Il Manifesto: «Pound, eruzione infinita di contraddizioni»

Ezra Pound
2015-10-29 13:36:04
Il Manifesto: «Pound, eruzione infinita di contraddizioni»

Alla vigi­lia del 130° della nascita di Ezra Pound (Hai­ley, Idaho, 30 otto­bre 1885), il cri­tico inglese A. David Moody pub­blica il terzo volume della sua pode­rosa bio­gra­fia del vate ame­ri­cano, dedi­cata al periodo com­pli­ca­tis­simo della guerra, deten­zione ecce­tera. Il titolo è infatti Ezra Pound: Poet The Tra­gic Years 1939–1972 (Oxford Uni­ver­sity Press, pp. XXII+654, £ 25.00). Stu­dioso accre­di­tato, Moody è anche bio­grafo effi­cace e rie­sce a resti­tuire tutta la com­ples­sità fasci­nosa e scon­cer­tante dell’argomento, sic­ché si giu­sti­fica la monu­men­ta­lità dell’impresa, quasi senza con­fronto per i coe­ta­nei inno­va­tori di Pound.
I tre mas­sicci tomi di Moody si inti­to­lano rispet­ti­va­mente The Young Genius 1885–1920, The Epic Years 1921–1939 e appunto The Tra­gic Years 1921–1939. Il titolo com­ples­sivo Ezra Pound: Poet è signi­fi­ca­tivo per­ché nono­stante tutto il cla­more intorno ai fatti e misfatti di Pound, Moody dedica molta atten­zione ai testi e non dubita, come annun­cia già il titolo The Young Genius, che Pound sia fra i mag­giori poeti (non solo per­so­naggi) del Nove­cento. Volen­tieri dedica sezioni della bio­gra­fia ad ana­lisi rav­vi­ci­nate delle opere più signi­fi­ca­tive e a sin­goli volumi dei Can­tos, che comin­cia­rono a uscire nel 1925 per (non) con­clu­dersi solo nel 1968. In que­sto terzo volume ha il destro di par­lare della sezione più memo­ra­bile dell’intero poema, i Canti pisani scritti nel 1945 durante la deten­zione a Metato presso Pisa in un campo di pri­gio­nia dell’esercito Usa per migliaia di reclusi ame­ri­cani che dove­vano essere «rie­du­cati» e in taluni casi giu­sti­ziati. E le ana­lisi di Moody di que­sti 11 canti (che por­tano i numeri 74–84), come anche di quelli suc­ces­sivi, sono con­vin­centi e ser­rate. Chia­ra­mente l’argomento gli è caro e anche lui ha pas­sato decenni su que­sti fogli e ha le loro felici bat­tute nell’orecchio e nel cuore.
Una par­te­cipe rico­stru­zione fra fan­ta­sia e realtà dei Canti pisani e della loro genesi si trova anche nel breve romanzo La spia di Justo Navarro (Voland). Qui l’autore-narratore si mette sulle tracce di Pound e delle sue fre­ne­ti­che atti­vità let­te­ra­rie e poli­ti­che in tempo di guerra, quando regi­strò le infau­ste tra­smis­sioni da Roma rivolte a inglesi e ame­ri­cani che gli costa­rono l’imputazione per tra­di­mento e tutti i guai che ne segui­rono, ma che lo costrin­sero anche a una deci­siva resa dei conti e a scri­vere quella confessione-apologia-diario di pri­gio­nia che sono appunto i Canti pisani. Navarro si diverte a imma­gi­nare che Pound fosse una spia dop­pio­gio­chi­sta. Cosa senz’altro non vera, ma ben tro­vata, visto che fra i disce­poli che visi­ta­rono Pound a Rapallo era quel James Jesus Angle­ton che diverrà un diri­gente par­ti­co­lar­mente deli­rante della CIA…
Insomma, Moody ha della bella mate­ria di cui occu­parsi, e lo fa con paca­tezza, senza per­dere il filo come si dice facesse Pound. In que­sti giorni infatti esce anche una ristampa di un volu­metto poun­diano quan­to­mai sin­to­ma­tico, Jef­fer­son e Mus­so­lini (a cura di Luca Gal­lesi, Bietti, pp. 125, euro 14,00), scritto nel 1933 in inglese dopo che Pound ebbe il suo unico col­lo­quio col Duce, e dallo stesso Pound assai ben tra­dotto (magari con qual­che revi­sore ami­che­vole) ed edito nel 1944 a Vene­zia dalla Casa Edi­trice delle Edi­zioni Popo­lari, ovvia ema­na­zione della R.S.I. Sin­to­ma­tico libretto per il suo vaneg­giare ispi­rato fra let­te­ra­tura, sto­ria, eco­no­mia, vita pri­vata, quello che mi capitò a Exci­deuil, quanto faceva Gigi a due anni, i misfatti dei «mer­canti di can­noni»… Per­ché tal­volta Pound vede giu­sto. «E la ven­dita d’armi con­duce ad ulte­riore ven­dita d’armi, non c’è satu­ra­zione» ripe­terà nei Pisani. E i ban­chieri, il cre­dito sociale del mag­giore Dou­glas… Que­sto diverrà un’ossessione e con­durrà Pound alle sue per­ni­ciose dichia­ra­zioni anti­e­brai­che, ma evi­den­te­mente nasce da saeva indi­gna­tio, qui con­dita ancora da umo­ri­smo e distacco. Il tor­men­tone delle ban­che e del con­trollo del cre­dito non è certo meno attuale nel 2015 che nel 1932, quando Pound pen­sava (con qual­che riserva) che Mus­so­lini (e Lenin: li cita quasi sem­pre insieme) aves­sero tro­vato una via d’uscita.
