#RIELABORAZIONI CREATIVE Spegnete la luce. Echi di RAF nel panorama musicale

Marco Borroni
Rote Armee Fraktion n. 18/2024

No, Self Control non c’entra. E così come quell’insinuante tormentone che rallegrò/ammorbò l’estate del 1983, non c’entrano neppure gli altri (non numerosissimi) hit del buon Raffaele Riefoli da Margherita di Savoia, fiorentino d’adozione. A meno di non cedere al vezzo di estendere un titolo come Cosa resterà di questi anni ’80, rilasciato appunto al tramonto di quella decade, a sorta di larvato riferimento ai fatti dei quali si ragiona in queste pagine… E comunque, a ben guardare, un sottile filo che lega la carriera dell’innocentissimo e innocuo (in tutti i sensi) Raf al percorso della Rote Armee Fraktion – all’epoca ancora in piena attività – ci sarebbe anche, se è vero, come è vero, che per il lancio sul mercato tedesco la casa discografica si preoccupò di aggiungere al nome dell’interprete una “f” supplementare per evitare ogni tipo di possibili fraintendimenti: «Meine Damen und Herren, hier kommt RAFF, der italienische Sänger!»1.

Digressioni a parte, tracce di RAF nell’universo musicale si possono effettivamente identificare, anche se – come vedremo – in realtà quasi tutto finisce per coincidere in maniera quasi esclusiva con un solo nome, un solo volto, una sola vicenda, che (per motivi che non spetta discutere qui) assurgono in qualche modo allo status di simbolo, fagocitando la natura eminentemente collettiva di un fenomeno altrimenti ben più complesso e ramificato.

Ma andiamo con ordine. Nel tardo autunno del 1977, in pieno Autunno Tedesco, la poliedrica musicista-performer americana Judy Nylon, con base a Londra, viene a conoscenza (tramite alcuni amici artisti legati alla celebre galleria avant-garde De Appel di Amsterdam) del dibattito suscitato dalle intercettazioni effettuate dalla polizia tedesca sulle linee telefoniche degli avvocati dei sospetti affiliati alla RAF; questo – oltre ai comunicati della stessa polizia, diffusi dai notiziari nazionali, che invitavano chiunque fosse in possesso di informazioni sui terroristi e sui loro movimenti a riferirle servendosi di una linea dedicata, e oltre alle registrazioni delle richieste di riscatto seguenti al rapimento di Hanns-Martin Schleyer, avvenuto il 5 settembre precedente – le fa balenare l’idea di utilizzare quell’eterogeneo materiale costruendoci attorno un progetto di sonorizzazione.
Judy si rivolge perciò all’amico Brian Eno, che qualche anno dopo l’addio ai lustrini e alle piume di struzzo della militanza nei Roxy Music si sta progressivamente trasformando nella figura-chiave della sperimentazione musicale (e non solo) che è tuttora, e gli propone di realizzare il tutto nel più breve tempo possibile. Detto fatto, i due entrano in studio e, manipolando i nastri di una jam session del gruppo Brand X (con il prodigioso bassista gallese Percy Jones, maestro del fretless, e Phil Collins – sì, proprio lui – alla batteria) confezionano il brano in un lampo. La Nylon e la sua sodale Patti Palladin, titolari del marchio Snatch, ci improvvisano sopra qualche frase in inglese e chiudono accompagnando il «No Sacrifice!» conclusivo con un “colpo di pistola” che, come rivela la stessa Judy in un’intervista, altro non è che il brusco sbattere di una delle porte metalliche dello studio.
RAF uscirà in 45 giri come lato B di King’s Lead Hat (anagramma di Talking Heads, la formidabile band capeggiata da David Byrne che Eno stava producendo in quegli anni), compreso nell’album Before and After Science. L’intuizione delle voix trouvées sarà poi il punto di partenza di un’operazione epocale come My Life in the Bush of Ghosts, pubblicato nel 1980 a nome Brian Eno-David Byrne, con un certo rammarico da parte della Nylon che non vide riconosciuti i propri meriti quanto si sarebbe aspettata.
Nota a margine, ma assai interessante: in rete circola un video “apocrifo”2 di RAF che fa efficacemente corrispondere i suoni alle immagini, montando spezzoni dei Tagesschau in cui si sollecitava la collaborazione dei cittadini alla cattura dei responsabili del sequestro Schleyer e si ricostruiva graficamente il blitz della Vincenz-Statz-Straße di Colonia. Visione caldamente raccomandata.

