Doctor Sleep. Tornando a "Shining" tra archivio e memoria

Pietro Lafiandra
Mike Flanagan n. 16/2023

Il cinema di Mike Flanagan è un cinema di memoria e dispositivi di ripresa e riproduzione: questo è chiaro sin dall’inizio della sua carriera, quantomeno da uno dei suoi primi film horror noti in Italia, quell’Oculus. Il riflesso del male con cui nel 2013 rielaborava i temi già affrontati nei precedenti lungometraggi, gettando le fondamenta di una poetica mai tradita e di un cinema troppo spesso liquidato come il lavoro di un mestierante1.
Era un apparato cinematografico Cody, il bambino adottato da Jessie e Mark che in Somnia (2016) dava forma organica ai protagonisti dei suoi sogni e dei suoi incubi nel salotto di casa, innescando una ricerca a ritroso volta al recupero di un ricordo. Era attraverso un dispositivo ottico (la lente d’ingrandimento inscritta nel puntatore della tavola ouija) che il demone si manifestava tra le mura della famiglia Zander nel prequel di Ouija (2014), Ouija. L’origine del male (2016). Era con foto scattate dallo smartphone che il serial killer dava inizio a Hush. Il terrore del silenzio (2016), slasher in cui la sordomuta Madison (Maddie) poteva contare solo sui suoi occhi per sopravvivere. Era, infine, lo specchio la forma di riproduzione eletta proprio per Oculus, dramma orrorifico nel quale due fratelli si vedevano costretti a confrontarsi con il proprio riflesso e a ripercorrere il passato traumatico che, a distanza di molti anni, ancora ne cannibalizzava le vite.
Quelli di Flanagan sono film in cui il passato spinge per manifestarsi e lo fa attraverso immagini proteiformi (che provengano da cineprese, specchi, fotografie o dagli occhi dei protagonisti), ma soprattutto sono film apertamente meta-cinematografici il cui senso è inciso negli stessi fantasmi che li animano, esili figure digitali che vivono delle memorie dei personaggi, pronte a rivelarsi come still frames che riposano silenziosi tanto negli angoli delle inquadrature quanto negli album di famiglia (altro tema ricorrente nella filmografia del regista), dei quali sembrano recuperare i codici: i mostri di Flanagan (e quindi i suoi film) sono, infatti, mostri iper-cinematografici che molto hanno a che vedere con l’idea della Settima arte come archivio di soggetti, forme e ricordi. Non tanto per il citazionismo obbligato di Doctor Sleep (2019) e quello volontario di The Haunting of Hill House (in cui sono evidenti gli echi di Shining [1980]) o del suo seguito, The Haunting of Bly Manor – dove la narrazione riprende quasi pedissequamente Suspense (1961) di Jack Clayton – ma piuttosto perché questi sono mostri rimossi, sbiaditi, di celluloide consunta, lontani nel tempo e, soprattutto, in posa, capaci di restituire con la loro fissità l’orrore che sta negli occhi di chi li guarda (quindi anche del pubblico): quello di un grande museo delle cere con cui ogni suo lavoro (l’archivio cinematografico dei film dell’orrore) e ogni soggetto (l’archivio delle memorie personali) è costretto a confrontarsi.
Va da sé che Flanagan fosse la scelta più acuta a cui assegnare la regia del sequel di Shining, un film dove sembrano convergere le linee in cui si intrecciano rievocazioni storiche, personali e cinematografiche.
Doctor Sleep è, a questo proposito, solo l’ultima in ordine cronologico di quattro opere audiovisive che negli ultimi dieci anni, per mezzo di altrettante forme differenti, hanno lavorato, volontariamente o meno, sul rapporto tra Shining e memoria. La prima di queste è stata, nel 2012, Room 237 di Rodney Ascher. Film a cavallo tra il documentario e il video-saggio, opera direttamente sui frame (rallentando, sezionando, zoomando) per indagare le forme di un culto cinematografico e i modi in cui si è generata una mitologia – talvolta ottusa e complottista – attorno al film di Kubrick, e nel farlo ricostruisce il metodo maniacale e la forma subliminale, alla base dell’aura magica che circonda la pellicola, con cui il regista si è approcciato al testo di Stephen King per veicolare i propri significati. Finendo per dimostrare con chiarezza come l’unica certezza sul suo significato profondo sia che Shining è un’opera «su come il passato incide sul presente»2 e su come ognuno debba fare i conti con le atrocità della Storia. Non può sorprendere quindi che una pellicola che ha fatto la storia del cinema – venendo distribuito negli Usa nel maggio del 1980, Shining ha segnato l’ingresso nella decade più rimpianta, rivisitata e citata del cinema contemporaneo, di cui l’horror è solo la punta dell’iceberg – sia stata oggetto privilegiato di Ready Player One (Steven Spielberg, 2018), sci-fi che sancisce la nuova professione del regista: curatore delle memorie cinematografiche.
Così Spielberg sulla sequenza in cui i protagonisti esplorano l’Overlook Hotel:
Si è trattata di un’esperienza all’insegna della nostalgia per me perché è stato proprio su quel set, che ho riallestito poi per Ready Player One, che ho incontrato Stanley per la prima volta. […] La scena è una combinazione di set costruiti fisicamente e altri allestiti digitalmente. Abbiamo costruito gli ascensori e il corridoio che porta ai medesimi, ma l’ambiente principale dell’Overlook, quello col caminetto appunto, è stato creato digitalmente3.
È stato quindi necessario combinare materiale del film originale e un vero set con il quale gli attori potessero interagire, per poi produrre una grana in grado di simulare quella dello Shining originale: un’azione di contro-restauro che certifica la doppia natura del cinema digitale il quale, se da un lato  può disporre a proprio piacimento della pellicola – manipolandola, deturpandola – dall’altro si vede costretto a vivere nella nostalgia di un referente che può solo conservare in formaldeide e, al limite, parodiare.
