Dragoncelli di fuoco, L'arte invisibile del montaggio, Chi vuol essere showrunner?

Elisa Torsiello & Stefano Loparco & Umberto Mentana
2021-11-03 10:00:52
Dragoncelli di fuoco, L'arte invisibile del montaggio, Chi vuol essere showrunner?

Fotogrammi dell’editore Bietti è una collana recente che vuole raccontare nuovi aspetti del cinema (e non solo), suggerire inedite visioni e interrogarsi sulla cinematografia di oggi. In un formato tascabile e pratico, gli autori illustrano le loro idee in modo semplice e immediato
Continua la nostra analisi dei libri della collana Fotogrammi di Bietti editore, curata da Ilaria Floreano. A oggi la collana è in sviluppo e di mese in mese aggiunge nuovi titoli, nuove indagini critiche, nuovi profili e prospettive utili a comprendere il cinema di oggi e la sua storia. Abbiamo già visto nell’articolo I fotogrammi di Bietti (prima parte) quattro titoli, quelli che più si presentavano vicini ai campi di indagine cinematografica della nostra redazione. Abbiamo, ora, individuato altri tre titoli che si accordano su questo principio e per cui vi offriamo una recensione più asciutta rispetto al solito. Ultima precisazione: rimangono valide le caratteristiche editoriali della collana descritte nel primo articolo.

L’arte invisibile del montaggio. Intervista a Valerio Bonelli di Elisa Torsiello (#5). Il libro, circa 80 pagine, si organizza in tre parti. Il primo capitolo spiega cos’è linguisticamente il montaggio, il suo valore all’interno dell’opera cinematografica di costruttore delle immagini e di narratore della storia. Successivamente, dopo una breve presentazione, prende corpo l’intervista a Valerio Bonelli, montatore italiano con una grande esperienza all’estero; è stato, infatti, il montatore di The Martian – Il sopravvissuto, The Program, Philomena oltre ad aver legato il suo nome a quello di Joe Wright e Stephen Frears. L’ultima parte del libro, infine, si concentra soprattutto sul lavoro di montaggio da parte di Bonelli della serie tv prodotta da Netflix, SanPa. Luci e ombre di San Patrignano. Ringraziamenti, una bibliografia di riferimento sulla tecnica del montaggio e la filmografia di Bonelli. Per quanto ascoltare e leggere del lavoro di Valerio Bonelli sia interessante e accattivante per comprendere le caratteristiche del montaggio, il libro della Torsiello si presente sbilanciato, rispetto al titolo. Considerando la suddivisione dei contenuti, il titolo più adeguato sarebbe stato: Intervista a Valerio Bonelli e il sottotitolo: L’arte invisibile del montaggio. Il capitolo iniziale, infatti, è sommario nella definizione linguistica del montaggio di cui l’autrice riporta qualche definizione, supportata da citazioni, alcune delle quali poco inserite nel contesto. Questa prima parte del libro, insomma, non definisce il montaggio come un’arte invisibile. Tale dubbio non è sciolto nemmeno dall’intervista a Bonelli, definito “il sarto delle immagini”. L’autrice parte dalla richiesta a Bonelli di definire il lavoro del montatore; di spiegare il suo ruolo sul set e nella fase di postproduzione; di spiegare la giornata tipo di un montatore. Bonelli è discorsivo e molto ampio nelle risposte, sottolineando la differenza di lavoro tra le produzioni americane e quelle europee, raccontando aneddoti curiosi. Poi, l’intervista si focalizza più su di lui, sui suoi lavori, sulle collaborazioni e come si intreccia il lavoro del montatore con il regista. Si parla di stile, del perché il montatore è definito un “secondo autore”, di musica e del suo intreccio con le immagini, oltre che di tempi di lavoro e del numero di film su cui è possibile lavorare per un montatore consecutivamente. L’autrice indaga, Bonelli risponde e la lettura scorre. Rimane, però, quanto detto prima, ossia che il libro è esauriente nella configurazione artistica e lavorativa di Valerio Bonelli, ma è poco esplicativo sulla definizione linguistica del montaggio e perché nel titolo è definita arte invisibile.