Da quanto descritto, appare evidente come la peculiarità di RAF risieda in questa de/ri-contestualizzazione di una serie di voci preesistenti: un principio di tipo strutturale, formale, che procede secondo logiche proprie e in ultima istanza prescinde dalla natura di quelle stesse voci, dalla loro provenienza e da ciò che effettivamente dicono. Gli agganci ai fatti, al periodo storico, alle persone di cui qui ci si occupa andranno quindi cercati altrove; per esempio in un disco comparso in quel fatidico 1977 e poi quasi accantonato, pressoché rimosso, tanto spiazzante e sconcertante fu il suo impatto. Stiamo parlando di Disoccupate le strade dai sogni, quinto album del cantautore (ma è meglio definirlo, come meriterebbe, poeta) bolognese Claudio Lolli, scomparso sessantottenne nel 2018.
Diversamente dall’intimismo di Aspettando Godot e dalle atmosfere tutto sommato gioiose di Ho visto anche degli zingari felici, con i quali Lolli si era conquistato un solido credito presso il pubblico “di sinistra”, Disoccupate le strade dai sogni è – fin dal folgorante titolo – oscuro e sarcastico, dolente e furente, sofferto e lucidamente profetico, solcato a tratti da inusuali (per gli standard cantautoriali di allora) sonorità di stampo quasi jazzistico. Dopo la guerriglia urbana che nel marzo del 1977 insanguina la città delle Due Torri costando, tra l’altro, la vita allo studente Lorusso, iscritto a Lotta Continua, Lolli annusa la pesantissima aria di quei mesi e, oltre a un pugno di canzoni nello stile che lo aveva reso famoso, concentrate nella seconda facciata, compone una sorta di concept sul temuto ma ormai imminente esaurimento della spinta propulsiva di ciò che ai tempi andava sotto il nome di Movimento. Soffocate le istanze più radicalmente libertarie dall’abbraccio – percepito come mortale – del cosiddetto compromesso storico fra DC e PCI, il mondo in cui fino a poco prima danzavano gli zingari felici sta per essere sostituito dal «paradiso pulito operoso/ della nostra nuova socialdemocrazia», in cui «non ci sarà posto per la fantasia» (Incubo numero zero). I processi che di lì a poco determineranno il definitivo scollamento fra sinistra ufficiale ed extraparlamentare, con le conseguenze che costituiscono uno tra i capitoli più dolorosi della storia italiana recente, vanno già delineandosi in tutta la loro tragica, plumbea chiarezza.
Finalmente, dopo questa lunghissima ma in qualche modo doverosa premessa, veniamo a noi: il paradigma che sottende le amare riflessioni di Lolli è la Repubblica Federale Tedesca, culla del concetto stesso di socialdemocrazia intesa come tentativo di colpo di spugna sulle enormi contraddizioni che un passato ancora incombente e colpevolmente irrisolto aveva lasciato in eredità alle generazioni successive. Non a caso, era stato quel laboratorio di presunta pacificazione sociale a provocare la deriva terrorista, parallelamente – e di nuovo non casualmente, data la parziale sovrapponibilità delle dinamiche storiche – a ciò che era avvenuto in Italia. In proposito, Lolli non lascia spazio all’ambiguità battezzando una canzone La socialdemocrazia (che è «un mostro senza testa», ma anche «quel nano che ti arresta»), in cui insiste su suggestioni di sapore germanico confezionando un’urticante marcetta di stampo brecht-eisleriano; ma è nella citata Incubo numero zero che entra in scena direttamente lei, Ulrike Marie Meinhof.
In apparenza di sfuggita, in un solo verso per quanto ripetuto due volte, ma con una “presenza” e un valore simbolico incommensurabili. «Spegnete la luce, pensava Ulrike…» non è solo un’allusione alla “tortura del neon” che vigeva a Stammheim, così come «la foresta più nera è vicina» non è una mera constatazione della relativa prossimità geografica fra lo Schwarzwald e il famigerato carcere nei dintorni di Stoccarda: nel loro insieme, quelle parole fissano – idealmente, ma con inesorabile icasticità – un istante del calvario della prigioniera mettendolo in relazione con un futuro presentito come profonda, inestricabile tenebra, sul quale sta per abbattersi la pietra tombale della «tremenda felicità» (Canzone scritta su un muro) garantita dalla pax socialdemocratica.