E proprio la parodia è alla base della più sperimentale delle rivisitazioni del film: nel 2019, con un atto di profanazione, il deepfake designer Ctrl Shift Face ha utilizzato DeepFaceLab –software che consente attraverso l’intelligenza artificiale di sovrapporre un volto presente in un video a un altro – per sostituire Jim Carrey a Jack Nicholson nei panni di Jack Torrance in alcuni estratti del film. Il risultato è The Shining Starring Jim Carrey: Episode 1. Concentration [DeepFake], cortometraggio punk più vicino alla video-arte che al cinema, in grado di generare delle memorie false lavorando direttamente sulla copia digitale, aprendo la strada a una serie di universi paralleli in cui Shining può essere stato interpretato da chiunque.
La conseguenza, seppur per mezzo di scelte difformi, è simile per Doctor Sleep, in cui Flanagan opta per la rivisitazione analogica, il rifacimento dei passaggi leggendari, e conduce un’operazione – dettata dal rispetto di un autore conscio del suo debito con Kubrick – che intende Shining come un’opera aperta alla riscrittura, di cui il romanzo originario pare oggi solo la parte per il tutto. Studiando non tanto la pellicola di per sé, bensì il corpo-film come strumento dialogico tra archivio e memoria, il regista si muove nella consapevolezza dello scarto, della rottura causata dall’avvento del digitale, seguendo l’idea di archivio come biblioteca di memorie corrotte in quanto tradotte in codice binario, di clip malleabili, fluide, disponibili, virtualmente tutto e praticamente niente.
Alla luce di tutto ciò, Flanagan trova nel remake il metodo più genuino per rappresentare la distanza tra Shining e la memoria di Shining, nella convinzione che il calco, vista l’impossibilità di un’aderenza all’originale, possa instaurare un rapporto più autentico con il materiale kubrickiano, vivendo dell’intervallo stesso tra i due testi e rifiutandosi di vampirizzare (o di farsi vampirizzare dalle) immagini, snaturandole, torturandole e assimilandole come farebbero i membri del Vero Nodo, alla ricerca di ragazzini da martoriare per rendere più pura la loro luccicanza, la cui inalazione è per loro l’unico strumento di sopravvivenza possibile.
L’importante non è, insomma, Shining, ma il modo in cui guardiamo a Shining, al suo ricordo (non a caso, una delle scene cruciali del film è ambientata in un cinema in cui sta venendo proiettato Casablanca [1942]), a come questo si sia innestato nell’immaginario collettivo e a come, odiernamente, dialoghi (o non dialoghi) con il panorama iconografico: cos’è Shining, oggi, se non una serie di incubi plastici, catalogati in un’immensa memoria collettiva pronta a citare, riscrivere, deformare? E non è forse vero che tali incubi, citati fino all’assuefazione, diventano autentici solo quando celati alla vista, o quanto meno evocati da uno sforzo parodistico?
Non è che Doctor Sleep è un parricidio e Flanagan è un po’ come Danny, un custode delle memorie costretto a vivere all’ombra di un padre ingombrante del quale, per superarlo, è obbligato a camuffare il ricordo, occultandolo in tante scatole simili a bare per poterlo elaborare e, infine, uccidere, insieme a quella grande biblioteca del cinema dell’orrore che è l’Overlook Hotel?
Curioso, se non sintomatico, che tra i significati di Overlook vi sia proprio “guardare dall’alto”, dal momento che la natura del suo sguardo parodico, Flanagan la annuncia proprio con un movimento di drone dall’alto verso il basso quando, nella prima inquadratura del film, fa il verso alla ripresa dall’elicottero che segue l’auto di Jack Torrance con cui si apre la pellicola di Kubrick, mettendo subito in chiaro come tra le sue intenzioni ci sia la rivoluzione dell’occhio, dall’analogico al digitale. A essa fa eco l’intera sequenza di apertura, in cui si assiste al dialogo tra Rose Cilindro, capo del Vero Nodo, e una bambina con la luccicanza, adescata con un trucco di magia: «Sembra il cappello di un mago» dice la bambina a Rose, parlando del suo cilindro, e Rose risponde «E lo è, è magico davvero, vuoi vedere? Niente nelle maniche… niente nel cappello». Eppure, quando la bambina viene invitata a frugare al suo interno, trova un fiore viola, il suo nome (Violet), prima di essere mangiata dal gruppo di Rose.
Quasi a riprendere il «No hay banda!» con cui David Lynch descriveva il processo di sospensione della credulità dello spettatore di fronte al film in Mulholland Drive (2001), Flanagan condensa in poche inquadrature la poetica del suo Doctor Sleep, narrandoci di un processo (quello del cinema digitale) privo di contatto con il referente (non c’è niente nel cappello), in grado di assimilare immagini analogiche (quelle dello Shining di Kubrick/Violet che viene divorata) e produrne di simili, ma non identiche (Violet/il fiore viola).
Sul livello narrativo, questo Doctor Sleep è, in fin dei conti, nient’altro che un racconto di formazione, di elaborazione di un trauma, e ciò a cui assistiamo è il processo di archiviazione delle memorie di Danny, racchiuse in scatole mentali sul modello di quella regalatagli da Dick all’inizio della storia, perché non tornino a tormentarlo fino alla liberazione finale, a maturazione avvenuta.
Escamotage in realtà utile a Flanagan per interrogarsi sulla funzione mnesica del cinema contemporaneo. «Direi che siamo tutti biblioteche dentro» dice a Danny Abra, la bambina con la luccicanza che diventa motore della storia, dopo che Rose ha provato a penetrare in quello schedario che è la sua mente. Non è quindi il film che conta, ma la videoteca. La banca dati. E se Flanagan decide di allontanarsi dalle logiche di recupero, dal meme, dal riciclaggio iconografico, per abbracciare la serigrafia, il remake analogico, lo fa per ritagliarsi uno spazio originale all’interno di questa, senza però dimenticare l’hyperlink, la necessità di confrontarsi con l’archivio delle forme del contemporaneo, per interrogarsi sul posto che il proprio film, il proprio cinema e Shining possono ricoprire al suo interno.

