Autobiografia involontaria

Maurizio Nichetti
2018-10-16 14:20:55
Autobiografia involontaria

Maurizio Nichetti, artista milanese poliedrico e versatile – attore, mimo, regista e sceneggiatore – ha conquistato le platee mondiali con i suoi film poetici, astratti, divertenti e leggeri ma carichi di un’attenzione incessante verso tutto ciò che è umano.  Nella sua autobiografia – pubblicata nel 2017 per le edizioni Bietti Heterotopia – Nichetti racconta l’esperienza di quarant’anni di cinema, dalla fondazione della cooperativa teatrale QuellidiGrock al lavoro di sceneggiatore nello studio di Bruno Bozzetto, dal suo primo lungometraggio – Ratataplan, Nastro d’Argento nel 1980 – ai successivi Ho fatto splash, Ladri di saponette, Volere volare, Luna e l’altra, che gli hanno fatto conquistare altri due Nastri d’Argento e un David di Donatello. E poi le trasmissioni televisive, la partecipazione a prestigiosi festival internazionali, l’insegnamento universitario, gli incontri con Jacques Tati e Charlie Chaplin, l’amicizia con Nanni Moretti, Massimo Troisi e Roberto Benigni.

A Maurizio Nichetti, in questi giorni tra gli ospiti, ad Alessandria, del Festival Adelio Ferrero di cinema e critica, abbiamo rivolto qualche domanda sul suo libro, a partire dal titolo.

Com’è nata l’idea della tua “Autobiografia involontaria” e quali le ragioni di questo titolo?
È nata dalla voglia di raccontare i cambiamenti nei linguaggi audiovisivi che ho vissuto direttamente durante la mia attività professionale.  Parlando di questo e appoggiandomi, inevitabilmente, a ricordi personali e a testimonianze dirette mi sono ritrovato “involontariamente” a realizzare anche una sorta di mia autobiografia.

La tua carriera è iniziata con gli studi di mimo, il lavoro con Bruno Bozzetto e la fondazione del laboratorio teatrale “QuellidiGrock”. Che cosa è rimasto di quelle lontane esperienze nella tua vita attuale e nel tuo modo di fare cinema oggi?
Noi siamo quello che abbiamo vissuto. Forse non è un caso se, dopo quarant’anni, oggi mi ritrovo ancora impegnato nella didattica al Centro Sperimentale di Milano e allo Iulm.  Ho fondato la Cooperativa Quellidigrock a 25 anni e avevo allievi di mimo molto più vecchi di me.  Oggi insegnare alle nuove generazioni nasconde anche il desiderio di continuare a dialogare con una generazione che ha il dovere di credere nel futuro.  Aiutarli ad essere molto pragmatici e sognatori, nello stesso tempo, può essere utile.

Com’è cambiato il cinema italiano negli ultimi decenni, anche a livello di utilizzo delle nuove tecnologie?
È più semplice dire cosa non è cambiato. Prima di tutto la necessità di raccontare storie con le immagini.  Per il resto nulla è uguale al passato, dalla tecnologia di ripresa, alla distribuzione, alle piattaforme on demand.  Ma di “cinema”, in senso lato, non potremo mai farne a meno.

C’è un film, tra quelli che hai girato, a cui sei più affezionato, magari legato a un ricordo, a una persona, a un aneddoto particolare?
Il primo è quello che ti da più emozioni, il secondo più preoccupazioni, poi c’è quello a cui sei affezionato perché ti ha dato tante delusioni, quello che ricordi con piacere perché ha avuto una lunghissima gestazione… tutti, per una ragione o per l’altra sono difficili da dimenticare.

E c’è, invece, un personaggio del mondo del cinema, fra quelli che hai conosciuto e che racconti nella tua autobiografia, che ti è rimasto di più nella memoria?
Prendere un tè a casa di Tati non capita tutti i giorni… è un capitolo che ho deciso di scrivere solo dopo che la figlia di Tati, ad un convegno a Pordenone, lo ha ricordato.  Lei ci aveva preparato il tè e mi ha confermato, col suo racconto, che non era stato un sogno, ma pura realtà.

Che cosa consiglieresti ai giovani che vogliono intraprendere una carriera nel cinema come hai fatto tu?
Che devono cercare una loro strada nella realtà produttiva e distributiva di oggi.  Io ho debuttato con “Ratataplan” uscito in una sala a Milano e rimasto in proiezione nello stesso cinema per sei mesi.  Oggi i grandi successi devono raccogliere consensi in due, tre settimane al massimo.  Non è facile fare un film da distribuire in 1400 copie… Ma sono sicuro che un giovane avrà l’entusiasmo e la spudoratezza di credere nei miracoli.  Anch’io se non ci avessi creduto non avrei mai fatto questo mestiere.

Che cos’è il cinema per Maurizio Nichetti?
Un bel modo di passare il tempo.

Barbara Rossi ©Alessandria News, 13 ottobre 2018

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