«Ed il potere/ nella sua immensa intelligenza/ nella sua complessità/ non mi ha mai commosso
con la sua solitudine/ non l’ho mai salutato come tale/ Però ho raccolto la sfida/ con molta eleganza e molta sicurezza/ da quando ho chiamato prigione la sua felicità/ Ed il potere da quel giorno m’insegue/ con le sue scarpe chiodate di paura/ M’insegue sulle sue montagne/ quelle montagne che io chiamo pianure».
C’è una misteriosa assonanza fra i versi che chiudono Analfabetizzazione, l’episodio forse più intenso e struggente di Disoccupate le strade dai sogni, e la figura di Ulrike M.: al punto che, pur essendo la canzone una tra le più personali e autobiografiche di Lolli, potremmo immaginare che qualcosa di simile abbia potuto, un giorno, attraversarle la mente. Lei, di sicuro, tutto avrebbe desiderato fuorché trasformarsi in un’icona, nell’incarnazione di qualunque cosa: se non altro, stando a ciò che sappiamo o crediamo di sapere (al di là della strafamosa e citatissima – spesso a sproposito – frase sui sassi lanciati e le auto bruciate), a ciò che abbiamo letto, udito e appreso sul suo conto. Eppure, in un certo senso è avvenuto proprio questo, nonostante fra i suoi compagni e le sue compagne d’avventura non siano mancate altre personalità di indubitabile spicco. Sarà per le vicende che hanno scandito la sua esistenza, sarà per il suo innegabile spessore intellettuale, sarà anche – e non secondariamente – per quell’espressione fra fierezza e malinconia che le segna il viso in certe foto, ma quando si parla di quegli eventi il pensiero corre, quasi inevitabilmente, a lei. E così è stato, seppure in chiavi e con intenzioni differenti e talvolta perfino antitetiche, per un’eterogenea congerie di artisti e di musicisti.

Nel 1974, guidati da un autentico radar delle inquietudini della contemporaneità come il produttore Gianni Sassi, gli imprescindibili Area chiudono provocatoriamente il loro secondo lavoro, Caution Radiation Area, con 4 minuti abbondanti di ultrafrequenze praticamente inascoltabili: Lobotomia è dedicata a una Meinhof già incarcerata, per la quale in Germania qualcuno aveva precisamente richiesto fosse sottoposta a quella disumana “terapia”.

Da par suo invece, un paio d’anni dopo il “suicidio” del 9 maggio 1976, l’indomita Giovanna Marini le intitola, nome e cognome, un capitolo della “cantata profana” Correvano coi carri, il cui testo pone sul medesimo piano la donna e la militante evidenziandone, in tal modo, la doppia natura antagonista rispetto ai dettati sociali: «Se vi dicono/ Si è tolta la vita/ dovete sapere/ ho ancora da fare/ Non voglio, non posso, non voglio, non posso morire/ Ulrike Meinhof/ assassinata/ nella Germania/ che salva il dollaro e salva la lira/ e semina ancora l’acciaio, la morte e la tortura/ Una donna/ senza casa/ senza figli/ senza sposo/ Ma ha il coraggio/ nelle mani/ È una donna/ senza guardiani/ Fa paura (E la testa)/ Fa paura (Per pensare)/ Fa paura (Gliela voglio-)/ Fa paura (-no levare)». In un’impostazione vocale impervia, fra il declamato e l’urlato, ma capace di aggiungere una solennità senza tempo a una sorta di rabbiosa elegia funebre, l’illustre compositrice ed etnomusicologa romana (e le altre componenti del quartetto, Lucilla Galeazzi e le sorelle Annalisa e Tata Di Nola) rende omaggio, con la sua caratteristica intransigenza ma anche con viscerale partecipazione, a colei che ai suoi occhi – e a quelli di tanti – va sempre più assumendo il profilo di una vittima sacrificale.

