#FILM FILE: Baader (Christopher Roth, 2002)

Leonhard Elias Lehmke
Rote Armee Fraktion n. 18/2024

Soggetto e sceneggiatura: Christopher Roth, Moritz von Uslar; montaggio: Barbara Gies, Christopher Roth; fotografia: Bella Halben, Jutta Pohlmann; colonna sonora: Bob Last; scenografie: Oliver Kroenke, Tobias Nolte, Attila Saygel; costumi: Nicole Fischnaller, Carmen Stahlhoven; interpreti: Frank Giering (Andreas Baader), Laura Tonke (Gudrun Ensslin), Vadim Glowna (Kurt Krone), Birge Schade (Ulrike Meinhof), Bastian Trost (Jan-Carl Raspe), Jana Pallaske (Karin), Michael Sideris (Kurt Wagner), Sebastian Weberstein (Erwin), Bettina Hoppe (Birgit); produttori: Stephan Fruth, Mark Gläser, Christopher Roth; produzione: 72 Film, Leading Edge Producciones, SellOutPictures; origine: Germania, Gran Bretagna; durata: 110‘.

La pellicola apre con scene in bianco e nero, mescolando immagini di repertorio provenienti da più fronti di guerra: civile, militare (il Vietnam come sostrato alle azioni dei terroristi politici di sinistra) e giudiziario, con notizie dei media dell’epoca.
Si parte dall’inizio della fine della Rote Armee Fraktion, quantomeno della sua prima generazione: 1972, quando i telegiornali dichiarano che Andreas Baader sarebbe disposto a consegnarsi alla polizia. Poi si torna al 1967, per poter seguire il percorso del protagonista e del suo gruppo.
Dai primi istanti s’intravedono le intenzioni del film, che vuole prendere le mosse da fatti reali per poi mutarli e cementarli nelle menti degli spettatori con un proprio messaggio. Se l’apertura, infatti, aggancia la cronaca, lo sviluppo si prende tutte le libertà concesse a un’opera di fantasia, peraltro ritmicamente incalzante.
Baader è una love story al nero, un romanzo criminale nel senso più pieno. Il celebre Anführer della RAF è tratteggiato come un affascinante conquistatore di donne e in più d’una scena sembra più interessato al sesso femminile che ai valori della militanza, cui tuttavia ricorre sistematicamente come giustificazione all’utilizzo di una violenza spesso esasperata. Al contempo, le sue azioni e quelle dei compagni sono narrate in modo da farli sembrare eroi o, quantomeno, depositari di un sapere politico e sociale precluso ad altri.
Il racconto risulta poco lineare, ostinatamente orientato al voler elevare Andreas Baader al rango di icona, ma questo andamento frammentario finisce – involontariamente? di certo, positivamente – con il dare spazio sufficiente allo spettatore per completare la narrazione con un proprio immaginario, facendola così diventare ancora più complessa e, magari, anche più personale.
Baader non è un prodotto adatto a un pubblico male informato perché non presenta ragionamenti chiari sulle sue figure, non fornisce motivazioni comprensibili ai crimini e lascia da parte troppe volte il dato storico per potersi immergere nella speculazione. L’epilogo, che si concede libertà finanche esagerata e arriva a negare alcuni fatti, è la summa di quanto fin qui rilevato: Baader assalta i poliziotti che lo hanno circondato e muore eroicamente sotto i colpi delle armi della repressione.
Il soundtrack si affida alla musica rock – presenti, tra gli altri, brani di Stone Roses, Suicide e Trans Am – per far apparire Baader alla stregua di un Jim Morrison, ma al leader della RAF manca lo charme poetico per poter assurgere a un simile status. Ambientazione e set design lavorano di fino ricostruendo gli anni Settanta, mentre macchina da presa e recitazioni agganciano più il teatro che una rappresentazione realistica. Tale contrasto di stili e approcci risulta funzionale perché, come le azioni della Rote Armee Fraktion sono difficili da giudicare (necessarie o violente? eroi o terroristi?), così il film spazia tra il racconto di un mondo realmente esistito e quello di una vicenda consapevole della propria artificialità. In questa interpretazione aperta trovano spazio anche le parole affidate ai personaggi, che a tratti parrebbero provenire più da libretti di Shakespeare che dallo slang di attivisti di sinistra anni Settanta.
La scene d’azione, pur presenti in dosi massicce, non superano una dimensione scolastica da Krimi. Sono piuttosto le ellissi di montaggio, le inquadrature in primo piano e le frasi dei protagonisti a definire lo stile di Baader. Particolarmente impressionante è l’uso delle luci, che riesce a creare suggestive scene in penombra e dona agli attori un’aura capace di sopperire ad alcune incertezze intepretative (la considerazione include il protagonista Frank Giering).
Diretto dal monacense Christoper Roth, Baader esce nelle sale il 17 ottobre 2002, sei anni prima del più celebre La banda Baader Meinhof di Uli Edel, che sarà in grado di suscitare ben altro interesse sull’argomento. Al contrario di quest’ultimo, che vanta un budget più elevato e punta quindi su una confezione più mainstream – senza per questo sminuire la sua qualità artistica – il film di Roth è un resoconto più spensierato e personale. Alcuni eventi della cronologia RAF sono messi in scena filologicamente, altri vengono distorti, come detto, a seconda del personale gusto dell’autore che, a soli trentotto anni, prende parte anche a produzione, sceneggiatura e montaggio dell’opera, imprimendo la sua impronta a più livelli. In particolare, Andreas Baader, in conformità con un’interpretazione propria di certi media coevi e attuali – nonché di alcuni appassionati non-studiosi del fenomeno Rote Armee Fraktion – diventa quasi un personaggio di culto a là James Dean. Tale ritratto, tuttavia, rispecchia solo un lato del personaggio – quello più “maledetto”, spregiudicato, arrembante – e non esaurisce la sua complessità, fatta anche (soprattutto) di lati oscuri e irruenza ferina.
Il film viene premiato al 52° Festival internazionale del cinema di Berlino con l’Orso d’Argento della Giuria, accompagnato da un pubblico che applaude freneticamente, in particolare, lo stile “a collage” e il coraggio espresso nel glorificare un (anti)eroe ambiguo. La versione home video esce in dvd nel giugno 2003, per l’etichetta Universum Film, con audio e sottotitoli esclusivamente in lingua tedesca.

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