Libro diva­gante, que­sto Jef­fer­son e Mus­so­lini è tutto som­mato un auto­ri­tratto appas­sio­nato di Pound alle prese col mondo che vuole e non vuole cam­biare. I let­tori coscien­ziosi lo apprez­ze­ranno come un com­mento ai Can­tos XXXI-XLI, scritti nello stesso periodo, e che appunto ini­ziano con cita­zioni di Jef­fer­son e fini­scono con detti di Mus­so­lini. Si pos­sono tro­vare nel Meri­diano I Can­tos, curato dalla figlia Mary de Rachewiltz. La quale nel 2015 ha festeg­giato 90 anni, spesi in buona parte ad ammi­ni­strare l’eredità di un padre straor­di­na­rio e ingom­brante, ma anche a scri­vere un suo pro­prio note­vole dia­rio poe­tico, riu­nito in tutta una serie di volu­metti ita­liani e inglesi: «Ma la tua casa sarà bella e vuota / se abi­te­rai col sole linda e can­dida, / l’uomo di ghiac­cio ti ha donato il seme…» («Monu­menti», in Polit­tico, Schei­wil­ler 1996).
Di Mary, nata dalla rela­zione di Pound con la vio­li­ni­sta ame­ri­cana Olga Rudge che poi gli fu vicina negli ultimi anni, e di Doro­thy Sha­ke­spear Pound, l’algida moglie bri­tan­nica, e del figlio di lei e altro padre che ebbe nome Omar Pound, e dun­que risultò a tutti gli effetti legit­timo, Moody si occupa a lungo con la neces­sa­ria pun­tua­lità, for­nendo nuovi impor­tanti docu­menti. Dai quali si apprende per esem­pio che Pound, pur nella sua abi­tuale scom­bi­na­tezza, fece di tutto per rico­no­scere Mary come unica erede ed ese­cu­trice testa­men­ta­ria, fir­mando per­sino un atto nota­rile durante la guerra e altri docu­menti suc­ces­sivi. Che però furono igno­rati in seguito alla dichia­ra­zione di infer­mità men­tale del 1945, sic­ché l’eredità rimase con­te­stata fra la figlia di Ezra e Olga e il figlio di Doro­thy e «R».
Si sa che, rim­pa­triato sotto accusa di tra­di­mento, Pound non fu mai pro­ces­sato in quanto gli psi­chia­tri con­vo­cati dal giu­dice Laws furono d’accordo nel rite­nerlo inca­pace di inten­dere. Da ciò la lunga reclu­sione a St. Eli­za­be­ths, grande ospe­dale sulle alture di Washing­ton dove Pound scrisse e brigò fin­ché nel 1958 si decise di sanare la fac­cenda lasciando cadere l’imputazione e rila­scian­dolo sotto tutela della moglie. Donde poi nuove avven­ture, il ritorno in Ita­lia, le pas­seg­giate romane al Colle Oppio, la malat­tia, il decen­nio di silen­zio fino alla morte.
Secondo Moody fu un grave errore della difesa sce­gliere la solu­zione dell’incapacità men­tale, e di Pound accet­tarla, poi­ché un pro­cesso dif­fi­cil­mente avrebbe por­tato a una pena deten­tiva o addi­rit­tura capi­tale come Eliot e altri amici teme­vano (e i nemici auspi­ca­vano). Ma è dif­fi­cile nel 2015 rico­struire gli stati d’animo del 1945. Era tutta ovvia­mente una que­stione poli­tica, e que­sto Pound lo sapeva: «Mi faranno uscire quando vor­ranno loro». Del resto Moody parla spesso di para­noia a pro­po­sito delle affer­ma­zioni far­ne­ti­canti di Pound all’epoca di St. Eli­za­be­ths. Gli psi­chia­tri dun­que non men­ti­rono, e il loro parere aveva il van­tag­gio di andare bene a tutti, com­preso l’imputato. Le inter­vi­ste di Pound con gli psi­chia­tri dell’ospedale ripor­tate da Moody offrono uno spet­ta­colo sur­reale, dove non si sa chi sia più pazzo, Pound che si pre­senta a torso nudo e fa come stesse morendo di stan­chezza, o lo psi­chia­tra che com­pìto osserva, giu­dica e manda.
Moody ha rac­colto un’enorme massa di mate­riale ed è straor­di­na­rio che abbia saputo con­ser­vare tanta flemma e par­te­ci­pa­zione cri­tica in mezzo a quella che sem­bra un’eruzione infi­nita di contraddizioni.

 

(Massimo Bacigalupo, «il Manifesto», 25 ottobre 2015)

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