Altrove però, col procedere della normalizzazione paventata da Claudio Lolli (che conoscerà il suo culmine negli edonistici anni Ottanta), sorgono dubbi, interrogativi spesso laceranti. Il punto di vista di Marianne Faithfull – l’ex Sister Morphine degli Stones, tornata inaspettatamente in scena dopo anni di eclissi dovuti agli eccessi dei decenni precedenti, tutti racchiusi in una voce ispida e arrochita – è quello di chi, a breve ma già incolmabile distanza di tempo e di spazio, osserva ma fatica a comprendere, non riesce a contestualizzare le ragioni di una ribellione che per certi aspetti portava già in sé gli stigmi del fallimento. Nella canzone eponima di Broken English (l’album che nel 1979 segna il suo ritorno alla ribalta), senza mai nominare esplicitamente la Meinhof ma, secondo diverse fonti ufficiose, ispirata da un documentario sulla RAF sottotitolato in maniera alquanto grossolana (in “broken english”, appunto), la Faithfull affida tutto il suo sconcerto a pochi, stringati versi iterati: «Could have come through anytime/ Cold lonely, puritan/ What are you fighting for?/ It’s not my security/ It’s just an old war/ Not even a cold war/ Don’t say it in Russian/ Don’t say it in German/ Say it in broken English/ Say it in broken English».

Su Ulrike, traccia d’apertura dell’album Slap! (1990) dei Chumbawamba, si potrebbe altresì glissare in poche battute: programmaticamente massimalisti, partigiani di ogni buona causa, dichiaratamente anarchici e portabandiera dell’anti-thatcherismo più acceso, i componenti del nutrito collettivo britannico – che a fine anni Novanta conoscerà una notevole popolarità grazie soprattutto al brano Tubthumping (I Get Knocked Down) – non risultano altrettanto perentori sul piano strettamente musicale. Piacevole e ritmata, ma un po’ all’acqua di rose e condita financo con un campionamento di Can’t Help Falling in Love with You di Elvis Presley, Ulrike finisce per tirarla un po’ per le lunghe (oltre sei minuti) e, al netto della simpatia e della sincerità comunicate dal combo formatosi fra Burnley e Leeds, si candida a un dignitoso ma irrevocabile oblio.

Tutt’altro discorso per Liebe Ulrike dei Pankow, band fiorentina electro post-industrial fondata nel 1979 e tuttora attiva nei circuiti non ufficiali. Fortemente caratterizzati fin dalla loro denominazione – mutuata dal quartiere del settore orientale di Berlino dove dal 1949 al 1964 ebbe sede la presidenza della DDR – dall’interesse e la passione per la storia e la cultura della Germania, con testi quasi sempre in tedesco, nel brano in questione (incipit dell’album Treue Hunde, 1992) i Pankow si rivolgono direttamente a Meinhof descrivendo una società contemporanea ormai narcotizzata, in cui la stessa memoria degli ideali rivoluzionari per i quali gruppi come la RAF avevano lottato si è smarrita, dissolta in un oceano di mediocrità: «Cara Ulrike, qual è il senso della rivoluzione?/ I filistei meschini hanno sempre l’ultima parola/ Gli intellettuali spudorati distruggono ogni innocenza/ I mediatori di potere e i Gauleiter dominano la realtà/ Se era solo rabbia, era anche magia/ È stato un miracolo di tenerezza?/ Era un sogno o qualche sciocchezza tedesca/ Una speranza vuota o solo sensualità?/ Sì, ma nessuno ha capito/ Sì, nessuno si è svegliato/ Sì, pecore cieche, cieche/ Sì, pieno di stupidità e pieno di paura/ Tutto, tutto, tutto è perduto e rovinato/ Tutti, tutti gli amici sono corrotti e crocifissi/ Tutto, tutto, tutto è proibito e dimenticato/ Tutti, tutti i poeti sono avvelenati e invecchiati».
La chiusa, però, è un sussulto incendiario: «Cara Ulrike, aspetta e vedi/ Presto è di nuovo giorno, presto è di nuovo Fuoco!»3.

Fermiamoci qui, anche se sarebbe possibile scovare rimandi ulteriori, segnatamente per i contributi di ambito tedesco, ovviamente in lingua, i cui materiali corrispondenti non sono sempre di agevole reperibilità. Tra questi, un lavoro da segnalare è la recentissima (2019) Rote Armee Fraktion, di tale Michel van Dyke4. Più testuale di così…

Note
1 «Signore e signori, ecco che arriva RAFF, il cantante italiano!».
2 Vedi www.youtube.com/watch?v=MM8sJSHnUpU.
3 Testo completo nell’originale tedesco su www.lyricstranslate.com/de/pankow-italy-liebe-ulrike-lyrics.html.

4 Vedi www.youtube.com/watch?v=Uom0ULJ4CF8.

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