisemantico del nostro – vostro – INLAND. Quaderni di cinema. Lo è innanzitutto grazie al parco autori, mai [...]
Dylan Dog - Nostro orrore quotidiano
Detective dell’Occulto, Indagatore dell’Incubo, Esploratore di Pluriversi: come definire altrimenti Dylan Dog, dal 1986 residente al n. 7 della londinese Craven Road? Le sue avventure – che affrontano tutti gli [...]
Dino Buzzati - Nostro fantastico quotidiano
Vi sono autori, come disse una volta Conan Doyle, che «hanno varcato una porta magica». Tra questi spicca Dino Buzzati, che ha condotto il fantastico nel cuore pulsante della materia. [...]
William Lustig

William Lustig

Inland n. 13/2020
Gennaio 2015, riunone di redazione: si discute a proposito della nascita di INLAND. Quaderni di cinema. A chi dedicare i primi tre numeri? Idee tante, unanimità poca. Restano quattro progetti, [...]
Jorge Luis Borges - Il Bibliotecario di Babele
Jorge Luis Borges è un autore oceanico, un crocevia di esperienze, storie, civiltà e piani dell’essere, un caleido­scopio nel quale il passato si fa futuro e il futuro si rispecchia [...]
Antonio Bido

Antonio Bido

Inland n. 11/2019
Girata la boa del decimo numero, INLAND. Quaderni di cinema compie altri due significativi passi in avanti. Innanzitutto ottiene il passaporto. A rilasciarlo è stato il Paradies Film Festival di Jena [...]
Carlo & Enrico Vanzina

Carlo & Enrico Vanzina

Inland n. 7/2018
INLAND. Quaderni di cinema numero #7 nasce nell’ormai lontano dicembre 2017, in un bar di Milano dove, di fronte al sottoscritto, siede Rocco Moccagatta, firma di punta di tutto quel [...]
Lav Diaz

Lav Diaz

Inland n. 3/2017
È da tempo che noi di INLAND pensiamo a una monografia dedicata a Lav Diaz. Doveva essere il numero #1, l’avevamo poi annunciato come #2, l’abbiamo rimandato in entrambe le [...]
Lune d'Acciaio - I miti della fantascienza
Considerata da un punto di vista non solo letterario, la fantascienza può assumere oggi la funzione un tempo ricoperta dai miti. I viaggi nello spazio profondo, le avventure in galassie [...]
Rob Zombie

Rob Zombie

Inland n. 1/2015
Con la parola inland si intende letteralmente ciò che è all’interno. Nel suo capolavoro INLAND EMPIRE, David Lynch ha esteso la semantica terminologica a una dimensione più concettuale, espansa e [...]
Pupi Avati

Pupi Avati

Inland n. 10/2019
Numero #10. Stiamo diventando grandi. Era da tempo che pensavamo a come festeggiare adeguatamente questa ricorrenza tonda, questo traguardo tagliato in un crescendo di sperimentazioni editoriali, collaborazioni, pubblicazioni sempre più [...]
Sergio Martino

Sergio Martino

Inland n. 5/2017
Giunto al quinto numero, INLAND. Quaderni di cinema affronta uno snodo cruciale, fatto di significative ed emblematiche svolte che segnano uno scarto, un’apertura rispetto alla precedente linea editoriale. Innanzitutto la scelta del [...]
Carlo Verdone

Carlo Verdone

Inland n. 12/2019
"Vi ho chiesto di mettere la mia moto Honda Nighthawk in copertina perché su quella moto c'è passato il cinema italiano. Su quella moto io sono andato e tornato da [...]
Rob Zombie Reloaded

Rob Zombie Reloaded

Inland n. 8/2019
Giunto all’ottavo fascicolo, INLAND. Quaderni di cinema riavvolge per un attimo la pellicola della sua breve ma significativa storia, tornando a percorrere i passi compiuti nel 2015 quando aveva aperto [...]
America! America? - Sguardi sull'Impero antimoderno
L’impero statunitense ha sempre generato nella cultura italiana reazioni contrastanti, che spaziano da un’esaltazione semi-isterica a una condanna a priori, altrettanto paranoica. Sembra sia pressoché impossibile, per chi si confronta [...]
Walt Disney - Il mago di Hollywood
«Credo che dopo una tempesta venga l’arcobaleno: che la tempesta sia il prezzo dell’arcobaleno. La gente ha bisogno dell’arcobaleno e ne ho bisogno anch’io, e perciò glielo do». Solo un [...]
4-4-2 - Calciatori, tifosi, uomini
Nel calcio s’intrecciano oggi le linee di forza del nostro tempo; talvolta vi si palesano le sue fratture, i suoi non-detti. Ecco perché il quattordicesimo fascicolo di «Antarès» è dedicato [...]
Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding Refn

Inland n. 4/2017
Perché Nicolas Winding Refn? La risposta è semplice: perché, piaccia o no, è un autore che, più di altri, oggi ha qualcosa da dire. Sebbene sempre più distante dalle logiche [...]
Michele Soavi

Michele Soavi

Inland n. 6/2018
Il nuovo corso di INLAND. Quaderni di cinema, inaugurato dal numero #5, dedicato a Sergio Martino, è contraddistinto da aperture al cinema italiano, al passato, a trattazioni che possano anche [...]

Best seller

Autobiografia involontaria
Maurizio Nichetti è famoso come regista di Ratataplan, Ho fatto splash, Ladri di saponette, Volere volare, che sono stati visti [...]

Articoli piu' letti