Note
1 Vedi www.badtaste.it/tv/recensione/the-haunting-of-hill-house-abbiamo-visto-in-anteprima-i-primi-sei-episodi, www.nocturno.it/movie/ouija-lorigine-del-male.
2 Room 237 (Rodney Ascher, 2012).
3 Ibidem.
4 Vedi www.badtaste.it/cinema/articoli/ready-player-one-steven-spielberg-sui-segreti-della-scena-ambientata-in-shining-e-sul-primo-incontro-con-kubrick.

CAST & CREDITS
Regia: Mike Flanagan; soggetto: Stephen King (basato sul romanzo di); sceneggiatura: Mike Flanagan; fotografia: Michael Fimognari; scenografia: Maher Ahmad; costumi: Gene Serdena; montaggio: Mike Flanagan; musiche: The Newton Brothers; interpreti: Ewan McGregor (Dan Torrance), Rebecca Ferguson (Rose the Hat), Kyliegh Curran (Abra Stone), Cliff Curtis (Billy Freeman), Zahn McClarnon (Crow Daddy), Emily Alyn Lind (Snakebite Andi), Robert Longstreet (Barry the Chunk), Zackary Momoh (David Stone), Bruce Greenwood (Dr. John), Hnery Thomas (The Bartender); produzione: Warner Bros., Intrepid Pictures, Vertigo Entertainment; origine: USA, 2019; durata: 152 minuti; home video: edizione USA blu-ray/dvd, Warner Bros.

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