Chi vuol essere showrunner? Come scrivere per la televisione in cinque brevi lezioni di Neil Landau di Umberto Mentana (#13). Con questo libro Mentana si pone l’obiettivo di tratteggiare la figura dello showrunner. Per chiarire chi esso sia, l’autore torna indietro nel tempo, al 2017, quando presso l’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna venne per una serie di lezioni Neil Landau. La sua masterclass, come si legge nell’introduzione, ha avuto il merito di dare informazioni utili su questa professione che in Italia era ed è ancora poco sviluppata, seppur rappresenti il presente e il futuro delle serie tv. Il corpo principale del libro racchiude i cinque pilastri attraverso cui si svolge la professione dello showrunner, a cui fa seguito un’intervista a Landau da parte dell’autore, i ringraziamenti e una bibliografia. Ogni capitolo è, inoltre, corredato da un QR code che rimanda a contenuti extra e nel caso dell’intervista a Landau al testo integrale. Vi consigliamo soprattutto di visualizzare il primo QR code posto al termine dell’introduzione: una vera chicca!
Let’s Get Existential spiega su che assi impostare la storia; Filling the Void continua tale riflessione, dichiarando che il pubblico deve credere in una storia genuina incardinata su un mistero principale che viaggi tra passato e futuro. The Role of the Paradox precisa come il paradosso sia uno strumento importante affinché lo spettatore entri in empatia con il protagonista. Con gli spunti forniti in queste prime lezioni, e conseguenti capitoli, l’autore, attraverso Landau, vuole dare le indicazioni principali su come lavorare la storia. What’s the Franchise precisa che l’aspetto più importante per uno showrunner è costruire una franchise, ossia comprendere quali siano gli elementi che facciano durare una storia nel tempo. Attraverso delle semplici parole chiave (originalità, essere fedeli alla verosimiglianza, come può andare avanti la serie?, autenticità, diversità, noisy), che assomigliano più a imperativi, Mentana definisce le caratteristiche che permettono a una serie tv di durare nel tempo, facendo gli opportuni riferimenti a serie tv e showrunner che hanno inteso perfettamente questi comandamenti. L’ultimo capitolo, Crafting, Pitching, Developing, fornisce le chiavi d’accesso per sancire l’efficacia della scrittura televisiva, ponendo tra l’altro in evidenza, stando alle parole di Landau, l’enorme importanza della puntata pilota che definisce la validità di una serie tv. L’intervista allo showrunner americano, infine, chiarisce la sua esperienza, le sue collaborazioni e idee per la serialità. Il libro di Mentana, quindi, soddisfa la curiosità di chi non conosce la figura dello showrunner, puntualizzando, con una scrittura semplice e immediata, tutte le sfaccettature di questa professione.

Dragoncelli di fuoco. Il primo (non) film di Paolo Sorrentino di Stefano Loparco (#3). La lettura di questo libro è il perfetto anello di congiunzione tra il cinema di Paolo Sorrentino espresso fino a Loro e ciò che rappresenta È stata la mano di Dio, suo ultimo film. Questo perché Loparco nelle 139 pagine del libro, racconta una biografia, un sogno, scrive un romanzo di verità che ruota attorno a un giovanissimo Paolo Sorrentino, studente di Economia e commercio a Napoli e del suo desiderio di essere un regista. Attorno a lui gravitano una serie di amici, quasi una famiglia, che lo invogliano e lo sostengono e contribuiscono a formare idee e pensieri di quello che sarà l’autore di cinema. In mezzo ci sono ovviamente Maradona, i Talking Heads, Martin Scorsese, Federico Fellini, Massimo Troisi, la Napoli del Vomero degli anni Novanta e un ragazzo, privato in giovane età del padre e della madre, che cerca di mettere in pellicola sogni e volontà. La struttura del libro prende avvio da una playlist che Loparco suggerisce come sottofondo musicale alla lettura di brani riferiti all’”universo Sorrentino”; la prefazione firmata da Bruno Grillo, un grande amico del regista; l’introduzione dell’autore che chiarisce l’obiettivo del libro, partendo dal quesito: “Come è potuto accadere Sorrentino?”. Poi si apre il libro, scritto in italiano e napoletano, infarcito di dialoghi e brevi narrazioni, di movimenti e idee, di una cinepresa che appare dal nulla, il tutto virato alla definizione e formazione di un ragazzo timido, sarcastico e ironico, brillante e trascinatore, che dimostrava un apparente disinteresse per tutto, anche se gli interessava sapere tutto e che soprattutto non sapeva raccontare le barzellette. Al termine, il capitolo Voci raccoglie i ricordi di alcuni amici sull’uomo Sorrentino, la scheda del film e un addendum che ritorna sui fatti che portarono alla scomparsa dei suoi genitori, riletti dal punto di vista del regista. Una foto con gli amici chiude la pubblicazione.
Il libro, dunque, ha una lettura scorrevole, piacevole e brillante. Lo legge con piacere sia chi conosce e apprezza Sorrentino, sia l’opposto, proprio perché non è un libro sul cinema, un profilo del regista, un libro di tecnica, ma un romanzo di amicizia e di verità.

 

Davide Perpinel ©Linkinmovies.it novembre 2021

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